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Il Tenente di Vascello Giacomo Bove e i balenieri argentini delle Malvinas

Sono trascorsi esattamente sessanta anni da quel 16 dicembre del 1965, data in cui l’O.N.U. emanò la Risoluzione n. 2065, in virtù della quale l’Assemblea Generale riconobbe ufficialmente e – aggiungiamo noi – “finalmente” una disputa di sovranità tra il Regno Unito e la Repubblica Argentina riguardo alle Isole Falkland/Malvinas, definendo la situazione venutasi sin lì a creare come un <<caso di colonialismo speciale e particolare da risolvere alla luce della risoluzione 1514 (XV)>>, invitando, nel contempo, le parti a negoziare una soluzione pacifica, tenendo soprattutto conto degli <<interessi>> degli isolani. La questione delle Isole Malvinas è inquadrata così come un caso di decolonizzazione, in cui il principio di autodeterminazione non può essere applicato, trattandosi di una popolzione insediata successivamente all’occupazione della potenza coloniale. Fu, quindi, avviato un processo diplomatico che avrebbe portato a negoziati bilaterali, poi, purtroppo, interrotti nel tempo e che di certo avrebbero risolto sostanzialmente la disputa in sé. La Risoluzione 2065/1965 segnò, tuttavia, una decisiva svolta diplomatica, portando “finalmente” il caso delle Isole Malvinas all’attenzione internazionale, anche se questa si sarebbe poi lasciata “condizionare” dalla futura “guerra delle Falkland/Malvinas” (2 aprile — 14 giugno 1982), innescata dall’occupazione militare delle isole da parte Argentina e conclusasi con un “bagno di sangue”, soprattutto da parte Argentina. Ebbene, sia gli storici che i giornalisti, soprattutto a partire dal 1982 a oggi, hanno molto spesso sostenuto che le isole, dopo l’occupazione militare Britannica (1833) non ospitarono più cittadini Argentini, opportunamente sostituiti da “coloni” giunti direttamente dal Regno Unito (quindi anche Scozia e Irlanda) e la cui progenie costituisce, ancora oggi, la popolazione locale, quindi gli attuali sudditi di Re Carlo III.

Ma la storia rende sempre giustizia alla verità, come cercheremo di dimostrare attraverso questo modesto saggio, il quale ci porta al lontano 1881-1882, epoca nella quale il grande navigatore e ufficiale di Marina italiano, Giacomo Bove, portò a termine una fra le sue più importanti “missioni fuori area”: quella di esplorare la Patagonia e la Terra del Fuoco, per conto del Governo Argentino. Le attività del tenente Giacomo Bove si inseriscono in un ampio quadro di conoscenza, esplorazione e integrazione dell’Atlantico Sud, costantemente presente nel progetto nazionale argentino. Tali attività testimoniano, tuttavia, il legame funzionale e geografico delle Isole Malvinas con il resto dello spazio sudamericano e con le dinamiche economiche e scientifiche dell’area. Questi sono i fatti storici, che vogliamo proporre ai nostri lettori a pochi mesi dal 210° anniversario della proclamazione della Repubblica Argentina, avvenuta nel 1816, a sei anni dalla gloriosa “Revolución de Mayo[1].

Da un’occupazione immotivata ad una “guerra sbagliata” (1833 – 1982)

La Republica Argentina, sorta, come abbiamo appena ricordato, alcuni anni dopo i fasti della “Revolución de Mayo “, ereditò ovviamente tutti i possedimenti della ex colonia Spagnola del Rio de la Plata, ivi comprese le lontane isole Malvinas, e non solo quelle evidentemente, già di pertinenza della Corona di Spagna da data immemorabile. Sulle isole dell’Oceano Atlantico Meridionale vivevano, oltre ad una modesta Guarnigione e ad un Governatore, non pochi cittadini Argentini, fra pastori, gauchos[2] e pescatori, soprattutto abili balenieri. Il Regno Unito, che non aveva mai smesso di guardare avidamente alle vecchie Colonie spagnole (ricordiamo a tutti le tentate invasioni Inglesi del Rio de la Plata, nel 1806-1807[3]), il 3 gennaio del 1833, fece occupare le isole dalla Corvetta “HMS Clio”, comandata dal Capitano John James Onslow, il quale espulse le scarse truppe di Guarnigione, colà stanziate e che rispondevano agli ordini dell’ufficiale di Marina José María Pinedo. In seguito, l’Impero Britannico dichiarò la propria sovranità sull’intero arcipelago. Da quel momento in poi, l’Argentina non avrebbe mai rinunciato al proprio legittimo diritto di riavere indietro le isole, e lo avrebbe fatto in tutte le sedi e senza mai cedere a lusinghe o false promesse.

Copertina del libro di Bove sulla Spedizione in Patagonia e Terra del Fuoco

La letteratura storica ci conferma a pieno titolo questo assunto, dimostrando che la frase <<Las Malvinas son Argentinas>> non è uno slogan pubblicitario, ma è la rappresentazione evidente di un sentimento popolare: un sentimento che supera ideologie politiche e forme di Governo. Si tratta di un sentimento che solo gli Argentini e chi li ama può comprendere,  mentre per altri, troppi “esperti”, quello delle Falkland/Malvinas rimane sono un pretesto per abbonire il popolo e, quindi, sviare la Nazione dai suoi veri problemi. Quello delle Malvinas è invece – almeno a nostro avviso – un sentimento autentico, un desiderio anteriore: è lo stesso sentimento che induce una Madre a cercare i figlio smarrito, a riunire per sempre una famiglia disgregata. ma anche fondato su solide basi giuridiche e su dati storici. Ebbene, al di là dei giudizi storici riguardo alla sciagurata idea di un intervento militare, terminiamo questo capitoletto col ricordare ai più giovani che il 2 aprile del 1982, le isole furono occupate da una spedizione militare ordinata dalla Giunta Militare Argentina. Il giorno seguente, con la Risoluzione n. 502/1982, approvata a maggioranza, l’ONU ne chiese l’immediato ritiro. Il Regno Unito, colpito evidentemente nel proprio <<orgoglio imperialistico e coloniale>> reagì pesantemente all’offesa militare, tanto che l’allora Primo Ministro, la Signora Margaret Thatcher, inviò in Sud America una vera e propria task-force (navi da guerra, sottomarini nucleari, aerei e truppe addestrate), ricevendo, purtroppo, anche il supporto logistico da parte degli Stati Uniti, così come da altri Paesi confinanti con l’Argentina. Furono ben 649 i soldati Argentini (tra Esercito, Marina, Aeronautica e Gendarmeria Nazionale) a cadere in quella assurda guerra, mentre 255 furono quelli di parte Britannica. Dopo 74 giorni, il conflitto si concluse con la resa Argentina, il 14 luglio del 1982. Ma il conflitto militare non ha mai risolto né modificato la questione giuridica della sovranità, che resta distinta dall’uso della forza e continua a essere oggetto di una controversia internazionale. Ciò è stato riconosciuto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 37/9 del novembre 1982.

Dopo il ritorno della democrazia nel 1983, tutti i governi democratici argentini hanno ribadito il proprio impegno per una risoluzione pacifica, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale. Nel 1990 l’Argentina e il Regno Unito hanno ripreso le relazioni diplomatiche, ma il governo britannico si rifiuta tutt’ora di riaprire i negoziati bilaterali sulla sovranità. La questione delle isole Malvinas rimane pertanto ancora irrisolta.

Giacomo Bove Tenente di Vascello della Regia Marina (1881)

Giacomo Bove alla “scoperta” delle Isole Malvinas (1881 – 1882)

Nel corso del 1880, già famoso, sia in Italia che nei vari Paesi dell’Area Centro-Sud Americana, teatro dei suoi viaggi e scoperte, ma soprattutto a Buenos Aires, ove era Presidente del locale “Istituto Geografico Argentino”, l’ufficiale della Regia Marina Italiana Giacomo Bove, del quale ricorderemo la figura nell’ultimo capitolo del presente lavoro, tentò, invano, di convincere la “Società Geografica Italiana” di finanziare una sua iniziativa: quella cioè di esplorare l’Antartide. Si trattava di una proposta molto allettante per la “Società…”, ma che sfortunatamente non ebbe luogo a causa dei suoi altissimi costi. Fu a quel punto che il Tenente Bove accettò l’appetibile incarico che gli fu proposto dallo stesso Governo Argentino, quello cioè di esplorare la Patagonia e la Terra del Fuoco. Il Governo, tramite il proprio Ministero degli Esteri, ma soprattutto grazie al Capitano dell’Esercito Don Carlo Maria Moyano, membro dello stesso “Istituto Geografico Argentino”, chiese al Ministero degli Esteri e, ovviamente, a quello della Marina Italiani di concedere un <<congedo straordinario>> all’ufficiale della Regia Marina, il quale avrebbe preso imbarco su di una nave da guerra di quella Repubblica amica. La questione fu così ampiamente discussa anche a Venezia, ove il Bove, il Moyano e il Cav. Stefano Sommier avrebbero rappresentato la Repubblica Argentina, quali membri del citato Istituto Geografico, in occasione del terzo “Congresso Geografico Internazionale”, che si tenne nella città lagunare dal 15 al 22 settembre dello stesso 1881[4]. Come è facile immaginare, il Tenente di Vascello ricevette dall’Argentina tutte le possibili garanzie, sia di libertà d’azione, sia riguardo all’organizzazione della Spedizione. Fu così che l’ufficiale ebbe modo di comporre una vera e propria “équipe scientifica”, peraltro quasi tutta italiana, alla quale fecero parte il Geologo Domenico Lovisato, lo Zoologo Decio Vinciguerra, il Botanico (naturalizzato argentino) Carlo (Carlos) Spegazzini e l’ufficiale della Regia Marina Giovanni Roncagli, quest’ultimo abilissimo idrografo.

I gauchos argentini alle Malvinas (stampa del 1856)

Imbarcati sulla corvetta della Marina da Guerra Argentina “Cabo de Hornos” (acquistata in Norvegia nel 1877), al comando del celebre Ten. Col. Luis Pietrabuena (24 agosto 1833 – 10 agosto 1883), la “Missione Bove” salpò dal porto di Buenos Aires il 17 dicembre dello stesso 1881, dando così inizio ad una impresa davvero straordinaria: un’impresa che in seguito verrà documentata dallo stesso Bove, attraverso una propria pubblicazione, alla quale dirottiamo ovviamente il lettore più incuriosito[5]. Concludiamo questa parte del saggio evidenziando che la “Missione” (che ebbe la durata complessiva di otto mesi), nella sua seconda parte, dopo aver attraversato lo Stretto di Magellano, fu trasbordata sulla Goletta cilena “San Josè”, con la quale effettuò altre importanti osservazioni scientifiche. Ciò sino al 31 maggio dello stesso 1882, epoca nella quale la nave naufragò. Bove e i suoi compagni furono soccorsi dalla nave inglese “Aller Gardiner”, mentre il 1° settembre successivo la “Missione Bove” fece ritornò a Buenos Aires, affettuosamente accolta sia dalle Autorità politiche e militari, sia dai tanti italiani che popolavano allora la Capitale. Il legame di Bove con l’Argentina non finì lì, anzi da lì partirono altre incredibili avventure, sulle quali, purtroppo, non possiamo soffermarci[6]. Possiamo solo dire che l’affetto che l’Argentina riservò al grande navigatore e scienziato italiano è, ancora oggi, molto vivo e testimoniato da una montagna, da un fiume e da un ghiacciaio, nella Terra del Fuoco, nonché da un promontorio dell’isola di Dikson, nell’arcipelago delle Vega, a sud del Circolo Polare Artico, che ne portano orgogliosamente il nome[7].

I balenieri Argentini delle Malvinas nei ricordi di Giacomo Bove (febbraio 1882)

Port Stanley in una stampa inglese del 1856

Ancor prima della pubblicazione del richiamato libro, nel 1883, già nel corso dello stesso 1882 dunque, appena terminata la “Missione”, i resoconti del Tenente Bove furono ospitati dalla celebre <<Nuova Antologia>>[8]. In essi il Bove ricorda l’opera di soccorso svolta dalla baleniera Malvinese “Iuchetighiu” (secondo le fonti Argentine “Juchechetighiu”), della quale ne era Capitano tale Don Manuel Carrera, le cui generalità non appartenevano di certo ad un <<Suddito di S.M. Britannica>>. Il Bove cita Don Manuel in questi termini, ricordando la pericolosità delle acque nei pressi della celebre Isola degli Stati[9], che il Governo Argentino aveva assegnato al Ten. Col. Pietrabuena (il Comandante della “Capo Hornos”), presso la quale la Goletta Argentina si era fermata più giorni. Lasciamo, dunque, la parola al Tenente Bove: <<Il “Pactolus” Non fu il solo bastimento che ebbe bisogno di assistenza durante il nostro breve soggiorno nell’isola degli Stati. Il 21 Febbraio il baleniere Manuel Carrera della Goletta Malvinese “Iuchetighiu” incontrò nell’ancor raggio esterno di porto Saint John la nave inglese “Capricorn” che necessitava aiuto contro il fuoco che erasi spontaneamente impossessato del carbone di cui era carica. La nave aveva già perduto le sue ancore in sproporzionato fondo, e sarebbe certamente andata perduta, se non erano Don Manuel e la sua gente che trassero la barca al fondo del porto, ove la affondarono per spegnere il fuoco che in nessun altro modo era possibile dominare. Fra Don Manuel e il Capitano Thomas (secondo la versione Argentina della relazione Bove il suo cognome era Ress) della nave inglese, si venne ad una convenzione che il primo avrebbe messo a disposizione del secondo la sua Goletta per il trasporto alle Malvine dell’equipaggio naufragato e del carico sfuggito alle fiamme per una ricompensa del 48% del valore di quanto vi avrebbe potuto salvare, compreso la nave (la quale era stata rimessa a galla e ammarata a terra) qualora visitata fosse stata dichiarata atta ad alcun servizio. Tutto ciò passò naturalmente, ad insaputa nostra, poiché certamente noi non avremmo permessa che l’assistenza fosse in acque Argentine, venduta a si onerosi patti, e solo venimmo a conoscenza dell’accaduto in una visita da me fatta in Porto Saint John. Il secondo Davies del “Capricorn” rimasto in custodia della nave già abbandonata dal Capitano Thomas e dalla maggior parte dell’equipaggio, mi raccontò come il fuoco fosse stato dichiarato a bordo nelle vicinanze del Capo Horn, e come non appena riconosciuta tanta avventura il Capitano avesse ordinato di poggiare verso le Malvine. I venti costanti dal NE impedirono alla nave di raggiungere tali isole, e si fu con vera riluttanza per parte del Capitano e dell’equipaggio che l’ordine fu dato ed eseguito di dirigersi verso l’isola degli Stati. I giorni passati in mare in vani tentativi per afferrare le Malvine, furono quelli che decisero la perdita della nave>>[10].

Una baleniera nelle acque dell’Oceano Atlantico (OLio su tela autore ignoto)

Del baleniere Argentino Carrera non abbiamo altre notizie. Di lui ne parlò, infatti, il solo Tenente Bove, il quale lo citò per l’ultima volta in questo passaggio: <<È una dolorosa istoria quella dell’aspra guerra de che balenieri e pescatori arrecano a questo povero animale. Ora è quasi scomparso dall’isola degli Stati e raramente una nave vi potrebbe coprire le spese di armamento, ragione per la quale l’isola già tanto frequentata, ora è deserta. Solo Don Manuel col “Iuchetighiu” la visita annualmente; ma più dalla caccia, vi è attirato dall’umanitario sentimento di salvare le navi e gli equipaggi, che naufragano sulle coste dell’isola. Facilmente si comprende quanto vi sia di peloso in tali sentimenti, e come le spese delle sue escursioni siano abbondantemente coperte dai compensi ricevuti da questi aiuti. Benché Don Manuel abbia diritto alla riconoscenza generale, sarebbe ormai tempo che altri assumessero questo filantropico incarico con minore aggravio degli infelici naufraghi>>[11]. È improbabile, considerando il fatto che Bove era presente in Argentina da molti anni, che possa essersi verificato un errore d’interpretazione del cognome di Don Manuel, tanto che in una banca dati consultabile in Internet viene accostato a quello di Manuel Pereira o Pereyra, Capitano della nave “Tucutuyú”, barca da pesca uruguayana presente alle Malvinas attorno al 1874-1875, ipotizzandone addirittura la deformazione in Yiquitiyú, Juchechetighiu, Inchetiguichi o Iuchitiguichi[12]. È verosimile, invece, ritenere che il Carrera – cognome particolarmente diffuso in tutta l’Argentina – possa essere stato uno degli eredi di quegli ultimi Argentini che avevano popolato l’isola, prima dell’ignobile assalto inglese del 1833.

La pesca delle balene nell’Oceano Atlantico Meridionale (1847)

La Repubblica Argentina – non lo avevamo ancora ricordato – aveva preso ufficialmente possesso delle isole Malvinas il 6 novembre del 1820, a qualche giorno dallo sbarco a Puerto Soledad del Capitano David Jewett e della sua modesta Guarnigione militare. Al Governatore Jewett si sarebbero poi affiancati Jorge Pacheco, il quale si era distinto nelle recenti Campagne Indipendentiste e un mercante tedesco di origine ugonotta, tale Luis Vernet, i veri padri fondatori delle Malvine Argentine. Furono proprio loro, su mandato del Governo di Buenos Aires, a partire dal 1825, che avrebbero implementato la popolazione locale, con il trasferimento nell’arcipelago di varie famiglie provenienti dall’Argentina, grazie alla quale l’intera area geografica avrebbe prodotto beni e merci varie, utili alla stessa economia continentale. Anche se la maggior parte di loro avrebbe praticato la pastorizia come mezzo di sostentamento, non pochi sarebbero stati i pescatori, i gauchos e i cacciatori di balene. Il 10 giugno 1829 venne istituito il Governatorato, con base a Puerto Soledad, la c.d. “Comandancia Política y Militar de las islas Malvinas“, con giurisdizione sulle isole adiacenti al Cabo de Hornos. Si trattava, in buona sostanza, di un ente di controllo che avrebbe assicurato anche la sorvegliava sulla pesca marina, regolamentandola. Il 30 di agosto del 1829, infine, lo stesso Governatore Vernet proclamò la fondazione di Puerto Luis.

Giacomo Bove, una vita breve all’insegna della scienza (1852 – 1887)

Nato a Maranzana (Acqui) il 23 aprile del 1852, da Francesco Bove e Antonia Garbarino, proprietari di vari terre e vigneti, Giacomo Bove entrò nella Regia Marina nel 1872. S’interessò sin da subito di esplorazioni e studi geografici, tanto che la sua ricchissima biografia ci ricorda che già da Guardiamarina, mentre si trovava ancora in Accademia, in quel di Genova, ebbe l’opportunità di partecipare alla spedizione scientifica in estremo Oriente eseguita della pirocorvetta “Governolo”. Nel corso della medesima, il Bove si occupò di cartografia, la sua vera passione. Da Sottotenente di Vascello, nell’aprile del 1877 gli fu affidato il compito di studiare le correnti marine nello stretto di Messina, imbarcato sulla nave “Washington”. Nell’approfondire tale analisi avrebbe poi inventato una “scala di marea”, utilissima per le misurazioni idrografiche. Nel 1878 fece, invece, parte, in qualità di rappresentante dell’Italia,  della celebre spedizione con la quale la nave “Vega” (1878- 79), affidata al celebre Scienziato svedese Adolf Erik Nils Klaus Waldemar Freiherr von  Nordenskjöld, avrebbe circumnavigato la costa settentrionale della Siberia, giungendo  sino al Giappone. Promosso nel 1880 al grado di Tenente di vascello progetto una grande spedizione italiana al polo antartico e, frattanto, esplorò, come abbiamo prima ricordato, la Patagonia e la Terra del Fuoco (1881-82), indi le province Argentine di Misiones e di nuovo l’arcipelago di Magellano (1883-84). Nel 1885- 86 partecipò ad una missione Italiana in Congo, dalla quale tornò con idee contrarie a quelle del celebre Stanley, ma anche  con i germi della malaria. Pubblicò varie relazioni riguardo ai suoi viaggi e scoperte. Dimessosi dalla Regia Marina, Giacomo Bove divenne Direttore Tecnico della società di navigazione “La Veloce”. Ma, oramai, le sue condizioni psicofisiche erano peggiorate, anche a causa della malaria contratta nei suoi lunghi viaggi. Tornando in treno da Vienna e diretto a Genova, Giacomo Bove, appena trentacinquenne, in un momento di sconforto si suicidò nei pressi di Verona, il 9 agosto 1887, tirandosi un colpo di pistola alla testa.

Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare

[1] Il 25 maggio 1810 segna la data in cui ebbe fine la Rivoluzione di Maggio che coinvolse la città di Buenos Aires. Si trattò di un periodo di eventi, cruciali per l’intero Virreinato del Rio de la Plata, iniziato il precedente giorno 18 maggio e che avrebbe portò alla deposizione del Viceré spagnolo e alla formazione della “Primera Junta” (Prima Giunta ), vale a dire il primo Governo autonomo, interamente criollo. Con essa si diede inizio all’inesorabile percorso che avrebbe portato all’indipendenza degli Argentini dalla Spagna.

[2] Vengono così chiamati  i mandriani a cavallo delle Pampa del Sud America (Argentina, Uruguay, Brasile meridionale),ancora oggi simbolo della cultura tradizionale di quei Popoli e Nazioni.

[3] Cfr. Gerardo Severino, Le invasioni inglesi di Buenos Aires, in rivista <<Uniformi & Armi>>, n. 10/2002.

[4] Cfr. Società Geografica Italiana, Terzo Congresso Geografico Internazionale tenuto a Venezia dal 15 al 22 settembre 1881, Roma, Società Geografica Italiana, 1882, pag. 158.

[5] Cfr. Giacomo Bove, Patagonia – Terra del Fuoco – Mari Australi. Rapporto del Tenente Giacomo Bove Capo della Spedizione al Comitato Centrale per le Esplorazioni Antartiche, Parte I, Genova, Tipografia del R. Istituto dé Sordomuti, 1883. Ne fu pubblicata anche una versione Argentina dal titolo Informes Prelimenares presentados a S.S.E.E. los Ministros del Interior y de Guerra y Marina de la Republica Argentina por Giacomo Bove, Buenos Aires, Imprenta del Departamento Nacionad de Agricoltura, 1883.

[6] Tornato in patria, Giacomo Bove fu nominato, il 28 gennaio 1883, Socio Onorario della prestigiosa e selettiva “Società Geografica Italiana”. Il 10 gennaio 1884, accompagnato dalla moglie, e, sostenuto dalla numerosa e copiosa Comunità italiana in Argentina, tornò in Patagonia per raccogliere materiale antropologico, etnografico, zoologico e botanico.

[7]Vgs. Gerardo Severino, Giacomo Bove, un marinaio italiano al servizio dell’Argentina, in rivista <<Marinai d’Italia>>, n. giugno 2002.

[8] Cfr. Giacomo Bove, Viaggio alla Patagonia ed alla Terra del Fuoco, in <<Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti>>, vol. XXXVI, 12 dicembre 1882, pag. 733/801.

[9] L’isola dell’Argentina nota come “Isla de los Estados” si trova nell’Atlantico del Sud a est dell’Isola Grande della Terra del Fuoco. Appartiene al Dipartimento di Ushuaia della provincia Argentina della Terra del Fuoco, Antartide e Isole dell’Atlantico del Sud, e lo stretto di Le Maire, largo 24 km che la separa dalla penisola Mitre.

 

[10] Cfr. Giacomo Bove, Viaggio alla Patagonia ed alla Terra del Fuoco, in <<Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti>>, op. cit., pag. 747.

[11] Ivi, pag. 759.

[12] Cfr. https://www.drault.com/pdb/Personajes/piedra-buena-personas7.html.