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Il volontariato cattolico, laboratorio per l’emancipazione femminile

Dalle periferie esistenziali di fine Ottocento alle sfide della società multiculturale odierna. È la storia dell’ACISJF (Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane),  il racconto di un “femminismo della cura” che rivela come il volontariato cattolico sia stato un formidabile laboratorio di leadership e autonomia per le donne italiane, già prima del diritto al voto.​ Ad approfondire il ruolo ed il contributo delle donne cattoliche all’emancipazione femminile in Italia, è la storica Maria Luisa Sergio, docente presso l’Università Roma Tre. Come spiega la professoressa, quello dell’Acisjf, infatti, è un impegno che, partendo dal pensiero sociale post- Rerum Novarum, di fatto ha anticipato i modelli del moderno welfare. Ma che, nel corso della sua lunga storia, ha anche saputo intercettare l’evoluzione dei bisogni delle donne: dalle migrazioni interne del primo Novecento a quelle internazionali dei giorni nostri.
Professoressa, quali furono le motivazioni sociali e religiose che portarono alla nascita dell’ACISJF prima nel 1897 in Svizzera e poi in Italia nei prima anni del Novecento? 
L’istituzione dell’ACISJF si colloca nello scenario della trasformazione sociale di fine Ottocento caratterizzata dalle profonde fratture della modernità industriale. È in questo contesto che entra in scena Léon Genoud, un educatore laico cattolico che dirige la Scuola Tecnica di Friburgo, in Svizzera. Nel 1894 si trova a Budapest per lavoro ed entra in contatto con giovani connazionali, donne svizzere emigrate, finite in condizioni di sfruttamento, solitudine, miseria morale e materiale. Tornato a Friburgo, Genoud parla di quest’esperienza con Louise de Reynold, donna dell’alta società cattolica, sensibile alle questioni sociali. Insieme comprendono che non basta la beneficenza occasionale ma occorre un’organizzazione stabile, riconoscibile, capace di intercettare le giovani prima che cadano nelle reti dello sfruttamento. Nel 1897 nasce così, a Friburgo, l’Association Catholique Internationale de Services pour la Jeunesse Féminine. L’obiettivo è quello di accogliere le giovani donne sole e offrire loro un letto, un pasto, informazioni affidabili; sottrarle alla tratta, alla prostituzione forzata, alla violenza invisibile delle grandi città. Si consolida in tal modo l’idea che la fede cristiana debba tradursi in strutture, in presenza sulle strade, nelle stazioni, nei luoghi di transito. Tale modello arriva anche in Italia, dove la situazione è, se possibile, ancora più delicata. Nei primi anni del Novecento, le ragazze delle campagne piemontesi, venete, lombarde arrivano a Torino, Milano, Roma. Sono “di servizio”, mondine, operaie. Vivono in stanze sovraffollate, dormitori improvvisati, pensioni ambigue.
La Presidente Simona Saladini con l’assistente ecclesiastico nazionale Mons. Andrea Manto
Nel 1902 nasce la prima ACISJF italiana, a Torino. L’Associazione s’inserisce in una temperie già attraversata da forti tensioni: da una parte il movimento socialista e le iniziative laiche contro la tratta delle bianche; dall’altra il mondo cattolico che, grazie ad alcune figure come Rodolfo Bettazzi ed Elena da Persico, propone una risposta alternativa alla lotta di classe. Per i cattolici sociali, ispirati dalla sociologia cristiana del beato Giuseppe Toniolo, la questione femminile diventa soprattutto un problema di giustizia sociale. La giovane donna va protetta non perché “debole”, ma perché esposta a rischi strutturali prodotti dall’industrializzazione. L’ACISJF non offre elemosina ma orientamento, relazioni, una forma di famiglia sostitutiva. E soprattutto presidia i luoghi chiave della modernità: le stazioni ferroviarie, i porti, le città. In quest’ottica, le motivazioni sono insieme profondamente sociali e profondamente religiose, inseparabili fra loro. L’ACISJF nasce dalla consapevolezza che la fede deve “scendere dal treno”, mettere i piedi nella polvere delle strade, dove le giovani arrivano con una valigia leggera e nessuna certezza.
In un’epoca di forte esclusione femminile dalla vita pubblica e politica, che impatto ha questa esperienza sulla cultura dell’epoca, a livello ecclesiale e laico?
L’esperienza dell’ACISJF incide sulla cultura dell’epoca in modo decisivo perché s’inserisce in un contesto in cui lo Stato liberale è debole sul piano sociale e lascia ampi vuoti di tutela, soprattutto per le giovani donne migranti, lavoratrici, domestiche. Per esempio, la legge Carcano del 1902, dal nome del ministro delle Finanze del governo Zanardelli, Paolo Carcano, garantiva appena un mese di congedo per maternità, senza alcun diritto alla conservazione del posto di lavoro. Per le operaie di allora – spesso povere e sole o con mariti a loro volta operai o disoccupati – la nascita di un figlio si trasformava in una condanna alla disoccupazione e all’indigenza. In assenza di un welfare strutturato, l’Associazione costruisce forme concrete di protezione, mutualità e accompagnamento, operando nelle stazioni, nei porti, nelle città industriali. Tutto ciò produce un effetto culturale rilevante poiché prova che le donne non sono solo un “oggetto” di assistenza o un problema morale, ma soggetti capaci di leggere la realtà sociale e di organizzarvi risposte efficaci.
La valigia di Ruth
In un certo qual modo, l’ACISJF dialoga, pur da posizioni diverse, con il mondo socialista ed emancipazionista (si pensi all’Asilo Mariuccia fondato a Milano negli stessi anni nell’ambito dei comitati femministi contro la tratta delle bianche): il terreno comune è la lotta allo sfruttamento e alla violenza, anche se le motivazioni ideali divergono, perché il femminismo socialista prescinde dalla dimensione relazionale della donna e dalla centralità dell’istituto familiare, elementi che invece restano il perno etico e sociale dell’azione dell’ACISJF.
L’ACISJF nasce pienamente dentro il cattolicesimo sociale post-Rerum Novarum e riceve una legittimazione ufficiale dalle gerarchie ecclesiastiche. È riconosciuta come forma alta di carità organizzata, affidata alla protezione mariana della Madonna del Buon Consiglio, e – al tempo stesso – introduce una pratica che va oltre il tradizionale modello femminile domestico-devozionale.
Le donne dell’ACISJF escono dai salotti e dai recinti parrocchiali, si muovono nelle stazioni, trattano con autorità civili, gestiscono strutture complesse, affrontano problemi legali, lavorativi, abitativi.
È evidente che il volontariato cattolico attraverso organizzazioni come l’ACISJF offrì alle donne un 
laboratorio straordinario di autonomia e gestione. In che misura questo favorì l’emergere di una maggiore partecipazione e leadership femminile nella sfera pubblica e sociale, specialmente nel periodo tra le due guerre mondiali?
Tra le due guerre mondiali, il processo che abbiamo descritto diventa ancora più evidente. I conflitti costringono molte donne a occupare spazi che prima erano esclusivamente maschili e le associazioni cattoliche intercettano questo cambiamento. Pensiamo, nell’ambito della nascita dei rami femminili dell’Azione cattolica, a figure come la beata Armida Barelli che insisteva con forza su un punto decisivo: «oggi non basta la pietà, ci vuole anche la cultura». Le associazioni diventano così luoghi in cui s’impara a parlare in pubblico, a scrivere, a organizzare campagne, a leggere i fenomeni sociali. L’esperienza di Elena da Persico mostra in questo senso, con sorprendente chiarezza, questa direzione. Elena collabora con la Società internazionale per la protezione della giovane promuovendo società di mutuo soccorso, patronati, unioni professionali, intervenendo contemporaneamente nel dibattito nazionale sulla questione femminile, in occasione per esempio della Settimana Sociale dei cattolici italiani del 1908 a Brescia, dove è chiamata a relazionare sul tema Il dovere della donna cattolica nei tempi presenti. Non resta ai margini della vita pubblica tanto che nel 1919 aderisce al Partito Popolare di don Luigi Sturzo, testimonianza tangibile di una presenza femminile che non accetta più di essere solo “di contorno”. La svolta vera arriverà, però, con l’urto violento della storia, le due guerre mondiali, e soprattutto con ciò che accade in seguito. È in quel momento che la leadership femminile smette di essere una possibilità e diventa una necessità. Le donne si trovano a reggere, spesso da sole, il tessuto sociale.
Gruppo Acisjf Venezia
Gestiscono opere, assistono, amministrano, tengono insieme famiglie e comunità. In particolare, al termine del secondo conflitto mondiale, appare evidente che nulla può davvero tornare come prima, anche se molti tentano di ricondurre la società all’ordine precedente. L’Italia esce distrutta, attraversata da nuove povertà e da una coscienza femminile ormai matura. Anche l’ACISJF cambia passo. Non si tratta più soltanto di proteggere alcune giovani in difficoltà, ma di rispondere a bisogni diffusi, strutturali, che riguardano intere generazioni di donne. Nel settembre 1948, in un discorso rivolto alle congressiste dell’associazione, Pio XII coglie perfettamente questo momento storico. Definisce la loro missione una carità totale, insieme pratica e spirituale, capace di accoglienza concreta ma anche di rigenerazione morale. Riconosce apertamente la fatica di questo compito: non c’è più una singola “pecora smarrita” ma un intero gregge da accompagnare. Chiede di “agire in grande”, cioè di costruire opere all’altezza della complessità del mondo contemporaneo, e invita a trasformare le strutture di accoglienza in luoghi vivi, familiari, capaci di restituire dignità e futuro. Nel corso del tempo, tutto il mondo del volontariato ha dovuto adattare i propri servizi ai nuovi bisogni, conseguenza dei costanti cambiamenti socioeconomici.
Quali sono state le maggiori trasformazioni nell’identità del volontariato femminile cattolico e come, secondo lei, una organizzazione come ACISJF ha potuto mantenere la sua missione originaria in un contesto 
radicalmente mutato, passato dalla società rurale del ‘900 alla società moderna e multiculturale di 
oggi? 
Se si segue il percorso concreto dell’ACISJF, emerge chiaramente come l’identità del volontariato femminile cattolico non cambi sulla base di astratte scelte ideologiche ma perché a cambiare è il volto delle donne incontrate, nei luoghi e nei tempi precisi della storia. All’inizio del Novecento, tra il 1900 e la Prima guerra mondiale, l’ACISJF opera in un’Italia ancora prevalentemente rurale, segnata da migrazioni interne. I luoghi chiave sono le stazioni ferroviarie e le grandi città industriali, in particolare Torino. Le donne accolte sono giovani italiane che arrivano sole per lavorare come domestiche o operaie. L’identità del volontariato è in questa fase ancora chiaramente protettiva e preventiva: case di accoglienza, vigilanza, orientamento al lavoro,  difesa dalla tratta. Come abbiamo detto, è una risposta all’assenza di politiche pubbliche di tutela. Nella ricostruzione postbellica degli anni ’50 la società italiana si trasforma rapidamente. Emblematico è il caso di Ponte Chiasso che rivela appieno la capacità dell’ACISJF di preservare la propria missione originaria pur attraversando complesse trasformazioni storiche. Ora non si è più nella Torino industriale d’inizio Novecento, ma in un luogo percorso quotidianamente da
donne in transito, le lavoratrici frontaliere che vivono in scantinati e tuguri. Come già nelle stazioni ferroviarie dell’inizio del Novecento, anche a Ponte Chiasso l’incontro con la donna fragile avviene nel momento esatto in cui sta attraversando “una soglia”.
In questa periferia a nord-ovest di Como, opera Irma Meda che comprende subito come non occorra riprodurre il modello della “casa protetta” tradizionale ma serva piuttosto presenza, rapidità, capacità di intercettare nuove  vulnerabilità. Irma dedica il proprio tempo a sviluppare un laboratorio di abbigliamento dove giovani ragazze imparano a cucire e ricamare, in un ambiente accogliente in cui le proprie domande e aspirazioni personali  trovano spazio e si traducono in un concreto percorso educativo. Parallelamente, riesce a trasformare un ex biscottificio in una calda dimora per le donne senzatetto, riscaldata da una stufa a legna e resa confortevole da coperte e tendaggi donati da chi desidera partecipare a questa rete di generosità. Nel boom economico degli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 il cambiamento sociale è ancora più netto. Lo Stato sociale esiste ormai e l’ACISJF non agisce più per supplenza. Come emerge perfettamente dal libro Maria che scende dal treno. Acisjf, con le donne e per le donne da oltre un secolo di Anna Mirella Taranto, con la guida di figure come suor Alfa a Milano, l’accento si sposta sull’ascolto e sulla relazione personale. Le donne accolte non sono solo giovani lavoratrici, ma anche donne segnate da solitudini urbane, crisi familiari, marginalità non immediatamente visibili.

Negli anni Ottanta, sotto la presidenza di Emma Cavallaro, il volontariato femminile cattolico assume competenze nuove e dialoga con la società civile, professionalizzandosi senza rinunciare alla propria ispirazione evangelica. Le volontarie non sono più soltanto animatrici di opere caritative, ma figure preparate, capaci di leggere la complessità urbana, di collaborare con istituzioni pubbliche e di rispondere a forme di disagio legate alla solitudine, al lavoro precario, allo studio universitario fuori sede.  Durante gli anni Novanta e Duemila, con l’arrivo delle migrazioni internazionali il volontariato dell’ACISJF diventa interculturale, abitato da lingue, storie e ferite provenienti dai cinque continenti. L’associazione riesce a mantenere la propria missione originaria restando fedele ai suoi gesti fondativi, declinati ora in forme inedite. A Como, per esempio, nella struttura fondata da Irma Meda, giunge Giulia dall’Albania, incinta e sola. L’episodio, anche esso descritto nel libro Maria che scende dal treno, racconta un percorso concreto di rinascita: Giulia apprende la lingua, trova un’occupazione in una mensa, riprende fiducia nella vita. Anni dopo ritorna nello stesso luogo come volontaria, mostrando come l’accoglienza possa trasformarsi in restituzione e responsabilità condivisa.
Qual è, a suo parere, l’eredità più significativa lasciata dall’ACISJF e, più in generale, dal volontariato 
femminile cattolico italiano alla storia sociale del Paese e a quello che oggi definiamo Terzo Settore?
Fin dall’inizio l’esperienza dell’associazione riflette la consapevolezza che accogliere una giovane in difficoltà significa riconoscerla come figlia, sorella, soggetto capace di futuro. La “casa” non è il dormitorio, il ricovero, bensì uno spazio abitato da relazioni, calore, nomi pronunciati uno per uno. Questa visione lascia un segno duraturo nel Terzo Settore in Italia perché introduce un’idea d’intervento sociale fondata sulla prossimità quotidiana. Quando l’ACISJF apre case che somigliano a famiglie e insiste sul nome, sulla relazione stabile, sulla durata del legame, anticipa una logica che diventerà centrale nel welfare contemporaneo: la presa in carico integrale. Prima che esistano norme, registri o accreditamenti, l’Associazione pratica una forma di azione sociale capace
di tenere insieme spiritualità, competenza e responsabilità pubblica. È in questo intreccio che il volontariato femminile cattolico contribuisce a fondare una cultura del Terzo Settore non come semplice erogazione di servizi, ma come spazio civile generato da motivazioni profonde, da un’etica della cura e da una visione del bene comune radicata nella dignità umana.
Ma l’ACISJF, oltre a lasciare una eredità culturale significativa, ancora oggi è una realtà che quotidianamente lascia un segno concreto nella vita di centinaia di donne. In che modo secondo lei questa esperienza può continuare ad ispirare il volontariato e l’impegno sociale femminile in Italia?
La storia dell’ACISJF richiama l’immagine evangelica del lievito nascosto nella pasta e della donna che lo impasta finché tutta la massa fermenta (Luca 13,20-21). Il carisma dell’associazione, le Tre A – accogliere, ascoltare e accompagnare – rimanda infatti a una azione silenziosa, non visibile, che richiede tempo e continuità. Le volontarie dell’Associazione non intervengono dall’esterno, ma condividono con le donne  vulnerabili uno spazio di vita, giorno dopo giorno, attendendo che ciascuna “ritrovi il passo”, per poter
guadagnare il proprio posto nella società camminando sulle proprie gambe. L’eredità più profonda è, a mio avviso, antropologica e spirituale. L’ACISJF porta con sé un modo nuovo di guardare la donna in difficoltà insegnando a credere che ogni fragilità, se accolta dentro una relazione stabile, può trasformarsi in rinascita e in responsabilità restituita.
Laura Malandrino