Esploratori tra cielo e mare. De Pinedo e Campanelli celebrati dall’ANRP
Un saggio, due conferenze e una mostra per ripercorrere il grande volo di Francesco De Pinedo e Ernesto Campanelli che decollarono da Sesto Calende per fare tappa in Australia e in Giappone e ritornare in Italia “affiumando” sul Tevere. L’ANRP, l’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro Familiari, da sempre attenta alla storia e alla memoria, ha raccontato la grande impresa italiana del 1925 nell’anno centenario in cui i due pionieri del volo a bordo dell’S-16 SIAI ribattezzato da De Pinedo “Gennariello” compì la trasvolata. Un viaggio iniziato il 20 aprile 1925 e che toccò Melbourne e Tokyo per un totale di 55.000 chilometri suddivisi in 80 tappe e su cui il numero 9 de “Le porte della memoria”, collana pubblicata da MediaScape – Edizioni ANRP ha dedicato una monografia che vede la prefazione del Generale Ispettore Capo Basilio Di Martino, tra i più importanti storici dell’aviazione in Italia e all’estero.

De Pinedo “tra il 16 luglio e il 4 agosto guidò di persona la Crociera Aerea d’Olanda con tre S.16bis biposto sulla rotta Sesto Calende-Amsterdam-Roma, affrontando una serie di vicissitudini, tra le quali uno riuscito ammaraggio su terra, che ne rafforzano il legame con Campanelli – sottolinea nella prefazione del saggio dal titolo De Pinedo e Campanelli. Esploratori tra cielo e mare -. Imprese come questa e come l’anno dopo quella del “Gennariello” avevano la loro matrice nel prepotente sviluppo dell’aviazione durante la Grande Guerra, che schiuse al mezzo aereo orizzonti in precedenza soltanto sognati, e nella situazione creata dal rapido processo di smobilitazione che pressoché ovunque portò all’accantonamento di velivoli e aviatori, spingendo questi ultimi a contrastare questa tendenza ribadendo le potenzialità delle loro macchine, dando così il via a una stagione irripetibile che si sarebbe protratta fino agli anni Trenta, caratterizzata dal continuo superamento dei limiti di prestazione, in una vertiginosa corsa a stabilire sempre nuovi primati. La Grande Guerra aveva creato le macchine e gli uomini che diedero il via a questa incredibile avventura che proiettò l’aviazione al centro della scena e le diede un posto nell’immaginario collettivo che era il risultato soprattutto di imprese individuali, per il fascino esercitato dalla figura dell’aviatore inteso come eroe dei tempi nuovi a cui spetta aprire la strada verso il futuro – prosegue Di Martino -. Il volare è visto come un atto distintivo sul piano individuale, matrice di una aristocrazia del cielo accessibile con la capacità e con il merito che è in grado di asservire la tecnica agli ideali”.

Il volo di “Gennariello” e la trasvolata di Francesco De Pinedo ed Enrico Campanelli va inserito in un contesto storico, sociale e culturale dell’Italia degli anni Venti e Trenta. Un Paese che esce vittorioso dalla Grande Guerra proiettato verso un futuro che, purtroppo, condurrà verso il secondo conflitto mondiale. Un treno in corsa, quello su cui viaggiava l’industria aeronautica italiana nel periodo che va dal 1923 al 1939. Ogni impresa, record, successo viene legato alle potenzialità di una nazione che scommette nelle grandi imprese aviatorie. Un biglietto da visita che varca i confini della Penisola. Infatti, al netto della propaganda, basta scorrere i giornali dell’epoca, i quotidiani e i periodici, ma soprattutto la stampa specializzata, quella che faceva capo all’Editoriale Aeronautica, per capire come il Paese era proiettato verso un futuro che metteva al centro l’industria aeronautica1. Gli anni che seguirono la nascita della Regia Aeronautica furono caratterizzati da imprese compiute da piloti coraggiosi come Arturo Ferrarin e Guido Masiero: dal 15 febbraio al 30 maggio 1920, a bordo degli Ansaldo SVA-9, portarono a termine il raid Roma-Tokyo in 19 tappe, 18mila chilometri e 109 ore di volo. Certamente tutto ciò rientrava in un disegno propagandistico del regime politico di quegli anni, ma non era fine a sé stesso. I primati, le imprese e i record incoraggiarono e favorirono le industrie aeronautiche, le nuove rotte commerciali, i nuovi mercati che guardavano ai velivoli italiani come a un modello di eccellenza e affidabilità.

I risultati raggiunti da ingegneri, piloti e velivoli vennero raccontati da una schiera di “redattori aeronautici”, come li definì Italo Balbo, presenti in quotidiani come La Stampa, il Corriere della Sera e Il Messaggero. Tutti “cronisti dell’aria” pronti a narrare raid e trasvolate come quella del 20 aprile 1925 compiuta da Francesco De Pinedo a bordo di un SIAI S.16 battezzato “Gennariello” volando da Sesto Calende con destinazione Melbourne e Tokyo e ritorno[3]. Un’impresa che venne immortalata sulla copertina de La Domenica del Corriere ripercorrendo i 202 giorni di crociera in 80 tappe e 55mila km per 370 ore complessive[4]. Il marchio SIAI sulla Stampa, così come nelle pubblicità dei giornali, diventò sinonimo dell’ingegnere Alessandro Marchetti, un uomo che avrebbe firmato progetti prestigiosi che avrebbero dato lustro all’Italia nel mondo.

Una storia che l’ANRP ha promosso attraverso incontri e conferenze a Cagliari e a Roma, anche attraverso articoli e servizi televisivi che per tutto il 2026 hanno celebrato la mitica impresa che più di cento anni fa fece parlare i giornali del tempo di tutto il mondo. Un’impresa incredibile compiuta con un idrovolante con una pretesa: “Dimostrare – scrive De Pinedo nel suo diario – che si possa con un velivolo di tipo idrovolante viaggiare in tutto il mondo come e meglio che con un piccolo bastimento facendo leva solo sulle risorse locali”. L’itinerario doveva essere variegato dal punto di vista di clima e soprattutto geografico. De Pinedo si avvalse del materiale idrografico della Regia Marina e non mancarono difficoltà, peripezie e rischi. Tanto che l’anno successivo alla fortunata impresa, nel 1926, una speciale versione del “gioco dell’oca”, forse tra i più semplici e simpatici giochi da tavolo, venne dedicata a De Pinedo e Campanelli.

Il titolo era “Il volo d’oriente di Gennariello” ed era edito da “Il mondo dei piccoli”, una casa editrice di Milano, che non fece altro di riprodurre in un percorso di 80 caselle numerate le tappe distribuite su una carta geografica compiute da De Pinedo e Campanelli. Un gioco né tattico oppure strategico, ma divulgativo al fine di raccontare anche ai più piccoli attraverso l’uso di dadi e pedine a forma di S-16 l’avventura di “Gennariello”. Gli scali e le città toccate da De Pinedo e Campanelli con tutte le difficoltà del caso, dalle condizioni meteo fino alle avarie che venne accolto con entusiasmo. Tra le recensioni al gioco da tavolo spicca quella del comandante Vittorio di Sambuy che definisce De Pinedo “un aviatore molto marinaio”. Ed è proprio nel saggio edito dall’ANRP che si racconta anche questo aspetto di De Pinedo, ex ufficiale della Marina italiana, poi entrato nella Regia Aeronautica nel 1923.
De Pinedo tenne conto del pericolo di trovarsi in mare in balia delle onde lontano dalla costa e senza navi che all’orizzonte potessero prestare soccorso. In funzione di questo occorreva mettere in condizioni l’idrovolante di raggiungere la terra ferma. L’ipotesi di portare a bordo un motorino ausiliario del tipo usato dalle piccole imbarcazioni non era possibile sia per il peso di circa 25-30 kg sia perché un idrovolante in condizioni meteo-marine pessime avrebbe avuto criticità.
“Per questo pensai di risolvere il problema con la vela che la proprietà di aumentare la sua efficacia parallelamente alla forza del vento” scrisse in seguito De Pinedo che aggiunse: “L’apparecchio sotto l’azione del vento tende a disporsi con la prua nella direzione di esso, per effetto degli impennaggi di coda ed a causa della maggiore immersione a prua. Bisognò correggere questa tendenza spostando verso prua il centro di pressione del vento. Furono eseguite numerose esperienze, e la sistemazione velica si ridusse al semplice impiego di un fiocco all’estremità della prua. Le aste del fuoco e la pennola furono costruite in duralluminio e così pure il timone, la cui forma riuscì del tutto simile a quella di un timone da cutter”[1].
Il timone venne sistemato lateralmente allo scafo, il più possibile verso poppa. Per farlo funzionare sia come timone che come deriva “fu previsto che dovesse sempre trovarsi dal lato di sottovento, e per questo esso poteva indifferentemente sistemarsi sia sulla dritta che sulla sinistra dello scafo”[2]. Tutta la sistemazione velica si poteva montare e smontare in pochi minuti e alloggiare in apposite cappe nella coda. La pennola era innestata in un apposito alloggio sul longherone anteriore del piano centrale mentre l’asta del fiocco era di due pezzi smontabili.
Un’avventura, quella di De Pinedo e Campanelli, degna delle migliori tradizioni della letteratura di viaggio. Oggi, l’idrovolante resta ancora protagonista: i due autori francesi, il disegnatore Bastien Vivès e lo sceneggiatore Martin Quenehen firmano una trilogia dedicata al marinaio e aviatore del nuovo millennio tra geopolitica e attenzione ai problemi climatica. Corto Maltese con il suo vecchio amico pirata Marcus nel bellissimo L’isola di ieri accendono i motori di un idrovolante malconcio per salvare alcune isole che rischiano di sparire per l’innalzamento del livello dei mari. Negli anni Sessanta un gioco da tavolo viene dedicato a Tintin dal titolo Tintin e Milù dans le monde.
Nel 1992 il giornalista investigativo nato dalla matita di Hergé, insieme al suo cagnolino bianco Milù, va in giro per il mondo a risolvere enigmi e casi difficili pilotando il Bellanca P-300 Pacemaker, un idrovolante che vediamo comparire anche nell’albo Il Granchio d’oro, una delle storie pubblicate per la prima volta il 17 ottobre 1940, in piena occupazione tedesca del Belgio, sul settimanale di Le Soir.
I risvolti marinareschi e aviatori, tra cielo e mare, sono gli ingredienti perfetti per un’avventura da raccontare. Solo quella di De Pinedo e Campanelli è un’avventura vera. Basta leggere il volume che porta la firma dall’ufficiale della Regia Aeronautica l’anno dopo nel suo diario-libro pubblicato da Mondadori nel 1928 dal titolo Un volo di 55.000 chilometri.
Il volumetto è ricco di fotografie: di decolli e di ammaraggi; di gente festosa che accoglie i due trasvolatori. Ma c’è anche una mappa che mostra l’itinerario compiuto da De Pinedo e Campanelli.
Diari e memoria che fanno pensare a tutto quel filone narrativo che tra la fine della Grande Guerra e l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale annovera autorevoli firme di aviatori d’eccezione: Charles Lindberg (New York-Parigi senza scalo del 1928), Antoine de Saint-Exupery, i quali condividono la passione del volo e delle trasvolate con Italo Balbo, le cui crociere collettive sono rimaste memorabili, così come memorabile resta l’S.55, l’idrovolante che conquistò non solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo e le prime pagine dei giornali degli anni Trenta.

Il 7 novembre 1925 alle ore 15, l’idrovolante di Francesco De Pinedo ed Ernesto Campanelli dopo aver sorvolato e “toccato” tre continenti tocca le acque del Fiume Tevere all’altezza di Ponte Risorgimento. Un tratto di fiume al centro della città eterna che per sempre sarà conosciuto come “Scalo De Pinedo”. Quel giorno ali di folla si assieparono lungo il Tevere agitando i cappelli e salutando l’arrivo dei due aviatori. Il rombo del “Gennariello” si sentì in tutta la città prima dell’atterraggio. Ad accogliere De Pinedo e Campanelli il capo del governo Benito Mussolini, i vertici della Regia Aeronautica e decine di giornalisti che scrissero fiumi di parole e cronache aviatorie che ancora oggi sono da rileggere e ripercorrere per riscoprire il valore, il coraggio e la competenza degli uomini, ma anche l’affidabilità dei velivoli progettati e costruiti magistralmente dagli ingegneri italiani.
Il saggio “De Pinedo e Campanelli. Esploatori tra cielo e mare” è stato pubblicato grazie al supporto del personale del Centro Studi dell’ANRP, dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare e alla collaborazione della Società Italiana di Storia Militare.
Vincenzo Grienti
[1] F. De Pinedo, Un volo di 55.000 chilometri, A. Mondadori, Milano, 1928, pp.gg 268-271
[2] ibidem
[3] D. Zorini, I primati aeronautici italiani, Ufficio Storico Aeronautica Militare, Roma, 1999
[4] La Domenica del Corriere n.24 del 14 giugno 1925