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4 novembre 1942. Finisce la battaglia di El Alamein

Una pagina di storia scritta con il sangue e il coraggio dei soldati italiani che a El Alamein diedero prova di eroismo e dedizione all’Italia. Siamo in nord Africa: è il 1942, secondo anno di guerra per l’Italia entrata nel conflitto nel 1940. Nel deserto si combatte. Il generale Erwin Rommel, alla guida dell’ACIT, l’Armata corazzata italo-tedesca, aveva effettuato la seconda avanzata rapidamente. In quasi tre mesi l’avanzata delle divisioni dell’Asse aveva serrato il passo circa cento chilometri da Alessandria D’Egitto. Una “corsa” che metteva a dura prova anche l’arrivo dei rifornimenti. Non era una situazione facile, anche per via della guerra navale ai convogli che dalla Sicilia dovevano oltrepassare l’area di influenza di Malta, base della Royal Navy britannica nel Mediterraneo. Tobruk, espugnata dal XXXI guastatori del Maggiore Paolo Caccia Dominioni, era caduta di schianto, lasciando alle esauste truppe di Rommel ogni genere di materiali, mezzi, carburanti ed oltre 30.000 prigionieri.
Il Cairo sembrava a portata di mano e chi sperava di fermare Rommel per dare il via alla eliminazione di Malta con “l’Operazione C3”, andò a cozzare con la suscettibilità del Generale.
Sicuro di potercela fare con le forze a disposizione Rommel forzò la mano del destino e perse. Senza la possibilità di rifarsi.

“El Alamein è importante perché in questa località posta a 100 chilometri da Alessandria d’Egitto vennero scritte alcune pagine memorabili del nostro esercito – spiega il colonnello Fabrizio Giardini dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano -. Sono delle pagine di eroismo, di estremo sacrificio, riconosciute dalla storiografia nazionale e internazionale”.

“Dopo alcune vittorie, l’avanzata delle truppe italo-tedesche trovò il dispositivo britannico posizionato per una battaglia difensiva in corrispondenza appunto di El Alamein – aggiunge il colonnello Giardini -. Qui il deserto si restringe tra il mare e la depressione di Al Qattara. E’ un’area che difficilmente permette l’aggiramento e tra l’altro gli inglesi avevano iniziato a fortificare e a creare ostacolati minati già dal 1940, ossia due anni prima della battaglia di El Alamein. Il rapporto di forze era nettamente a favore dei britannici, sia per uomini impiegati, sia per mezzi che per rifornimenti”. Il 23 ottobre i britannici del generale Bernard Law Montgomery passano all’offensiva contro le truppe italo-tedesche guidate dal generale Erwin Rommel. “L’azione prese il via con un massiccio attacco di artiglieria – prosegue Giardini -. Dopo di questo le fanterie britanniche giunsero a contatto con quanto rimaneva dei capisaldi italo-tedeschi e qui travolsero alcune unità della Divisione Trento. A sud le unità della 7ª Divisione corazzata britannica riuscirono a forzare alcuni punti dei campi minati e a penetrare nella zona di sicurezza della Divisione Folgore ma la loro prosecuzione fu contrastata soprattutto dal Raggruppamento paracadutisti Ruspoli. La zona presidiata dalla Folgore resse l’urto britannico fino al 26 ottobre in situazione di scarsità di mezzi e anche se quelle postazioni furono sopraffatte e conquistate la difesa in generale tenne”.

“Il 27 ottobre, nel pomeriggio ci fu un violento contrattacco italo-tedesco con l’appoggio di forze aeree – sottolinea il colonnello Giardini – . Fu sferrato simultaneamente contro gli australiani e contro gli scozzesi, ma la loro azione fu contrastata dai caccia britannici. Anche le azioni terrestri italiane e tedesche vennero stroncate da un fuoco terrificante d’artiglieria. Le colonne d’attacco dovettero ripiegare dopo aver subito forti perdite”.

Il 28 ottobre Rommel, convinto che le unità italo-tedesche, non fossero più in grado di respingere le unità avversarie si convinse dell’opportunità di ripiegare su posizioni più arretrate, ma a livello politico l’ipotesi fu rifiutata nettamente. Lo stesso giorno neozelandesi e scozzesi dopo aspri combattimenti sommersero a tutti gli effetti un caposaldo della Divisione Trento. “La sera, dopo circa un’ora di fuoco, gli australiani lanciarono un nuovo violento attacco contro gli italiani e i tedeschi per scardinare le difese e proseguire lo sforzo in profondità – dice il colonnello Giardini -. Ma ancora una volta furono fermati e respinti. Il 1° novembre, all’ottavo giorno dell’inizio dell’offensiva inglese. Nonostante la sproporzione delle forze in campo, la difesa italiana continuava a tenere. Il 2 novembre dopo tre ore di preparazione con il fuoco di artiglieria e aviazione, il generale Montgomery lanciò l’attacco decisivo finale. A nord cominciarono i neozelandesi e gli scozzesi riuscendo a incunearsi tra le divisioni italiane Trieste e Littorio e a spingersi al di là del settore di competenza della Divisione Ariete che resistette eroicamente. Alle prime luci del giorno i reparti italiani e tedeschi rimasti contrattaccarono. Ci fu un’aspra e furibonda battaglia di carri armati che durò quasi tutta la giornata. Uno sforzo che, però, non riuscì a cacciare indietro l’avversario”.

Le perdite di uomini furono elevate da entrambe le parti. Il 4 novembre, alle 7 del mattino, i britannici riprendevano l’offensiva su tre direttrici diverse: “A nord gli australiani ripresero ad avanzare verso la costa, dove si scontrarono con le unità tedesche – chiarisce Giardini – a sud unità corazzate britanniche lanciarono l’azione contro i limiti di saldatura tra quello che restava delle Divisioni Trento e Ariete. La sera del 4 novembre il corpo d’armata italiano venne annientato”.

In Africa Settentrionale, il conflitto assunse un moto pendolare e, dopo le gloriose e sfortunate pagine dell’ottobre 1942 ad El Alamein, le unità ripiegarono fino in Tunisia dove furono costrette alla resa nel maggio 1943.

Oggi sul luogo della battaglia sorge un Sacrario al km 120 della litoranea Alessandria d’Egitto-Marsa Matruh. Si trova su un’ampia zona di terreno collinoso. Il toponimo arabo “Tel El Alamein” significa “la collina delle vette gemelle”. Tutto intorno si estende la vasta pianura desertica sulla quale si svolsero le grandi battaglie di El Alamein. L’opera muraria (su progetto di Paolo Caccia Dominioni, già Ufficiale del Genio alpino ed in Africa settentrionale Comandante del XXXI battaglione guastatori del Genio) si compone di tre distinti blocchi di costruzioni: il Sacrario propriamente detto, il complesso degli edifici situati lungo la strada litoranea, la base italiana di “Quota 33”.

Il Sacrario è costituito da una torre ottagonale, leggermente rastremata verso l’alto, che si allarga alla base in un ampio padiglione. All’interno sono custodite le Spoglie dei Caduti. Circa 500 metri a nord-ovest del Sacrario, su una collinetta, sorge la base italiana di QUOTA 33. Nei pressi vi sono i resti di un cimitero di carri armati, saccheggiato dai beduini. A Quota 33, dove si era sacrificato il 52° Gruppo Cannoni da 152/37 (10 luglio 1942), fu costruita nel 1948 la Base Italiana, donde mossero 355 ricognizioni desertiche per il recupero dei Caduti, con oltre 400.000 chilometri di percorso.

A cura dei Reduci del 31° Battaglione Guastatori d’Africa (al labaro: una medaglia d’argento e una di bronzo al V.M.) per ricordare i combattimenti di Marmarica, Tobruk, Alamein e Tunisia (1941-1943) e la successione missione (Alamein 1948-1961) agli ordini del Commissariato Generale Onoranze Caduti. Nel Sacrario riposano oltre 5.200 Salme Italiane provenienti dal Deserto. La missione partecipò pure al recupero di circa 6.000 Salme Tedesche o Alleate, e creò le opere architettoniche delle Necropoli Italiane di Alamein e Tripoli (Fonte: Esercito Italiano)

Per approfondire la battaglia di El Alamein basta andare nel sito dell’Esercito Italiano dove è possibile trovare le mappe interattive, le divisioni, gli uomini e i mezzi italiani usati durante gli scontri con gli inglesi dal 23 ottobre al 4 novembre 1942

 

El Alamein: storia di una battaglia (Fonte: Esercito Italiano)

Lo schieramento italiano  (Fonte Esercito Italiano)