26 aprile 1986: l’esplosione alla centrale di Chernobyl
La notizia del disastro di Chernobyl fa il giro del mondo. Sulla stampa italiana non mancano dibattiti e commenti. L’opinione pubblica europea è sconvolta. L’Unità parla di “catastrofe mai vista” dalle “conseguenze incalcolabili” mentre Giuseppe Zamberletti, allora ministro della protezione civile assicura “che per l’Italia non c’è rischio”. Tuttavia la nube tossica – titolano i giornali – è attesa sulle alpi italiane. Il 3 maggio un’ordinanza del ministro della sanità vieta in tutta la penisola per 15 giorni la vendita di ortaggi a foglia larga e la somministrazione di latte a bambini sotto i 10 mesi e alle gestanti. Sul quotidiano La Stampa di Torino Primo Levi in un fondo dal titolo “La peste non ha frontiere” si chiede se il mondo imparerà mai dalle proprie sciagure. “Purtroppo – commenta l’autore di Se questo è un uomo – la tecnologia e la biologia nucleare sono intrinsecamente ardue: ai profani è difficile fare il bilancio rischi-benefici. Ora profani siamo tutti: i pochi non profani sono parte in causa”. Nell’agosto dell’86, a Vienna, si riunisce l’Agenzia internazionale per l’energia atomica che, discutendo il dramma del dopo Chernobyl, stima che nei successivi 70 anni a causa delle radiazioni le vittime potrebbe essere circa 50mila.
Erano le 1:26 del mattino quando esplose un coperchio di 500 tonnellate del reattore. Si sprigionarono nell’aria 9 tonnellate di scorie radioattive. Le conseguenze di quella tragedia sono ben note: tumori, leucemie, cardiopatie e malformazioni in tutta l’area interessata ricadente nei territori ucraini, bielorussi e di due regioni della Russia occidentale.
La città simbolo del dramma è Pripjat, sorta a cinque chilometri da Chenobyl. Una città modello costruita per operai e lavoratori della centrale nucleare. Oggi è una città fantasma: i suoi 45.000 abitanti furono evacuati nel pomeriggio del 27 aprile dopo che la fuga radioattiva si era sprigionata da 36 ore. Quel giorno decine di autobus giunsero da Kiev per far salire a bordo decine di migliaia di persone, di corsa. Tutti abbandonarono le loro case nella convinzione di un rientro dopo pochi giorni. Così avevano annunciato le autorità. Non fu così.
il Governo dell’URSS e le sue decisioni attendiste non aiutarono. Solo il 28 aprile, quindi più di 2 giorni dopo l’esplosione, l’agenzia d’informazioni Tass pubblicò la notizia dell’incidente che “sprigionò una potenza equivalente a 500 bombe atomiche come quella sganciata asuHiroshima” (fonte: Ansa). La nube tossica causò la morte immediata di 31 persone e l’evacuazione di 400mila persone dall’area. Sulle cause pesarono errori tecnici, cattiva gestione e malfunzionamento dell’impianto.
Vincenzo Grienti
Fu Pino Scaccia il primo giornalista occidentale ad entrare nella città di Pryp’jat’ colpita dall’esplosione del reattore di Chernobyl. Una storia che a trent’anni da quel 26 aprile 1986 il grande cronista del Tg1 racconta nel suo blog “La Torre di Babele”
“Chernobyl in ucraino significa “le piante che crescono nella palude”. Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Il territorio è stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, può arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioè al livello numero due. Al di là, dove il tasso di radiazione è superiore di cinquanta volte a quello normale, è assolutamente proibito entrare – scriveva Pino Scaccia -. Grazie a Valerij ci fanno passare. Ma bisogna lasciare l’auto, salire su un pullmino della stazione e rispettare certe regole. Soprattutto non superare il limite di permanenza, fissato in cinque ore” .
Una testimonianza che l’inviato offre anche durante il programma TGtg di Tv2000 il 26 aprile 2016.