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Quando gli americani volevano Lampedusa

Mister Pinkney, plenipotenziario americano su incarico del presidente Madison, si imbarcò a bordo della nave di linea Washington, da 74 cannoni, l’ammiraglia della squadra mediterranea degli Stati Uniti comandata dal Commodoro Chauncey, con la quale si presentò il 13 di luglio del 1816 nel Golfo di Napoli. L’incarico era quello di farsi risarcire le navi e le merci sequestrate da Murat nel 1809.

La presenza della squadra navale americana suscitò grande apprensione, pochi mesi prima l’Ammiraglio Pellow comandante la Mediterrean Navy inglese si era presentato davanti ad Algeri per chiedere l’abolizione della schiavitù per i cristiani, avuta risposta negativa bombardò la città fino a silenziarla e ripeté la richiesta che stavolta fu accettata e 3000 schiavi principalmente italiani e spagnoli furono liberati.

Quindi presentarsi a riscuotere con una squadra navale a sostegno non era segno di buona diplomazia.

Intanto lo sbarco degli americani fu bloccato dalla necessità di una quarantena ed in effetti fino al 26 luglio gli americani non poterono sbarcare. Nel frattempo, il Marchese di Circello ministro napoletano degli affari esteri avvertì le potenze europee chiedendo protezione ed ottenne intanto l’appoggio della squadra inglese nel mediterraneo, il rilascio di alcune navi napoletane internate a Malta e lo schieramento di 12.000 soldati austriaci che armarono con cannoni pesanti tutte le fortezze di Napoli.

Il Regno delle Due Sicilie era in una fase delicatissima da poco si era insediato a seguito delle decisioni del Congresso di Vienna il Re Ferdinando 1° ed il ricostituito stato muoveva i primi passi in una situazione economica debolissima.

Quando il plenipotenziario americano poté al fine sbarcare venne ricevuto con grande amicizia e con grande rispetto verso la nazione degli Stati Uniti che rappresentava, ma si fecero orecchie da mercante sulle sue richieste di risarcimento per le azioni e per i danni causati dal Murat che anzi era conosciuto per aver dissanguato le finanze del Regno di Napoli tanto che il plenipotenziario americano visto che non riusciva ad ottenere alcun pronunciamento avverti il governo napoletano che avrebbe mandato una nota scritta al Marchese Circello  che si disse pronto a riceverla, cosa che poi in effetti venne fatta.

Nei colloqui gli americani fecero balenare la possibilità che se non c’era la possibilità di accordo economico si concedessero basi per la flottiglia americana a Messina o Siracura o si concedesse l’isola di Lampedusa. Ferma la risposta, questo avrebbe creato un precedente e dissapori con la Royal Navy a Malta, che non avrebbe gradito la presenza di una base americana nelle vicinanze. Anzi giungeva notizia che marinai di una nave da guerra americana sbarcati a Messina si erano scontrati con marinai inglesi offendendo l’ospitalità di Sua Maesta Ferdinando I° e quindi il governo di sua maestà invitava le navi da guerra americane ad evitare i porti della Sicilia.

Nonostante i solleciti, passò oltre un mese, visto che Mister Pinkney doveva raggiungere la sua destinazione a San Pietroburgo, il Marchese rispose che si dovevano consultare le carte ed una risposta sarebbe stata data quando possibile.

Appena l’americano partì per San Pietroburgo il governo napoletano rispose ed inviò la sua riposta all’ambasciatore di Napoli a San Pietroburgo affinché la facesse avere all’americano, che si trovò nell’impossibilità di rispondere direttamente ed inviò la risposta a Washington.

La risposta era chiara, il Governo di Napoli non si poteva accollare il debito perché: 1-Murat era un usurpatore con il quale i Borboni erano in guerra 2-I sequestri furono un atto di forzatura ordinato a Murat da Napoleone 3-i proventi del sequestro non andarono alle casse dello stato, ma ai beni personali di Murat.

La cosa creò un contezioso che si trascinò per decine di anni, ma gli americani si presero una lezione dal debole, ma determinato Regno delle Due Sicilie e Lampedusa la videro col binocolo.

Carlo De Falco-Ritratto di Francesco I

Quando, nell’estate del 1816, la gigantesca nave di linea Washington gettò l’ancora nel Golfo di Napoli, la città si trovò improvvisamente al centro di una delicata partita diplomatica. A bordo della nave da 74 cannoni, ammiraglia della squadra mediterranea degli Stati Uniti comandata dal commodoro Chauncey, viaggiava William Pinkney, plenipotenziario americano incaricato dal presidente Madison di ottenere il risarcimento per le navi e le merci sequestrate da Gioacchino Murat nel 1809.

La sola presenza della flotta americana bastò a far salire la tensione. Pochi mesi prima, l’ammiraglio britannico Edward Pellew aveva bombardato Algeri fino alla resa per costringere il dey ad abolire la schiavitù dei cristiani. In quel clima, presentarsi “a riscuotere” con una squadra navale non era un gesto rassicurante. E infatti, mentre gli americani erano costretti alla quarantena fino al 26 luglio, il ministro degli Esteri napoletano, il Marchese di Circello, si mosse con rapidità: avvertì le potenze europee, ottenne l’appoggio della Royal Navy nel Mediterraneo, il rilascio di alcune navi napoletane trattenute a Malta e lo schieramento di dodicimila soldati austriaci che armarono con cannoni pesanti le fortezze di Napoli.

Il Regno delle Due Sicilie era in una fase fragile, appena ricostituito dopo il Congresso di Vienna e con un’economia allo stremo. Eppure, quando Pinkney poté finalmente sbarcare, fu accolto con grande cortesia ma con altrettanta fermezza. Le richieste americane di risarcimento vennero ascoltate, ma non accolte. Murat, ricordarono i ministri napoletani, era stato un usurpatore; le sue azioni non potevano ricadere sul restaurato governo borbonico, già dissanguato dalle follie finanziarie del re francese.

Di fronte all’impasse, gli americani lasciarono intendere che, in mancanza di un accordo economico, si sarebbe potuto discutere della concessione di una base navale a Messina, Siracusa o addirittura dell’isola di Lampedusa. La risposta fu immediata e categorica: una presenza statunitense così vicina a Malta avrebbe irritato la Royal Navy e creato un precedente pericoloso. A complicare ulteriormente la situazione arrivò la notizia di uno scontro tra marinai americani e inglesi a Messina, episodio che spinse il governo borbonico a invitare le navi statunitensi a evitare i porti siciliani.

Passarono settimane senza una risposta formale. Pinkney, che doveva proseguire per San Pietroburgo, lasciò Napoli senza aver ottenuto nulla. Solo dopo la sua partenza il governo napoletano inviò la risposta ufficiale, recapitata tramite l’ambasciatore a San Pietroburgo. La posizione era netta: il Regno delle Due Sicilie non riconosceva alcun debito perché Murat era un usurpatore, i sequestri erano stati ordinati da Napoleone in un contesto di guerra e i proventi non erano entrati nelle casse dello Stato, ma in quelle personali del re francese.

Il contenzioso si trascinò per decenni, ma un punto fu chiaro fin da subito: gli Stati Uniti non ottennero né il risarcimento né tantomeno Lampedusa. Il giovane e debole Regno delle Due Sicilie, sostenuto da una diplomazia accorta e da un equilibrio internazionale favorevole, riuscì a respingere le pressioni della potenza emergente d’Oltreoceano. Una vicenda poco nota, ma significativa: nel Mediterraneo dell’Ottocento, anche i piccoli potevano dire no ai grandi — e farsi rispettare.

Paolo Pescucci