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Da Torino a Modica: il cacao ecuadoregno e la tradizione dolciaria italiana

Nei giorni 19 e 20 settembre, l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia, Dottor Esteban Assar Moscoso Bohman, accompagnato da Max Alejandro Coello Aguilar, Director of Pro Ecuador Italy -Trade Commissioner of Ecuador, ha compiuto una visita ufficiale a Modica, la bellissima città del Ragusano, famosa, oltre che per la sua straordinaria storia architettonica, anche e soprattutto per il suo celebre cioccolato, la cui produzione – in pochi lo sanno – è strettamente legata al bellissimo Paese del Centro-America, il quale, ancora oggi, è uno dei principali produttori di cacao al mondo. Ospiti del Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica, dell’Istituto “Principi Grimaldi” e dell’intera Città di Modica, i due illustri cittadini Ecuadoregni hanno avuto la possibilità di conoscere da vicino la tradizione cioccolatiera Modicana, peraltro incontrando gli esponenti delle varie aziende produttrici del cioccolato di Modica IGP. In tale ambito è scaturita una iniziativa che fa ben sperare, non solo riguardo al mantenimento di un’antica tradizione che utilizza da anni il cacao Equadoregno, ma che promette anche l’avvio di una più solida collaborazione tra i produttori di cacao Ecuadoregni e i cioccolatieri di Modica: una collaborazione che si dovrebbe concretizzare con la costituzione di una Società, grazie alla quale si produrrà a Modica la pasta di cacao a partire dalla materia prima proveniente dell’Ecuador, la cui qualità è sicuramente la prima al mondo.

L’Ambasciatore dell’Ecuador, al centro, durante la visita al Consorzio cioccolata IGP di Modica

Ebbene, questa felice evenienza, la quale giunge non a caso in occasione dei 125 anni dell’avvio ufficiale dei rapporti diplomatici Italia-Ecuador, sorti nel 1900 con l’istituzione delle Legazioni di Roma e Quito[1], ci consente di tracciare un breve profilo storico riferito all’importazione del cacao, la cui origine risale ai tempi dei Regni di Napoli e Sicilia, allora sotto il dominio Spagnolo, per poi consolidarsi sotto il  Regno di Sardegna e delle Due Sicilie, i principali Stati preunitari Italiani che, ancor prima dell’unità d’Italia, iniziarono ad importare dall’Ecuador la preziosa sostanza naturale.

Il cacao in Europa e in Italia. Brevi cenni storici

Prima che il Genovese Cristoforo Colombo scoprisse l’America, il fatidico 12 ottobre del 1492, la pianta del cacao era conosciuta ai soli nativi, i quali godevano dei suoi benefici da secoli, utilizzandola quale alimento quotidiano. Dalle fave del cacao macinato formavano il loro pane, mediante il quale – secondo vari storici – gran parte della stessa popolazione raggiungeva anche i cento anni di vita. Fra gli assertori di tale teoria vi fu lo storico e scienziato Giovanni de Cardenas, il quale a partire dal 1604 andò affermando che il cacao <<…giova alla digestione, eccita l’appetito, accresce le forze e apporta brio>>[2]. A fargli eco, qualche decennio dopo, vi fu il medico francese Buchat , il quale, nel 1684, evidenziò come il cacao meritava maggior importanza, ancor più del nettare e dell’ambrosia, tanto da essere definito “Cibo degli Dei”. Un secolo dopo, infatti, il botanico svedese Carl Nilsson Linnaeus, nel suo nuovo metodo di classificare le piante, designò quella del cacao col nome di “Theobroma” (dal greco “Theos”, Dio, e “Broma”, cibo). Nella nostra Penisola il primo a introdurre il cacao fu il viaggiatore fiorentino Francesco Carletti, sul principio del XVII secolo. Fu lo stesso Carletti, ad onor del vero, a far conoscere in tutta Europa il metodo onde trasformare le fave di cacao in delizioso cioccolato, metodo che sino ad allora era rimasto gelosamente custodito dai maîtres chocolatiers della Corte Spagnuola.

Ecuador – La raccolta delle fave di cacao in una foto degli inizi del Novecento

La cioccolata – non lo avevamo ancora ricordato – si produceva attraverso la tostatura e la macinazione delle fave di cacao, prodotto al quale si aggiunge lo zucchero. Riguardo all’etimologia del termine, quella più attendibile ci porta a Thomas Gage, il quale nel 1648 evidenziò che la parola “cioccolato” era formata da “atle”, che in lingua Messicana significa acqua, e dal suono che produce il frullamento del cacao nell’acqua, quindi “choco, choco, choco”, poiché l’uso del frollino per tale scopo è in America di remotissima data. Da quel momento in poi le Corti di mezz’Europa, comprese quelle che dominavano la Penisola italiana, si prodigarono onde far giungere dalle lontanissime Americhe, soprattutto dall’odierno Ecuador (che già allora era il maggiore fornitore della Corte Spagnola), considerevoli quantitativi di cacao, poi lavorato da sapientissime mani. Gran parte del merito va ascritto ai Gesuiti e ai frati di vari Ordini monastici, i quali non solo importarono in Europa, tornando dalle Americhe, il cioccolato, ma ne furono degli eccellenti cultori e fabbricanti, tanto che lo stesso Gesuita Tommaso Strozzi descrisse in versi latini il modo di confezionare il gustoso prodotto nella sua opera dal titolo “De chocolatis opificio”, edito a Napoli nel 1689. La città di Napoli, così come l’intero Regno si trovavano allora sotto il dominio Spagnolo, che vi nominò un Viceré, e questo, come è facile intuire agevolò non poco l’importazione del cacao dalle Colonie Americane, quindi dal Centro al Sud America. Tra le regioni che si trovavano sotto la Corte di Madrid vi era anche il Regno di Sicilia. Ciò almeno sino al 1516, epoca nella quale il Regno passò, con Carlo V, agli Asburgo, continuando a essere governato attraverso la figura del Viceré. La grande isola del Mediterraneo, dopo la parentesi Sabauda e nuovamente quella Asburgica, fece ritorno alla Dinastia dei Borbone di Spagna nel 1735, con Re Carlo III.

Dall’Ecuador alla Penisola italiana. La secolare importazione del cacao dall’Ecuador

Ebbene, a partire dunque dal 1735, tornata anche la Sicilia sotto i Borbone di Spagna, l’isola si sarebbe giovata delle non poche facilitazioni commerciali date dall’abbattimento dei c.d. “Dazi doganali” d’importazione, anche riguardo alle merci provenienti dai Vicereami Spagnoli operanti nel Centro-Sud America. Ecco riprendere, e per grossi quantitativi, l’importazione del cacao di coltivazione Ecuadoregna, una delle specie più elevate dal punto di vista qualitativo, come quelle coltivate in Brasile. Ebbene, già nel corso del Settecento, dall’odierno Ecuador al Brasile, erano rigogliosissime le piantagioni di cacao, una pianta che può raggiungere anche gli otto metri d’altezza e caratterizzata da un’ampia chioma. Dai suoi rami pendono i frutti, che sono di forma ovale, leggermente appuntati, lunghi circa 25 cm. Dentro ciascun guscio si trovano, serrate in una polpa rossiccia e dolciastra, dalle 20 alle 40 fave, il frutto propriamente detto. Le piante di cacao prosperano soltanto nei terreni caldi, ma abbisognano di essere costantemente irrigate, vivendo ad una temperatura costante dai 24 ai 28 gradi centigradi, ideale proprio nei Paesi dell’America Centrale. Inizialmente, almeno in Piemonte e nel Regno delle Due Sicilie, fu proprio il Brasile il principale Paese dell’area Latino-Americana ove gli Stati italiani importavano i maggiori quantitativi di Cacao. Anche per tale ragione erano sorti i Consolati del Regno di Sardegna e delle Due Sicilie in quel di Rio de Janeiro. Fu, tuttavia, solo dopo il raggiungimento dell’autonomia definitiva (1830) che i predetti Stati italiani iniziarono ad importare cacao anche dall’Ecuador, Paese che sino ad allora aveva fatto parte della Confederazione di Stati chiamata “Gran Colombia”. Ciò coincise con la scoperta del metodo di estrarre il burro di cacao dalle fave, brevettato solo nel 1828 e grazie al quale aumentò in tutta Europa la produzione del cioccolato. Ebbene, l’importazione delle fave di cacao dall’Ecuador (Paese che per gran parte dell’Ottocento fu chiamato in Italia “Equatore”), proseguì, anzi aumentò vertiginosamente anche dopo l’unificazione nazionale del 1861, come ci confermano le statistiche commerciali pubblicate nel corso degli anni, con la relativa indicazione dei quantitativi importati da tale Nazione e del relativo costo economico sostenuto. E ciò – si badi bene – nonostante le grosse difficoltà rappresentate dallo stesso traffico marittimo transoceanico.

Ecuador – Anno 1907 – L’essiccazione della fave di cacao

Come ebbe ad evidenziare il Cav. Roberto Magliano, allora Incaricato d’Affari d’Italia in Ecuador e Guatemala, con una nota spedita a Roma da Città del Guatemala il 31 marzo del 1888: << Gli italiani dell’Equatore, come pure coloro che in quel paese hanno relazione di commercio col Regno, fanno voti perché la benemerita Navigazione Generale estendendo la sua linea del Pacifico, mandi ogni due o tre mesi un vapore a Guayaquil, per facilitare l’importazione dei prodotti italiani, ed eziandio l’esportazione in Italia dei vari prodotti del paese, che avrebbero nel paese facile e conveniente smercio, come per esempio, il cacao che costituisce la principale ricchezza dell’Equatore, e che ha realmente una notevole importanza. Il valore dell’esportazione dall’equatore nel 1885 è asceso a franchi 33.404.075 ed a formare questa cifra il solo cacao concorre per la somma di franchi 25.404.509. L’esportazione di tale ricco prodotto negli anni 1886-87 andò notevolmente aumentando, procurando buoni carichi completi ai vapori mercantili che salparono da Guayaquil. Precisamente col cacao fece ottimi noli i vapori della nuova linea francese, che andò a disputare in quel porto il monopolio della Pacific Steam Navigation Company>>[3]. Agli inizi del Novecento, allorq1uando l’Italia e L’Ecuador sottoscrissero – era il fatidico 12 agosto del 1900 – il primo “Trattato di amicizia, commercio e navigazione”, l’Ecuador viene riconosciuto come <<il più forte produttore di cacao (28.433 tonnellate nel 1904)>>, come evidenzia una corrispondenza pubblicata sulla <<Gazzetta Ufficiale>>[4].

Grandioso il suo ricorso da parte delle numerose fabbriche di cioccolato sparse nella Penisola, da Torino a Modica, per l’appunto. Di tale aspetto ne avrebbe dato ampia descrizione, nel corso del 1929, il Prof. Italo Paviolo, già consulente tecnico ad honorem della Direzione Generale dell’Agricoltura, che dal 1920 viveva in Ecuador[5], autore del saggio dal titolo “Il Cacao prodotto nella Repubblica dell’Equatore ed il fabbisogno dell’industria cioccolatiera italiana”, pubblicato nel 1929 sulla rivista <<L’Agricoltura coloniale. Organo dell’Istituto Agricolo Coloniale Italiano e dell’Ufficio Agrario Sperimentale dell’Eritrea>>. Il ruolo – a questo punto privilegiato – che la Repubblica dell’Ecuador avrebbe avuto e mantenuto con l’allora Regno d’Italia fu riconosciuto anche a livello diplomatico, tanto che il 23 settembre del 1938, allorquando fu resa ufficiale l’entrata in vigore delle c.d. “Istruzioni Addizionali” al vecchio “Trattato di amicizia, commercio e navigazione”, stilato dal Regno d’Italia e la Repubblica dell’Ecuador nel 1900, il Ministero degli Affari Esteri comunicò alla Legazione d’Italia a Quito che il Governo italiano, sulla base dell’art. 3 s’impegnava ad acquistare dall’Ecuador, entro l’anno di entrata in vigore del medesimo accordo il 18% del cacao, per complessive £. 1.440.000. Una quota parte di tale prezioso alimento fu, quindi, destinata alla nostra bellissima Modica, la gloriosa Capitale della storica “Contea di Modica”, la quale già da diversi secoli faceva parlare di sé grazie alla bontà del suo cioccolato, prodotto – secondo il metodo importato dagli stessi Spagnoli – seguendo la tradizione Messicana. Si tratta di una lavorazione che dava origine al c.d. “xocoàtl”, un prodotto ricavato dai semi di cacao triturati mediante una pietra di macina chiamata metate, la quale, almeno secondo alcuni storici, pare fosse stata portata a Modica da alcuni “ebrei erranti”, sin dai tempi della “diaspora spagnola” (in verità è ipotizzabile qualche decennio dopo il 1492). Ancora oggi il cioccolato di Modica viene lavorato con metodo tradizionale, raggiungendo una produzione annua di circa 20 tonnellate, gran parte delle quali destinate ai grandi circuiti Europei e nazionali, ove rappresenta quella punta d’eccellenza della quale la città Ragusana deve andar fiera. E lo sarà, molto probabilmente, anche nei prossimi anni, appena avrà modo di partire il progetto Italo-Ecuadoregno del quale abbiamo trattato in apertura.

Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare

 

[1] Cfr. Gerardo Severino, Italia – Ecuador. I rapporti diplomatici fra Italia ed Ecuador. Una storia iniziata nel 1850, speciale n. 57 di www.reportdifesa.it, 30 agosto 2025.

[2] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Diva Caraca. Curiosità storiche, aneddoti e varietà sul cacao”, in <<Almanacco Italiano -Anno 1905>>, Firenze, Bemporad e F., 1905, pag. 489.

[3] Cfr. “Interessi italiani nell’Equatore. Brevi cenni del cav. Avv. Roberto Magliano, regio incaricato d’affari a Guatemala”, in <<Bollettino del Ministero degli Affari Esteri>>, Vol. II, Fasc. 1, luglio 1888, Roma, Tipografia del Ministero degli Affari Esteri, 1888, pag. 372.

[4] Cfr. corrispondenza dal titolo “Il raccolto mondiale del cacao”, in <<Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia>>, n. 97, 25 aprile 1906, pag. 1907.

[5] Assunto come esperto agrario presso la Legazione d’Italia a Quito, collaborando attivamente con la celebre “Compagnia Italiana dell’Equatore”, diretta dall’Ing. Leopoldo Parodi Delfino, il Prof. Paviolo divenne anche consulente del Ministero dell’Agricoltura Equadoregno. Suo un progetto di istituire delle Colonie Agricole italiane in Ecuador, che purtroppo non fu portato a termine a causa dello scarso interesse da parte bdei due Governi in carica.