Giorni di Storia

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29 agosto 1945. Il ritorno dalla prigionia di Giuseppe Avolio

Per mio padre i compleanni sono sempre stati due: il più importante non era l’8 dicembre, appunto il giorno della sua nascita, ma il 29 agosto, perché fu allora, nel 1945, quando ancora non aveva compiuto ventun anni, che ci fu la sua “rinascita”, e cioè la fine del lungo viaggio di ritorno dalla prigionia in Germania, prima a Lathen e poi a Remscheid, nella Renania-Vestfalia. Quando scese dal treno, alla stazione di Napoli Mergellina, il padre – che lavorarava lì come operaio delle Ferrovie – sul momento non lo riconobbe. E non perché fosse particolarmente emaciato o indebolito (in gioventù era sempre stato molto magro, perché di poco appetito, e questa fu una delle caratteristiche che gli consentirono di sopravvivere), ma perché da un lato l’emozione, dall’altro i cambiamenti che gli ultimi due terribili anni avevano disegnato nella fisionomia del volto del figlio (e che solo il tempo avrebbe poi provveduto a cancellare) ritardarono di qualche secondo lo scoppio di una gioia incontenibile, che tuttavia quelle generazioni erano spesso, un po’ ovunque, capaci di attenuare nelle sue manifestazioni più estreme. Lacrime, abbracci, certo, ma anche incredulità, e poi il riabituarsi all’idea di avere di nuovo un figlio che si pensava ormai perduto per sempre.

La prigionia, iniziata con la cattura l’8 settembre del 1943 a Torino – quando il generale Enrico Adami Rossi si arrese ai tedeschi senza colpo ferire -, era stata dura, con turni massacranti in una fabbrica di armi, e poi durante il lungo, rigidissimo inverno del 1944-45, quando anche i tedeschi stavano ormai per esaurire le scorte di cibo. Liberato dalle truppe americane, mio padre fu visitato da un medico di origine napoletana, un lontano cugino della madre, il quale ne accertò il peso (38 kg!), ma anche uno stato di salute complessivamente buono. L’allegria dei soldati italo-americani, felici di ritrovare dei “paesani” sulla loro strada, con cui scambiare qualche parola in italiano o in dialetto, fu uno dei primi segnali del ritorno alla “normalità”, ritorno che mio padre volle favorire tramite la pubblicazione di un giornalino, La libera uscita, destinato agli ormai ex prigionieri di guerra italiani della zona. Duro e difficile fu però anche il viaggio di ritorno (anche se non drammatico come quello di “andata”, nel 1943, durante il quale diversi soldati persero la vita nel tentativo di fuggire gettandosi dal treno): i gruppi di ex prigionieri si spostavano a piedi o con mezzi di fortuna in una Germania ridotta in macerie, incontrando una popolazione impaurita o sospettosa. Una notte furono ospitati da alcune anziane signore, che, rassicurate delle loro buone intenzioni, espresse in tedesco da mio padre, offrirono un letto e qualcosa da mangiare. Prima di mettersi tutti a tavola, le signore vollero formare con i commensali una sorta di catena, scambiandosi a turno un bacio: un piccolo “rito” che nella nostra famiglia si ripete ancora oggi in occasione di compleanni, onomastici e feste comandate, a ricordo del ritorno alla libertà e di quel lungo viaggio conclusosi il 29 agosto 1945.

Breve biografia di Giuseppe Avolio
Napoletano, di famiglia socialista, reduce da due anni di prigionia in un lager nazista durante la seconda guerra mondiale, Giuseppe Avolio (1924-2006) fu impegnato fin da giovanissimo nella politica a favore dello sviluppo agricolo e del Mezzogiorno, diventando nel 1955 dirigente dell’”Alleanza nazionale dei contadini”, al fianco prima di Ruggiero Grieco e poi di Emilio Sereni. Deputato per tre legislature, fino al 1972, prima col PSI e, dal 1964, col PSIUP, (fondato dal suo maestro politico, Lelio Basso), diresse per anni l’organo di questo partito, “Mondo nuovo”, e partecipò attivamente al dibattito parlamentare di quegli anni.
Nel 1977, al termine del processo noto come “Costituente contadina”, fondò e diresse fino al 2000 la “Confederazione italiana coltivatori”, poi “Confederazione italiana agricoltori (CIA)”, primo e finora unico esempio di organizzazione professionale del tutto autonoma dei partiti, dai sindacati e dai governi.
Pochi come lui si sono battuti per la dignità, la crescita e lo sviluppo di quello che veniva chiamato, giustamente, “settore primario”. Oggi, in diversi casi, non solo si fa tesoro delle sue idee, ma si traggono profitti e perfino si costruiscono imperi semplicemente utilizzando i concetti e le parole d’ordine da lui elaborate per la prima volta decenni fa (“Tutela della tipicità e della qualità”, “Produrre meno, produrre meglio”, Patto alla pari fra agricoltura e industria”, “Da agricoltori a imprenditori “).

Francesco Avolio
Lunguista – Università degli Studi dell’Aquila