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Trasvolatori Atlantici, la via della storia aeronautica passa per le imprese degli S.55

Può capitare, passeggiando in una qualsiasi città italiana, di alzare lo sguardo verso una targa toponomastica su un muro bianco e leggere un nome che non dice nulla “Via dei Trasvolatori Atlantici”. Per un giovane che va in fretta al lavoro o per un adulto che accompagna i figli a scuola, quelle parole evocano forse un vago senso di avventura, l’idea di qualcuno che molto tempo fa ha avuto il coraggio di solcare l’oceano in solitaria. Eppure, dietro quella dedica anonima si nasconde una delle pagine più straordinarie e oggi quasi dimenticate dell’Italia del primo Novecento. Non si trattava di singoli eroi solitari, ma di squadre intere, di uomini che volavano insieme, stretti in cabine di idrovolanti fragili come barche di legno, spinti da un sogno collettivo chiamato Atlantico.

Per capire chi fossero questi uomini, bisogna fare un salto indietro agli anni Trenta, quando l’allora ministro dell’Aeronautica, Italo Balbo, organizzò due imprese che fecero ponte tra due continenti. Nel 1930, quattordici idrovolanti S.55TA partirono per il Brasile, un viaggio di sola andata attraverso un oceano che pochi avevano osato attraversare in volo. Tre anni dopo, nel 1933, fu la volta degli Stati Uniti: venticinque velivoli S.55X, dove la X stava per il decimo anniversario di quel modello, decollarono verso l’America. Ogni apparecchio portava con sé quattro militari: due piloti, un radiotelegrafista e un motorista. Non erano celebrità solitarie, ma ingranaggi di una macchina perfetta, uomini che impararono a fidarsi l’uno dell’altro come fratelli. Le loro gesta furono celebrate con parate e titoli di giornale, ma il tempo, si sa, copre tutto di polvere.

1933, gli equipaggi dei trasvolatori atlantici in posa sotto il Siai S-55 X

Ecco perché ogni anno, in un angolo di Toscana, un pugno di persone si riunisce per ricordare. Il luogo scelto non è casuale. Orbetello, affacciata sulla laguna che porta lo stesso nome, ospitava l’idroscalo più famoso della Regia Aeronautica. Da qui partirono quasi tutte le crociere di Balbo, quelle mediterranee e quelle atlantiche. Qui sorgevano le scuole di preparazione, il 93° Gruppo e poi la Scuola Navigazione d’Alto Mare, la NADAM. In altre parole, Orbetello non fu solo un punto sulla carta: fu il grembo in cui quegli uomini impararono a diventare atlantici. E fu sempre qui, decenni dopo, che le loro storie trovarono una sorta di conclusione, o meglio, di ricongiungimento.

Nel 1970, il dittatore libico Gheddafi espulse gli italiani dall’ex colonia. Ma non furono espulsi solo i vivi: anche i morti, i corpi sepolti nei cimiteri, dovettero lasciare quella terra. Tra quei defunti c’erano Italo Balbo e gli uomini caduti con lui il 28 giugno 1940 a Tobruk, abbattuti per un tragico errore da fuoco amico. Molti di loro erano proprio quei trasvolatori atlantici di cui nessuno parla più. Le salme furono portate in Italia, sostarono brevemente a Bari, e poi le famiglie, insieme all’Aeronautica Militare, ottennero di seppellirle a Orbetello. Non per caso, ma per scelta. Volevano che quei resti riposassero nel luogo che aveva visto nascere il loro spirito di fratellanza. Negli anni seguenti, altri atlantici ancora in vita, sentendo vicina la fine, chiesero di essere sepolti accanto ai loro commilitoni. Quel cimitero, oggi, è una mappa silenziosa di un legame che la morte non ha sciolto.

Il ricordo e la memoria dei trasvolatori atlantici

E proprio lì, al cimitero di Orbetello, il 16 maggio si è aperta l’ultima edizione dell’annuale incontro dei Soci dell’Associazione Trasvolatori Atlantici. Era una mattinata di quelle che in Maremma sanno essere capricciose, con nuvole basse e un’aria che prometteva pioggia. Alle dieci e mezza, davanti alle tombe, una corona è stata deposta per conto dell’Aeronautica Militare, consegnata dal 31° Stormo di Ciampino e dal 4° Stormo di Grosseto, insieme alla presidente dell’Associazione, Paola Balbo. Il suo cognome, acquisito dal marito Paolo figlio di Italo Balbo,  non inganni: è una discendenza che pesa, ma che lei porta con discrezione, quasi come se ogni volta dovesse spiegare a se stessa il privilegio e il dovere di essere lì.

Un momento della cerimonia a Orbetello con la Presidente dell’Associazione Trasvolatori Atlantici Paola Balbo

Poco dopo, il corteo si è spostato al Parco delle Crociere. Qui, altre corone sono state deposte, e poi hanno preso la parola le autorità. Il sindaco di Orbetello, Andrea Casamenti, ha ricordato il legame profondo tra la città e quegli aviatori. I colonnelli Matteo Zuliani per il 31° Stormo e Davide Dentamaro per il 4° hanno portato il saluto della Forza Armata, che ancora oggi considera quegli uomini come padri fondatori di una tradizione. Infine, la parola è passata a Paola Balbo. Il tempo, intanto, peggiorava, così la Santa Messa è stata celebrata non all’aperto ma all’interno del Duomo di Orbetello, dove le pietre antiche, testimoni di cerimonie prima delle Crociere, e la penombra hanno reso il rito ancora più intimo.

Dopo il pranzo sociale, al ristorante “Vecchia Maremma”, l’appuntamento più atteso era nel primo pomeriggio, verso le tre e mezza. Davanti a un pubblico attento, quasi affascinato, la presidente ha consegnato diplomi e distintivi ai nuovi soci dell’Associazione. Ma prima di farlo, ha voluto raccontare una storia che non si trova sui libri di scuola. A voce alta, come chi apre un album di famiglia davanti a parenti lontani, ha narrato da testimone diretto la traslazione delle salme dalla Libia all’Italia. Ha parlato del viaggio, delle difficoltà burocratiche, del dolore delle vedove e dei figli, ma anche della gioia amara di riportare a casa quelli che erano partiti come eroi e tornavano come reliquie di un’altra epoca. Nessuno, nella sala, tossiva o guardava l’orologio. Perché quando la memoria diventa carne viva, attraverso la voce di chi l’ha ereditata, anche un giovane nato decenni dopo può sentirsi per un attimo parte di quella crociera.

La giornata non si è chiusa con il rito formale. Come vuole la tradizione, una delegazione si è poi recata ad Ansedonia, poco lontano da Orbetello, per portare un saluto e un fiore agli uomini del comandante Ambrosino. Non erano atlantici nel senso stretto, perché morirono durante le esercitazioni di preparazione alla seconda crociera atlantica, senza mai vedere l’oceano. Eppure, per l’Associazione, loro fanno parte della stessa fratellanza. Quella di chi ha provato a volare oltre l’orizzonte, e nel tentativo ha lasciato qualcosa di sé. Così, tra una corona e una preghiera, tra un pranzo in compagnia e un racconto ascoltato a labbra socchiuse, Orbetello ha fatto per un giorno quello che sa fare meglio: restituire un nome a una targa dimenticata.

Marco Di Cocco Alivernini