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3 giugno 1979. Il primo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia

LibroCasaroliL’elezione di Karol Wojtyla a pontefice il 16 ottobre del 1978 era avvenuta in un momento di relativa distensione tra Roma e Mosca. Nel 1975, infatti, la Santa Sede aveva partecipato alla conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Nell’atto finale di questo importante meeting la Santa Sede, sotto il profilo diplomatico, aveva raggiunto un traguardo significativo: l’inserimento del diritto di libertà religiosa. Tuttavia rispetto alla solidità dei regimi comunisti, l’attività delle Chiese nei paesi oltre la cortina di ferro era piuttosto debole. E’ evidente che l’elezione di un pontefice proveniente da un paese oltrecortina, come ha scritto l’ex segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, il cardinale Achille Silvestrini, «impresse una forza straordinaria, inedita e imprevista, alla resistenza della Chiesa e alle richieste di libertà religiosa» (Achille Silvestrini – Introduzione ad Agostino Casaroli, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-1989), a cura di Carlo Felice Casula e Giovanni Maria Vian, Torino, Einaudi, 2000, p.21). Appena la notizia si diffuse in Polonia ci furono manifestazioni di gioia, mentre le autorità comuniste, in particolare il governo di Mosca si nascosero dietro un silenzio o una indifferenza che non era tale, come di fatto rivelò più tardi la documentazione emersa dagli archivi dell’Urss e del Cremlino in cui si coglie la «pericolosità» del Papa polacco già dalla sua elezione e ancora di più nel viaggio che Giovanni Paolo II fece in Polonia il 2-3 giugno del 1979.

All’indomani dell’elezione di Giovanni Paolo II, infatti, i comunisti polacchi furono sollecitati dagli alleati dei paesi fratelli a presentare informazioni sul nuovo Papa. E mentre in numerose città, e soprattutto a Cracovia, vennero celebrate messe di ringraziamento per l’elezione di Giovanni Paolo II e in maniera spontanea la gente si raccolse nelle piazze per festeggiare e cantare inni religiosi, a Berlino, in occasione di un incontro tra i rappresentanti degli uffici per gli affari religiosi svoltosi un mese dopo l’elezione di Wojtyla, il capo delegazione polacco Aleksander Merker fu invitato a fornire alcuni indicazioni sulla personalità di Giovanni Paolo II.

Fin dai primi giorni del pontificato wojtyliano, tentativi di comprendere la svolta che l’elezione di un Papa dell’Est avrebbe impresso nei rapporti con il blocco socialista. Tali analisi andavano in due direzioni: da una parte si voleva capire cosa sarebbe cambiato a Roma e di riflesso, nelle relazioni internazionali, se sarebbe continuata l’Ostpolitik. Per altri versi furono anche analizzate le reazioni della società polacca con l’intento di prevedere possibili conseguenze dopo l’elezione di Giovanni Paolo II avrebbe provocato in Polonia.

FeldkampIl timore principale era che il Papa polacco, data la sua esperienza del mondo comunista, non avrebbe più avuto bisogno della mediazione della curia e avrebbe accantonato l’approccio diplomatico rappresentato dall’Ostpolitik. I critici dell’Ostpolitik fino ad allora seguita dal Vaticano si aspettavano che Giovanni Paolo II destituisse il cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, fino ad allora responsabile della Ostpolitik del Vaticano, definito «l’artefice della politica orientale di Paolo VI», e che aveva servito sotto tre papi. Tuttavia Giovanni Paolo II, nel segno di una certa continuità, lasciò che fosse ancora lui l’interlocutore in prima linea, mentre il Papa, nelle sue comunicazioni e nelle nomine dei vescovi, aveva cautamente imboccato una strada nuova e realistica (M.F. Feldkamp, La diplomazia pontificia, Milano, Jaka Book, 1998, p.112). Ad avvalorare la tesi della nuova e più realistica strada diplomatica è il più accreditato biografo di Giovanni Paolo II: George Weigel. Il giornalista statunitense e autore di Testimone della speranza nel 2012, nel libro La fine e l’inizio, ricostruisce la storia della lotta di Karol Wojtyla contro il comunismo alla luce di documenti riservati resi pubblici da qualche anno, completando di fatto il suo primo lavoro biografico su Giovanni Paolo II.

WeigelIl volume è ricco di elementi e spunti di riflessione. Tra questi un passaggio molto interessante fa riferimento alla gestione interna alla Curia vaticana dell’Ostpolitik inaugurata da Giovanni XXIII e condotta sul terreno delle relazioni diplomatiche dal cardinale Agostino Casaroli da un lato e l’opposizione al comunismo di Karol Wojtyla dall’altro. Al riguardo Weigel cita un resoconto di un incontro avvenuto nella Stanza delle Mappe  alla Casa Bianca il 15 dicembre 1981, pochi giorni dopo l’inizio delle Leggi marziali in Polonia, tra il presidente Usa Ronald Reagan e il Segretario di Stato vaticano Casaroli, accompagnato dall’arcivescovo Pio Laghi, allora delegato apostolico a Washington, e dal sostituto dell’arcivescovo Silvestrini, monsignor Audrys Bačkis. La rappresentanza americana era composta tra gli altri dal vicepresidente George Bush, il segretario di Stato Alexander Kaig e James Baker, capo dello staff del presidente Usa. Il colloquio durò novanta minuti e a parlare furono quasi esclusivamente Reagan e Casaroli. All’inizio del colloquio e secondo il memorandum riservato della conversazione che ne riassumeva ciascun punto – e che avveniva il giorno prima del massacro della miniera di Wujek -, Casaroli disse – in riferimento allo Stato di polizia instaurato in Polonia dal generale Jaruzelski – di reputare che Jaruzelski avesse agito così «sia a causa delle pressioni sovietiche, sia per prevenire un intervento degli stessi sovietici». Basandosi sulla sua personale conoscenza di Jaruzelski, il cardinale «pensava che il suo spirito nazionalista non volesse un intervento diretto dell’Unione Sovietica» (G. Weigel. La fine e l’inizio. Giovanni Paolo II: la vittoria della libertà, gli ultimi anni, l’eredità, Siena, Cantagalli, pp.gg 160-165).

Il viaggio dei nove giorni del giugno 1979, di cui Casaroli era stato testimone, fu un banco di prova per la diplomazia della Santa Sede. La vecchia diplomazia dell’Ostpolitik sarebbe continuata; nel frattempo Giovanni Paolo II avrebbe inaugurato, in parallelo, vie nuove per arrivare a nuovi spiragli di pace continuando la sua personale campagna a favore dei diritti umani e della libertà religiosa, appellandosi alle coscienze e alle culture.

Vincenzo Grienti