17-19 aprile 1961. Un’isola contro gli Usa

17 aprile 1961, il mondo è diviso in due dalla “guerra fredda”. Da una parte gli Stati Uniti e l’occidente con la Nato (1949) e dall’altra l’Unione Sovietica e i Paesi satelliti del Patto di Varsavia (1955). Al centro Cuba guardata a vista dal gigante statunitense che un anno prima, nel marzo del 1960, aveva varato un’operazione senza precedenti: l’invasione di Cuba. La presidenza USA era in mano al Dwight D. Eisenhower e dal vice presidente Richard Nixon. L’organizzazione delle operazioni è affidata alla CIA ed è così che si dà il via all’Operazione Zapata che vede un contingente di 1400 uomini composto da esuli anti-castristi, aiutati anche da mercenari, sbarcare nella zona a sud di Cuba. Un’area che resterà famosa tra i cubani con il nome di “invasion de Playa Girón”. Questa azione di guerriglia porterà non solo al fallimento da parte della CIA, ma anche alla proclamazione il 1° maggio del 1961 del “carattere socialista” della Rivoluzione cubana, con il conseguente sempre maggiore avvicinamento della prima Repubblica socialista d’America all’Urss. Al centro delle polemiche successive al mancato successo dell’operazione andrà a finire proprio Allen Welsh Dulles, capo della CIA che, peraltro non era nuova a queste “operazioni segrete” in piena guerra fredda come dimostrato da quanto successo con il golpe in Iran nel 1953 e in Guatemala nel 1954. Cuba in questo caso era un’isola che aveva una posizione geografica molto favorevole.

Fidel Castro

L’intera operazione condotta dagli Stati Uniti trova una motivazione di fondo se il nastro della storia viene riavvolto a qualche anno prima: 1 ° gennaio 1959, un giovane nazionalista cubano di nome Fidel Castro alla guida di fedeli guerriglieri arriva all’Avana e capovolge il regime del generale Fulgencio Batista (1901-1973), presidente della nazione appoggiato dagli americani. Per due anni non mancano tentativi da parte dell’Amministrazione USA di rimuovere Fidel Castro. Nel gennaio 1961, il governo degli Stati Uniti rompe le relazioni diplomatiche con Cuba e prepara il piano di invasione. La tecnica era quella di dare vigore agli esuli anti-castristi per rovesciare Castro. E’ così che si arriva al 17 aprile 1961. Prima di quella data, però, c’era stata una minuziosa preparazione sia dei 1.411 uomini che dovevano compiere l’assalto, sia una pianificazione operativa per portare a termine lo sbarco. Il piano di invasione prevedeva due attacchi aerei contro le basi aeree cubane, lo sbarco vero e proprio, il lancio dei paracadutisti al fine di interrompere i collegamenti e i trasporti, nonché adoperarsi per respingere le forze cubane.

La linea di comando per l’attacco alla “baia dei Porci” (Documento declassificato CIA)

L’unità d’attacco si chiamava Brigada de Asalto 2506. Un numero che ricordava la matricola di uno degli uomini che durante l’addestramento era morto. La “brigada” era armata dagli Stati Uniti ed era guidata dall’agente della CIA Grayston L. Lynch, in prima linea nell’operazione assieme al collega William “Rip” Robertson. Il 14 aprile 1961 partirono sei navi mercantili, la Blagar, a bordo della quale c’era proprio Lynch, la Caribe, la Atlantico, la Barbara, la Houston e la Rio Escondido, più una vecchia nave da sbarco, la USS San Marcos. Qualcosa andò storto già dal 15 aprile 1961, quando otto bombardieri B-26 lasciarono il Nicaragua per neutralizzare gli aeroporti cubani in quella che era stata classificata come “Operazione Puma”. L’obiettivo di distruggere la forza aerea cubana fallì per tanti motivi, ma soprattutto perché i B-26, che erano apparecchi della Seconda guerra mondiale ridipinti in modo che sembrassero aerei dell’aviazione cubana, non centrarono gli obiettivi lasciando intatta la maggior parte delle forze aeree castriste. Un attacco che Fidel Castro annunciò sottolineando che gli aerei B-26 di fabbricazione statunitense avevano effettuato missioni a Ciudad Libertad, all’Avana, San Antonio de los Banos e Santiago de Cuba. A seguito dell’attacco il capo della rivoluzione cubana annunciò che tutte le milizie e le unità dell’esercito venivano mobilitate e poste in stato di allerta e che l’attacco aereo era il preludio all’invasione. Cuba ancora una volta era pronta a combattere. Un invito riproposto il 17 aprile quando la Brigata 2506 sbarcò sulle spiagge lungo la Baia dei Porci finendo immediatamente sotto un pesante fuoco. Gli aerei cubani mitragliarono gli invasori, affondarono due navi di scorta e distrussero metà del supporto aereo dell’esilio. Il maltempo, come se non bastasse,  rese difficili le operazioni delle forza di terra.

Nelle successive 24 ore, Castro ordinò a circa 20.000 soldati di dirigersi verso la spiaggia e l’aviazione cubana continuò a sorvegliare i cieli dell’isola. Man mano che lo scenario diventava sempre più difficile il Presidente Kennedy autorizzò un “ombrello aereo” con “sei aerei da caccia americani privi di contrassegni che decollarono per aiutare a difendere i B-26 della brigata in volo. Ma i B-26 arrivati ​​con un’ora di ritardo, molto probabilmente confusi dal cambio di fuso orario tra Nicaragua e Cuba, furono abbattuti dai cubani e l’invasione fu repressa” (fonte: Libreria JFK). Alcuni esiliati fuggirono in mare, mentre gli altri furono uccisi o imprigionati dalle truppe di Castro. Quasi 1.200 membri della Brigata 2506 si arresero e più di 100 furono uccisi.

Molti prigionieri della Brigata 2506 rimasero nelle carceri cubane per 20 mesi. Il procuratore generale Robert F. Kennedy fece personali richieste di contributi da parte di aziende farmaceutiche e produttori di alimenti per l’infanzia e Castro alla fine decise di acquistare alimenti per bambini e medicine per un valore di 53 milioni di dollari in cambio dei prigionieri.

La questione cubana non finirà con la “baia dei porci”. Anzi, proprio come reazione alla fallita invasione del 17-19 aprile 1961 e alla installazione di missili balistici americani tipo “Jupiter” in Turchia, il capo del Soviet Supremo Nikita Chruščёv accetta la richiesta cubana di collocare missili con testate nucleari sull’isola al fine di difendere l’isola caraibica da una nuova e potenziale invasione. L’accordo viene condotto in segreto tra Chruščёv e Fidel Castro nel luglio del 1962. Qualche mese più tardi, in ottobre, il Presidente Usa John Fitzgerald Kennedy annuncia che un aereo spia U-2 statunitense ha scoperto armi nucleari sovietiche nell’isola di Cuba. JFK ordina un blocco navale sull’isola. Scoppiano i tredici giorni che terranno il mondo con il fiato sospeso: siamo a un passo dalla terza guerra mondiale. La US. Navy controllerà tutte le navi in transito. Lo scopo di questa “quarantena”, come la chiamò JFK, era di impedire ai sovietici di portare più rifornimenti militari. Nel frattempo il Presidente USA chiese la rimozione dei missili già presenti e la distruzione dei siti. Il 22 ottobre 1962, il presidente Kennedy ha parlò alla nazione della crisi in un discorso televisivo.

A riprova dell’esistenza dei missili gli Usa mostrano le fotografie delle rampe di lancio scattate dagli aerei-spia U-2 della Cia. L’Unione Sovietica e Cuba chiedono l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il sottosegretario alle Nazioni Unite U Thant, su proposta di 45 stati non danneggiati dal blocco navale su Cuba dialoga con i tre capi di stato di Usa, Urss e Cuba. Il 25 ottobre anche Giovanni XXIII rivolge ai governanti di Washington, Mosca e L’Avana l’appello a fermarsi. Con una lettera agli ambasciatori di Washington e Mosca e un radiomessaggio trasmesso attraverso Radio Vaticana Papa Roncalli richiama il mondo esortando alla pace.

Giovanni XXIII

“La Chiesa – lo abbiamo ribadito accogliendo le ottantasei Missioni straordinarie presenti all’apertura del Concilio – la Chiesa non ha tanto a cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora instancabilmente per stabilirle. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di chi ha la responsabilità del potere. E abbiamo aggiunto: “Mano sulla coscienza, ascoltino il grido angosciato che, da tutte le parti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, ascende al Cielo: pace! pace !  – dice Giovanni XXIII in francese – Oggi rinnoviamo questa solenne correzione. Preghiamo tutti i Governatori di non rimanere sordi a questo grido di umanità. Lascia che facciano tutto ciò che è in loro per salvare la pace. Salveranno così il mondo dagli orrori della guerra, le cui terribili conseguenze nessuno può prevedere”.

La tensione si allenta quando il capo del Cremlino a Mosca Nikita Krusciov accoglie la proposta di U Thant di una mediazione. Le navi sovietiche, con a bordo i missili, intenzionate a forzare il blocco navale Usa, ritornano indietro. Si scongiura il blocco navale americano. Una volta scongiurato il rischio gli Usa chiedono lo smantellamento delle basi a Cuba che verrà accettato dall’Urss. Dal canto suo Kennedy garantisce che gli Usa non tenteranno di invadere l’isola.

Il 23 dicembre 1962, appena due mesi dopo la fine della crisi missilistica cubana, un aereo contenente il primo gruppo di prigionieri liberati atterra negli Stati Uniti. Una settimana dopo, sabato 29 dicembre, i membri sopravvissuti della brigata si sono riuniti per una cerimonia all’Orange Bowl di Miami, dove la bandiera della brigata è stata consegnata al presidente Kennedy. “Posso assicurarvi”, ha promesso il presidente, “che questa bandiera verrà restituita a questa brigata in un’Avana libera”.

John Fitzgerald Kennedy

Il disastro della Baia dei Porci ebbe un impatto duraturo sull’amministrazione Kennedy. Determinata a compensare la fallita invasione, l’amministrazione ha avviato l’Operazione Mangusta, un piano per sabotare e destabilizzare il governo e l’economia cubani, che includeva la possibilità di assassinare Castro.

Quando si chiuse la “crisi dei missili di Cuba” l’umanità tirò un sospiro di sollievo, ma comprese la pericolosità della “guerra fredda”. L’invasione della “baia dei porci” prima e la “crisi dei missili di Cuba” dopo aveva acuito i rapporti tra i due blocchi USA-URSS. Una storia che può essere compresa attraverso libri come Decision for Disaster: Betrayal at the Bay of Pigs di Grayston L. Lynch dove raccontò l’esperienza alla guida della Brigata “ribelle”, ma anche La guerra fredda culturale di Frances Stonor Saunders edita in Italia da Fazi Editori, ma anche I sei giorni che sconvolsero il mondo. La crisi di Cuba e le sue percezioni internazionali di Leonardo Campus (Le Monnier) della collana Quaderni di Storia senza dimenticare La guerra fredda 1945-1991 di John Smith  (Il Mulino) e La guerra fredda di Mario Del Pero (Carocci Editore).

Per entrare nel clima, a volte reale altre volte romanzato, degli anni che vanno dalla fine del secondo conflitto mondiale alla caduta del muro di Berlino, oltre all’immancabile film del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick (1964) è da rivedere Il terzo uomo(1949, Gran Bretagna) di Carol Reed basato sull’omonimo romanzo di Graham Greene (che scrisse la sceneggiatura e poi pubblicò il libro) e che vede come protagonista un formidabile Orson Welles; Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987) Thirteen days (2000) di Roger Donaldson che ripercorre i giorni del 1962 e della “crisi dei missili di Cuba” a partire dalle aerofotografie scattate dall’U-2 che rivelano l’operazione che è intenta a fare l’Unione Sovietica con l’installazione delle testate nucleari a Cuba e tutto ciò che ne consegue.

Un periodo in cui è sceneggiato anche il film Il ponte delle spie (2011) di Steven Spielberg tratto da una storia vera, quella dell’incidente diplomatico tra URSS e USA che scatenò quella che verrà ricordata come “la crisi degli U-2”. Il film narra il caso dell’arresto e del processo con conseguente condanna della spia sovietica Rudof Abel, per poi raccontare la trattativa e lo scambio di Abel con Francis Gary Powers, il pilota dell’aereo Lockheed U-2 che era stato abbattuto, catturato e condannato dai sovietici. Lo scambio avvenne sul Ponte di Glienicke, per questo poi denominato “ponte delle spie”.

Luoghi, ambienti e tratti di un mondo che sembra lontano sono quelli narrati in La talpa di Tomas Alfredson (2011) con Colin Firth e Tom Hardy, così come “Le vite degli altri”(2006) del regista Florian Henckel von Donnersmarck che descrive il clima opprimente fra delazioni, persecuzioni, suicidi, che pesavano sulla DDR, ossia sulla Repubblica democratica tedesca, proprio negli anni della “guerra fredda”. Tutto questo senza dimenticare storia meno segrete, ma a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale con il celebre scontro a scacchi tra Bobby Fisher e Boris Spassky narrato nel film del 2014, diretto da Edward Zwick, La grande partita. 

Archivi

Per saperne di più sull’invasione della “baia dei porci” del 1961

Per saperne di più sulle decisioni di John Fitsgerald Kennedy