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L’azione di intelligence e di controspionaggio della Regia Guardia di Finanza nella Grande Guerra

Il 4 luglio del 1915 il periodico “Il Finanziere. Giornale della R. Guardia di Finanza”, rese edotti i propri lettori riguardo al ruolo che il Corpo stava esercitando in un delicato settore: quello del “Controspionaggio”, il quale, come è facile intuire, aveva quale fine primario lo smantellamento di quelle attività segrete svolte dal emico e che miravano essenzialmente all’acquisizione di informazioni di carattere militare, politico ed organizzativo concernenti il nostro Paese.

Si trattava, in verità, di un servizio non nuovo per le Fiamme Gialle, visto e considerato che molti dei reparti stanziati lungo le frontiere terrestri e marittime del Regno lo esercitavano sin dal lontano 1861 (ben cinque anni prima dello scoppio della 3^ Guerra d’Indipendenza, allorquando avrebbe avuto maggiore utilità), naturalmente in sinergia con l’Arma dei Carabinieri Reali, ovvero con le Guardie di Pubblica Sicurezza, cui verrà poi affidata, sul finire dell’Ottocento, la gestione della c.d. “Polizia di Frontiera”.

Era stato lo stesso periodico a ricordare, a partire dal 1886 (anno della sua fondazione) i tanti episodi che avevano visto i bravi Finanzieri catturare “spie” di Paesi stranieri, per lo più confinanti, così come bloccare i fin troppi “ingenui” sconfinamenti di militari austriaci e francesi, che di tanto in tanto si consentivano qualche “capatina” da noi, evidentemente non a caccia di funghi o altro…, come avrebbero spesso “immortalato”, sul finire dello stesso secolo, anche le copertine della celebre “La Domenica del Corriere”.

Ma a partire dal maggio del 1915 tale azione avrebbe avuto ben altro significato e utilità, considerando la circostanza che il Paese era purtroppo entrato in guerra contro gli Imperi Centrali, i quali utilizzarono l’arma dello “Spionaggio” sia sul piano militare che su quello economico, volendo minare il nemico attraverso il c.d. “contrabbando di guerra”, ovvero favorendo il boicottaggio della sua produzione bellica e industriale in generale, facendo per l’appunto ricorso a quella attività che passerà poi alla storia col titolo di “spionaggio industriale”[1].

Ebbene, la corrispondenza dal titolo “Caccia allo spionaggio”, nell’anticipare una brillante operazione compiuta da un ignoto Sottufficiale di uno dei 18 Battaglioni Mobilitati del Corpo (grazie al quale si era pervenuto alla cattura di una spia nemica infiltrata tra le nostre fila), esordì con il seguente pezzo: <<Preziosissimo è il servizio che esplicano i finanzieri nella caccia ai numerosi spioni che ci infestano sia all’interno del Paese che nelle zone di guerra>>[2].

Che le spie operassero lungo il fronte alpestre e nei vari scenari di guerra era più che ovvio all’opinione pubblica italiana, ma che tale pericolo incombesse anche <<all’interno del Paese>> dovette essere una sorpresa per molti lettori, soprattutto se consideriamo il fatto che l’Italia era entrata nel conflitto solo da poco più di un mese.

I servizi di “Controspionaggio” che coinvolsero la Regia Guardia di Finanza addetta al c.d. “fronte interno” non furono certo più agevoli e meno rischiosi rispetto a quelli esercitati al fronte.

Il “Controspionaggio” prevedeva, infatti, sia misure di carattere offensivo che difensivo, essendo mirate a salvaguardare non solo l’apparato militare, ma anche e soprattutto l’organizzazione Statuale, entrambe minacciate dall’azione di penetrazione della “ricerca informativa nemica”. Esso, insomma, avrebbe garantito non solo il segreto militare, ma anche quello diplomatico, economico-industriale e persino tutelato l’ordine e la sicurezza pubblica, settore sul quale pure agirono le abili spie degli Imperi Centrali.

Certo che la caccia agli <<spioni>> era rischiosa per tutti, sia per gli Agenti dell’Intelligence nazionale (sia quello militare che civile), sia per i Finanzieri, Carabinieri e Guardie di Pubblica Sicurezza, che spesso scambiarono con loro conflitti a fuoco e lotte fisiche, dovendo evitare la fuga dei primi, che ovviamente conoscevano benissimo il proprio destino, vale a dire la fucilazione.

Lo spionaggio, d’altronde, si affidava anche ad elementi poco scrupolosi e poco onesti, i quali vi si dedicavano solo in quanto sorgente di guadagni facili, abbandonandosi molto spesso al classico “doppio gioco”, trasformandosi cioè in spie di entrambe le fazioni belligeranti, tanto da essere pericolosi per gli stessi belligeranti.

Anche per tale ragione sin dalle prima battute del conflitto, anche in Italia si diffuse a macchia d’olio la “piscosi della spia”, tanto che a farne le spese furono davvero in tanti. D’altra parte l’atmosfera di sospetto e di “spirito di crociata” aveva tratto alimento proprio dai primi successi conseguiti dallo spionaggio austriaco, grazie al quale si erano concretizzati alcuni clamorosi sabotaggi, sia a navi da guerra che ad impianti militari, ponti, linee ferroviarie, ma soprattutto ai danni dell’industria bellica.

  1. Le disposizioni normative e regolamentari.

Occorre innanzi tutto precisare, prima di analizzare gli aspetti tecnici affidati al capitolo, che i  reparti della Legione territoriale della Regia Guardia di Finanza di Roma, a quel tempo (24 maggio 1915) posta agli ordini del Colonnello Pietro De Murtas, facevano capo al IX Corpo d’Armata di Roma, per il tratto di litorale che andava dalla foce del fiume Chiarone a Torre Canneto, presso Terracina, mentre dal X Corpo d’Armata di Napoli, ovvero dal Comando della Difesa Marittima di Gaeta, a sua volta dipendente dalla 2^ Zona di Napoli del Comando Dipartimento Marittimo della R. Marina, avrebbero fatto capo i reparti operanti nell’ambito del tratto di costa compreso fra Torre Canneto alla foce del Volturno, volendo rimanere circoscritti al Lazio.

Dallo “Stralcio dei reparti della R. Guardia di Finanza per il Comando del IX Corpo d’Armata di Roma”, emerge che, all’atto della mobilitazione i reparti costieri – già esistenti o da istituire – delle Fiamme Gialle stanziate nel Lazio dipendevano dal c.d. “Circolo di Roma Esterno”, a sua volta articolato nelle Compagnie di Roma II e Roma I.

La Compagnia di Roma II era, a sua volta articolata nella Sezione di Corneto Tarquinia (con Brigate a Montalto, Torre di Montalto, Corneto, Stazione di Corneto e Saline), nella Tenenza di Civitavecchia (con Brigate a Torre Valdalica, Civitavecchia stanziale, Civitavecchia volante, Civitavecchia porto, Civitavecchia Dazio Consumo, Torre Marangone, Santa Marinella, Santa Severa e Ladispoli) e nella Tenenza di Roma diretta (con Brigate a Fiumicino, Castel Fusano e Tor Vajanica).

La Compagnia di Roma I era, invece, articolata nella Tenenza di Velletri (con Brigate ad Anzio, Torre Astura e Monte Circeo) e nella Sezione di Terracina (con Brigate a Torre Vittoria, Torre Badino e Terracina).

Gran parte, quindi, delle disposizioni concernenti sia il servizio in generale della Vigilanza Costiera che il “Controspionaggio” furono impartiti proprio da tali reparti, naturalmente sempre attraverso il “flusso documentale riservato” intrattenuto con la richiamata Legione di Roma, ovvero con quella di Napoli, dalla quale dipendevano alcune delle Brigate stanziate sul confine con la Campania.

In una “Riservata Speciale” del 15 dicembre 1914 – a guerra mondiale già iniziata – il Comandante della Legione R. G. Finanza di Napoli “richiamava l’attenzione” del Comando Generale del Corpo riguardo alla circostanza secondo la quale il Comando della Divisione Militare di Roma, già nel gennaio del 1909, aveva stabilito che <<…il personale delle Brigate interne della Tenenza di Pontecorvo (Circolo di Caserta)…sia dislocato a Monte Circeo per la protezione della costa fra la Brigata di Torre Astura e Torre Vittoria (Circoscrizione del IX Corpo d’Armata di Roma)>> e che nelle variazioni apportate al progetto nell’agosto del ’14 tale dislocazione era stata confermata, pur tenendo presente che le Brigate di pertinenza della Tenenza di Pontecorvo fossero state comprese nell’ambito della circoscrizione del X Corpo d’Armata[1].

La “massima attenzione” riguardo ai servizi di “Controspionaggio”, naturalmente connessi con la “Difesa Costiera” del Regno la si nota anche da una “Riservata Speciale” che il Ministro della Marina indirizzò al Ministero delle Finanze il 19 febbraio del 1915. Questi i contenuti:

<<Poiché mi risulta che nell’attuale conflitto qualche belligerante utilizza le coste dell’avversario per l’impianto di depositi clandestini di rifornimento pel naviglio sottile, sarei grato alla E.V. se volesse compiacersi ordinare alle Guardie di Finanza una minuziosa ispezione lungo le coste del Regno, per scoprire se fino ad ora si stato fatto qualcosa di consimile lungo le nostre coste, ed una vigile sorveglianza per l’avvenire, onde impedire che siano posti in atto consimili progetti>>[2].

A tale richiesta, il Comando Generale del Corpo provvide immediatamente, tanto che già l’11 aprile del ’15 il Comandante Generale Achille Borghi rispose alla Marina, evidenziando che i controlli eseguiti dai reparti della Regia Guardia avevano dato esito negativo[3].

Sul piano generale osserviamo, quindi, che una piena attuazione fu data alla c.d. “Istruzione per la difesa delle coste e per la protezione delle ferrovie in guerra”, emanata il 30 marzo dello stesso 1915, andando così a sostituire la precedente edizione del 1913, sulla quale si erano sino ad allora “uniformati” i reparti della Regia Guardia di Finanza già nel corso del 1914, appena scoppiata la “Grande Guerra”.

Con essa fu disciplinata la difesa costiera anche contro eventuali tentativi di interruzione dei traffici. Affidata prioritariamente al Regio Esercito e alla Regia Marina, la difesa fu poi esercitata, lungo tutte le coste del Regno, isole comprese, mediante un servizio diuturno di “Vigilanza” assicurato dai militi delle numerose Brigate della Regia Guardia di Finanza, ovvero dello stesso Servizio Naviglio di quel Corpo e delle Stazioni dei Carabinieri Reali, i quali si sarebbero avvalse, a loro volta, dei Posti Semaforici.

Molto interessante appare, poi, l’analisi del telegramma n. 46926 che il Comando Generale del Corpo ricevette in data 29 giugno 1916 da parte del Ministero delle Finanze – Direzione Generale delle Gabelle, con il quale viene comunicato quanto segue:

<<È risultato al Ministero della Marina che gli agenti austriaci e tedeschi corrispondono clandestinamente con persone residenti negli Imperi Centrali o nella Svizzera affidando le lettere a persone imbarcate su navi neutrali, che le nascondono, per isfuggire alla visita, nei materassi, nelle cabine, nei libri e in ogni altro oggetto adatto. Per impedire che il sistema possa essere continuato, d’accordo col predetto Ministero della Marina, si comunicano, perché ne sia curata la più esatta osservanza, le seguenti istruzioni…>>[4].

Fra i cinque punti fissati dalle “Istruzioni” quello di maggior interesse fu ovviamente il primo, dal quale apprendiamo che:

<<Dall’arrivo in porto le navi neutrali saranno soggette a continuata vigilanza del Commissariato di Pubblica Sicurezza del porto e della R. Guardia di Finanza>>.

 

  1. Alcuni fra gli eventi principali.

 

Che lo spionaggio nemico fosse particolarmente attivo sia a Roma che lungo le coste laziali lo si era capito sin dalle prima battute della guerra, soprattutto dopo la cattura di un colombo viaggiatore, avvenuta a Civitavecchia, già allora importantissima base navale militare nazionale, al mattino del 29 giugno 1915, ad appena un mese dal fatidico “24 maggio”.

Fu proprio quel mattino, esattamente verso le ore 10.30 che il Comandante della Tenenza di Civitavecchia della R. Guardia di Finanza fu avvertito che nei pressi del Lazzaretto si aggirava un colombo viaggiatore con un biglietto al collo. Ebbene l’ufficiale delle Fiamme Gialle: <<Coll’intervento del Commissario di P.S. e del Comandante del Porto, procedette alla cattura del colombo e staccato il biglietto lo consegnò al Comandante del Presidio. Il biglietto, diretto a tale Mattia, che non è stato possibile identificare, portava le seguenti comunicazioni: “Ho lanciato il primo colombo dal Monte Circello 24-6-1915-9-30 ma non feci in tempo lanciare il 2° – 26-6-1915. Tutti bene. Saluti da tua cognata Mattia. Come va – attendo pel discarico>>[5].

Il Colonnello De Murtas attivò immediatamente – naturalmente per il tramite gerarchico – il Comandante della Brigata di Monte Circello (lgs. Monte Circeo[6]), Maresciallo Pompilio Arnelli, il quale mobilitò i suoi 37 uomini in turni massacranti, che consentissero la vigilanza diuturna di tutta la circoscrizione affidata al reparto.

Ad indirizzare maggiormente l’attenzione sull’area del Circeo intervenne, nel luglio seguente, una “Riservata Speciale” che il Capo di Stato Maggiore della Marina indirizzò al Comando Generale delle Fiamme Gialle e che aveva come oggetto i sospetti di spionaggio rilevati a carico di tale Paul Richter, un ex ufficiale Prussiano, proprietario di una villa e di un grosso appezzamento di terreno nei pressi di San Felice Circeo, così come emersi nel corso delle prime indagini compiute a Civitavecchia, dopo la cattura del famoso piccione.

Come giustamente osservò la nota riservatissima:

<<In considerazione della posizione isolata della località, e delle condizioni idrografiche delle adiacenze, atte a nascondere da terra e dal largo sottomarini nemici o sospetti, nonché a permettere scambi di segnali, ritengo mio dovere additare alla S.V. l’importanza che potrebbe avere per i nostri nemici un tal luogo, qualora persone conniventi si prestassero da terra a dar loro assistenza ed aiuto; tanto più che questa supposizione è avvalorata da una lettera della R. Capitaneria di Porto di Civitavecchia, dalla quale si rileva che notizie di carattere sospette sono pervenute per mezzo di un piccione viaggiatore catturato, proveniente appunto dai paraggi di Monte Circello>>[7].

Il Comando Generale del Corpo, con nota a firma del Comandante in 2^, Colonnello Salvatore La Ferla, attivò subito il Comando della Legione di Roma, sottolineando l’importanza della segnalazione stessa e, nello stesso tempo di gradire: <<…il risultato delle indagini e i provvedimenti di vigilanza disposti>>[8]. Ma di questa vicenda daremo contezza nel prossimo capitolo, considerato il suo particolare interesse storico.

In verità, già qualche settimana prima della cattura del piccione, nella stessa Capitale l’allerta spionaggio aveva portato all’arresto di un altro straniero: un suddito svedese, tale Robue Melchior Verusted, il quale la sera del 3 giugno ’15, dietro segnalazione di una guardia municipale, era stato fermato dall’Appuntato di Finanza Andrea Sanna, in servizio presso la Barriera daziaria di Ponte Appio, colto sul fatto: <<…mentre prendeva appunti dinanzi ad uno dei forti sulla Via Appia Antica>>[9].

Lo svedese, il quale era autorizzato a circolare liberamente, fu dai Finanzieri consegnato all’Autorità di Pubblica Sicurezza, la quale, come emerge da una nota successiva, lo rimise in libertà, avendo il Verusted provato la propria innocenza[10].

Diversa fu evidentemente la sorte toccata ad un altro straniero, pergiunta “nemico”: un suddito austriaco originario del Trentino, catturato a Roma in evidente sospetto di spionaggio. Questa è la sua vicenda. La mattina del 26 giugno, sempre del ’15, il conducente di una vettura tranviaria, fermata dai Finanzieri presso la Barriera Daziaria di Viale del Re, “segnalò” alla Guardia Giacomo Gelsi la presenza a bordo di un individuo straniero sospetto di spionaggio.

Fatto scendere dalla vettura, lo straniero fu condotto presso il Corpo di Guardia, ove fu immediatamente sottoposto a interrogatorio da parte del Brigadiere Ernesto Coglitore. L’interrogato dichiarò di chiamarsi Guglielmo De Ferrari, fu Francesco, di anni 47, nato a Bronzolo (Bolzano) ed ivi abitante, in via della Croce, n. 15, disertore dell’Esercito austriaco sin dal 1890, anno in cui si era rifugiato in Italia per evitare la cattura.

Poiché il fermato non aveva indosso alcun documento, nemmeno la ricevuta della denunzia che asseriva di aver presentato a Milano un mese prima, onde evidentemente regolarizzare la propria posizione, così come il fatto che si sforzava di manifestare il proprio <<accento gutturale>> tedesco, nonostante parlava benissimo l’italiano, indusse il Sotto Tenente Scorza, Comandante della Tenenza di Porta Portese a consegnare il fermato all’Ufficio Speciale (Spionaggio) del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Trastevere, per le ulteriori indagini[11].

Considerata la presenza a Roma delle varie sedi diplomatiche non pochi furono gli eventi legati alla sorveglianza del personale delle Ambasciate e delle Sedi Consolari, soprattutto dei Paesi nemici, ovvero anche di quelli amici, come lo era la Russia, che aveva aderito alla c.d. “Intesa”, ragion per cui combatteva contro gli “Imperi Centrali” sin dal 1914.

Il 10 luglio del ’15, verso le ore 16, tre automobili attraversarono la tenuta Reale di Castel Fusano, presso la quale era presente una Brigata della Regia Guardia di Finanza, diretta a quella spiaggia. Dopo circa due ore le autovetture tornarono indietro, dirigendosi verso Ostia.

Poiché a bordo di una di esse vi era l’ambasciatore di Russia in Italia, Mikhail Nikolayevich De Giers, unitamente alla moglie, scortato dal suo seguito, ovviamente l’auto non fu fermata per eventuali controlli, volendo evitare “incidenti diplomatici”. In ogni caso i “sospettosi” Finanzieri pensarono bene, a scanso di equivoci, di informare sia i propri superiori che il Comando del 3° Settore Costiero, in quanto anche questa rientrava tra i doveri di chi evidentemente intendeva fare bene il proprio mestiere[12].

Nonostante la vigilanza eseguita sia da terra che da mare dalle Guardie di Finanza, dai Carabinieri Reali e dai soldati della Milizia Territoriale, i sommergibilisti tedeschi, difficilmente individuabili durante la navigazione subacquea, riuscirono comunque a collocare in mare un non meglio precisato numero di mine, alcune delle quali avrebbero raggiunto anche le coste laziali, così come conferma il grafico “Campi minati e difese costiere esistenti alla fine della guerra”, riportato nel citato libro “La Guerra sul Mare”[13].

Ma i temuti sommergibili austro-ungarici non si resero protagonisti solo di questi atti, non disdegnando, infatti, di colpire anche i mercantili che navigavano nel Tirreno e nel resto del Mediterraneo, spesso carichi di vite umane, a quel punto sacrificati agli “orrori della guerra”.

Già nel giugno del 1915, sempre la Tenenza della R. Guardia di Finanza di Civitavecchia comunicava al Comando Generale del Corpo che il 3 giugno, verso le ore 20 era stata segnalata la presenza di un sottomarino nemico proprio in quelle acque, ragion per cui dal giorno seguente il Comandante di quel Settore Costiero aveva disposto che il vapore postale “Sardegna” sarebbe partito al mattino[14].

Ciò aveva naturalmente “allarmato” i vertici militari, così come lo stesso “Intelligence”, tanto che lo stesso 4 giugno 1915 il Ministro della Guerra indirizzò ai vari Comandi di Corpo d’Armata territoriali, alla Divisione territoriale di Cagliari e ai Comandi Generali della Regia Guardia di Finanza e dei Carabinieri Reali una “Riservatissima Urgente” che aveva per argomento i rifornimenti dei sommergibili nemici. Ne riportiamo integralmente il testo considerata la sua importanza.

<<Pervengono al Ministero della Marina – esordì il Ministro Zupelli – continue comunicazioni circa presunti luoghi di rifornimento a sommergibili nemici su punti deserti delle coste delle nostre isole e particolarmente sulle coste della Sardegna (specialmente le occidentali), nelle isole del Tirreno e in quelle a sud della Sicilia (Arcipelago toscano, isole Pontine, isole Eolie, isole Egadi, Ustica, Pantelleria, Lampedusa, Lampione, Linosa), ecc. Sono state inoltre fatte denunce specifiche relativamente all’isola del Giglio, ove un suddito tedesco possiede cave di minerali.  Le autorità cui è diretta la presente sono pertanto invitate a provvedere perché sia intensificata la vigilanza nelle zone costiere di rispettiva giurisdizione rivolgendo particolare attenzione ai luoghi isolati e deserti. Si comunica, infine, per norma, che il Ministero della Marina ha interessate le varie Capitanerie di Porto ad accordare un premio in danaro (che può raggiungere le £. 150) a quei pescatori che riescano a dare alle varie autorità locali concrete informazioni e indicazioni in argomento>>[15].

L’area compresa tra Civitavecchia e Tarquinia avrebbe, tuttavia, destato una viva attenzione anche nei due anni di guerra che seguirono, come ci testimonia il fermo, avvenuto la sera del 16 maggio 1917 del trentino Luigi Kraus, originario di Lavis (Trento), fermato dal Brigadiere Cesare Bellicampi e dalla Guardia Amico Matteucci, mentre si trovavano impegnati in un servizio di perlustrazione nei pressi di Torre Valdalica.
Colto in evidente <<…attitudine sospetta di spionaggio militare>> il Kraus dichiarava ai militari che stava recandosi presso la propria famiglia, a Corneto di Tarquinia, provenendo da Santa Marinella, ove era stato a lavorare nei campi. In realtà, messo alle strette egli fornì altra versione, vale a dire <<…di essere un disertore austriaco>> e di <<…avere elusa vigilanza Trentino per recarsi Italia in cerca lavoro>>, come evidenziò il testo del telegramma che il Comandante della Tenenza di Civitavecchia indirizzò al Comando Generale del Corpo.
Il presunto “disertore” fu <<accompagnato al Comando locale Presidio>> e di lui non conosciamo ovviamente la sorte, pur immaginandola, considerando i tempi che il Paese stava vivendo[16].

 

  1. Il “caso Richter”.

A seguito delle segnalazioni di cui avevamo fatto parzialmente cenno nel precedente capitolo, le prime indagini condotte dall’Intelligence Militare, opportunamente segnalate anche alla Regia Guardia di Finanza, ci consentono di presentare il protagonista di questa vicenda.

Ebbene, Paul Richter (in atti citato anche con il cognome di Richtaer), per quanto vivesse in Italia da oltre una ventina d’anni era pur sempre, col cuore e con la mente, legato alla sua madrepatria: la Germania, ove era stato ufficiale di quell’Esercito, avranno pensato bene gli Agenti del Controspionaggio italiano.

Dimorante prevalentemente a Roma, il Richter era anche proprietario di un villino, un vecchio “Casino” di caccia, sito in San Felice Circeo, acquistato già in occasione della sua prima venuta in Italia e arricchito, tempo dopo, con l’acquisto di un bosco, già di proprietà comunale, in vicinanza del mare e, quindi, in un punto particolarmente strategico, volendo egli dedicarsi all’agricoltura.

Secondo il rapporto trasmesso dal IV Reparto dello Stato Maggiore Marina alla Regia Guardia di Finanza, onde “innescare” le successive indagini “in loco”, il Richter si presentava come un uomo di bella presenza, sulla quarantina. Egli viveva parte dell’anno a Roma e in parte anche a San Felice Circeo, assistito da un’anziana donna di servizio originaria della stessa San Felice.

Quando si trovava presso il villino, l’ex ufficiale prussiano riceva le visite di una signora, sulla sessantina, le quali, come osservò il redattore dell’informativa: <<…non potevano essere motivate da scopo passionale; ma chissà da quali altre ragioni!>>[17].

Secondo le prime informazioni assunte dagli Agenti del Controspionaggio della Marina, il Richter: <<…quando si recava a Roma viaggiava sempre in bicicletta portandosi la macchina fotografica allo scopo, diceva, di fotografare le antichità lungo il percorso, che fra andata e ritorno è di ben 240 Km>>[18].

Al di là dei contenuti del messaggio “affidato” al povero piccione viaggiatore catturato a Civitavecchia e alle prime risultanze investigative, ciò che fece insospettire maggiormente gli apparati di Intelligence italiani fu, senza ombra di dubbio, proprio quel bosco privato sulla vetta del Monte Circeo. Le indagini condotte dai Finanzieri appurarono, infatti, che la proprietà di Paul Richter dominava sull’intera palude pontina, consentendo all’occhio di spaziare sopra un’immensa estensione di mare che consentiva la visione dall’isola di Ischia al Vesuvio, del semaforo di Monte Orlando e la stessa fortezza di Gaeta.

Come evidenzia l’informativa:

<<Sulla cresta del Monte a ponente vi è il semaforo di Circello, in basso verso S.E. trovasi la Stazione del cavo sottomarino che unisce col telegrafo l’isola di Ponza con la fortezza di Gaeta. Poco discosta esiste la Torre del Fico abbandonata ed aperta a tutti, ottimo posto di segnalazione specialmente di notte. A circa un km di distanza sul mare, una grotta nascosta e non visibile da terra potrebbe contenere diversi barili di benzina, di petrolio, di natfa, ecc. Più giù ancora vedesi il faro di Torre Paola.

Un sottomarino nemico – così termina la velina allegata all’informativa della Regia Marina trasmessa alla Finanza – che si nascondesse fra gli insidiosi scogli di Palmarola troverebbe nel Richtaer un ottimo segnalatore e un ottimo rifornitore>>[19].

Al di là di quanto accertato dall’Intelligence militare le indagini compiute dalle Fiamme Gialle della Brigata di Monte Circeo diedero esito negativo, e su tutti i fronti, lasciando la questione irrisolta. Non solo si accertò che nelle grotte (ben 32) delle quali il Promontorio del Circeo era ricco, così come si ricordava prima, non si nascondevano materiali per il rifornimento dei sottomarini, ma “addirittura” che il Richter aveva abitato il villino fino al mese di aprile 1915, abbandonandolo poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Secondo le informazioni assunte dalle Fiamme Gialle, Paul Richter: <<…si recò a Losanna ove, si presume, dimori ancora>>[20].

Con la stessa nota, il Comando territoriale rassicurò l’alto vertice del Corpo riguardo al futuro. <<La vigilanza nella zona in parola – concluse la Riservata Speciale – è stata intensificata, tanto da parte dei nostri militari che da quelli della R. Marina addetti al Semaforo, i quali frequentemente perlustrano la costa a mezzo di imbarcazioni, ed ispezionano accuratamente le grotte che si trovano lungo la costa stessa>>[21].

Le risultanze delle indagini furono ovviamente “rapportate” allo Stato Maggiore della Regia Marina[22], al quale, molto probabilmente, era stata finalmente comunicata anche l’esatta generalità del Richter, la quale corrispondeva a quella di Jean Paul Richter, nato a Dresda il 7 giugno 1847 e che già allora era noto in Europa per essere uno dei più valenti storici dell’arte.

Figlio di un teologo, il Richter aveva studiato anche lui Teologia, peraltro diventando in seguito tutore del giovane Alexander Frederick, Langravio d’Assia, incarico che gli aveva consentito di viaggiare in lungo e in largo per l’Europa, quindi anche in Italia, ove si innamorò del culto di Leonardo Da Vinci, al quale dedicò seri studi sui famosi taccuini del grande scienziato toscano.

La reale presenza in San Felice Circeo era, invece, da datare a partire dal 1900, per poi terminare effettivamente nell’aprile del 1915. Coniugato con Luise Maria Schwab, il Richter era padre di Irma e Gisela, anche loro storiche dell’arte. Morirà a Lugano il 25 agosto del 1937, molto probabilmente dopo essere tornato in Italia e sul Circeo altre numerose volte.

Anche se non è chiaro di come il “Controspionaggio” nazionale avesse accostato il nome di Jean Paul Richter a quello della presunta spia tedesca che agiva sul Monte Circello, è evidente il fatto che la proprietà Richter in San Felice (sia il villino che il bosco) abbia comunque avuto un ruolo determinante in questa vicenda di spionaggio, e ciò anche alla luce di quanto avvenne, sempre a San Felice Circeo, nel luglio dello stesso primo anno di guerra.

Anche in quel caso furono coinvolti personaggi operanti anche loro nel “mondo dell’arte”, sebbene italianissimi, nonostante l’ingannevole cognome. A questa vicenda l’onore di concludere questo modesto saggio.

  1. La “disavventura” dei fratelli Schneider Graziosi.

Che la zona del Circeo avesse “innescato” un certo allarme negli apparati di Intelligenze e di Polizia italiani lo si evince anche dalla “rassicurazione” che il Colonello De Murtas indirizzò al Comando Generale del Corpo il 19 luglio 1915, concludendo la nota con la seguente frase: <<…assicuro di aver impartito gli opportuni ordini per le diligenti indagini da esperirsi in S. Felice Circeo e dintorni, i risultati delle quali mi riservo di comunicare a suo tempo a codesto Comando Generale>>[23].

Appena sei giorni dopo, lo stesso De Murtas scrisse nuovamente ai vertici del Corpo per comunicare non solo i “risultati” delle indagini, ma soprattutto il nuovo caso di “presunto spionaggio” che si era consumato nella stessa area del Circeo. In ogni caso, per meglio comprenderne l’importanza, lasciamo la parola alla “Riservata Speciale”, frutto di una comunicazione che la Legione di Roma aveva ricevuto dal Comando del Circolo Esterno.

<<Giorni addietro, nel comune di S. Felice Circeo, si videro gironzare due sconosciuti, sospetti di spionaggio, uno dei quali portava una piccola macchina fotografica, che spesso si recavano presso l’ufficio postale.

I medesimi, sorvegliati da quei militari dell’Arma dei RR. CC., furono identificati per i fratelli Carlo Schneider Graziosi, soldato del 13° Artiglieria in licenza di convalescenza, e Schneider Graziosi Dott. Giorgio, entrambi da Roma e residenti in questa città via Aracoeli n. 101. Il 21 corrente, col permesso del ff. Delegato di Porto di Torre Vittoria, Brigadiere Ragazzini, essi s’imbarcarono su di una barca carica di pecore e frutta secca destinata a Pinza. Colà, destarono pure i sospetti della P.S., che li tenne d’occhio, ed avendoli sorpresi a prendere fotografie nei pressi del cavo sottomarino, li arrestò per ordine del Direttore di quella Colonia.  Subito dopo, d’ordine della stessa autorità a mezzo degli Agenti di P.S. di Ponza, dei RR. Carabinieri e del Comandante della Brigata di Monte Circeo maresciallo Arnelli fu praticata una perquisizione nella casa che era stata abitata dai due sospettati (si riferisce a San Felice Circeo) e vi rinvennero alcuni schizzi del litorale. Uguale perquisizione fu praticata nell’Albergo Marina in Terracina, ove erano stati ad alloggiare. Tale operazione che fu condotta dagli Agenti di P.S. di Ponza col concorso dei Carabinieri di Terracina e dei Marescialli di Finanza Vandone e Del Gaudio portò al sequestro di due valigie chiuse a chiave, danaro, biancheria ed oggetti vari che furono repertati. Sul fatto indagherà l’autorità di P.S. e quella militare>>[24].

Che i due arrestati non fossero “persone comuni” gli italiani lo appresero dai quotidiani, i quali riuscirono a “carpire” comunque la notizia riservata. Questa è una delle “Corrispondenze” che maggiormente ci ha colpito, considerandone i contenuti.
<<Il prof. Giorgio Schneider Graziosi, vice direttore dei Musei vaticani, e suo fratello Carlo, impiegato del Banco di Roma, entrambi romani e nipoti dell’architetto dei Sacri Palazzi sono stati fermati da una torpediniera mentre compivano una gita in barca presso le fortificazioni dell’isola di Ponza, nei dintorni di Napoli. La piccola imbarcazione, per ordine del comandante, fu perquisita. Si rinvenne una macchina fotografia ed un album in cui erano stati tracciati degli schizzi dei vari panorami che il signor Carlo Schneider, che si diletta di pittura, aveva tracciato. L’autorità militare ebbe il sospetto che sin trattasse di spionaggio ed ordinò immediatamente la consegna dei fratelli Schneider all’autorità locale di P.S.>>[25].

Nella realtà dei fatti, Giorgio Schneider Graziosi, per quanto storico dell’arte, non era affatto Vice Direttore dei Musei Vaticani, bensì un archeologo ed epigrafista, peraltro già affermato e conosciuto anche grazie ai suoi saggi ed articoli pubblicati dalle principali riviste e bollettini d’arte e archeologia. Entrambi, invece, figli di Raffaele erano effettivamente nipoti del Prof. Costantino Schneider Graziosi, Architetto della Fabbrica di San Pietro e dei Sacri Palazzi Apostolici, che nulla aveva a che fare con questa “equivoca vicenda”. È certo che i due fratelli riuscirono comunque a dimostrare la loro “buona fede”, legata essenzialmente al desiderio di vivere qualche giorno di spensierata libertà, prima che Carlo ripartisse per il fronte di guerra, sorte che toccò allo stesso Giorgio, di lì a poco. Ricordiamo, infatti, che Giorgio Schneider Graziosi, nato a Roma l’8 maggio 1884 fu “richiamato” alle armi nel corso dello stesso anno e nominato Sottotenente del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Morirà eroicamente in combattimento il 17 settembre 1916 in località Veliki Kriback, sul Carso, meritando il conferimento di una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ovviamente “alla memoria”. Dell’artigliere ed incauto pittore, Carlo Schneider Graziosi non possediamo ulteriori informazioni. Sappiamo solo che sopravvisse alla “Grande Guerra” e che, molto probabilmente, emigrò da qualche parte, in Europa o altrove, tanto che nel 1924 al suo nome, nell’ambito di un “Annunzio Legale” a fronte della successione di Camillo Schneider Graziosi, l’ufficiale giudiziario associa, alla data del 10 ottobre, la seguente frase: <<Schneider Graziosi Carlo fu Raffaele, di domicilio, residenza e dimora ignoti>>[26].

Ten. Col. Gerardo Severino
Direttore Museo Storico della Guardia di Finanza

 

[1] Cfr. nota n. 750 R.S. del Comando della Legione Territoriale di Napoli indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 15 dicembre 1914, con oggetto: Difesa Costiera, in Archivio Museo Storico Guardia di Finanza (d’ora in poi AMSGF), fondo 1^ Guerra Mondiale – Varie, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[2] Cfr. “Riservatissima Personale” n. 11 P.S. del Ministero della Marina – Ufficio del Capo di Stato Maggiore, indirizzata al Ministero delle Finanze, in data 19 febbraio 1915, con oggetto: Sorveglianza ed ispezione lungo le coste del Regno, in AMSGF, fondo 1^ Guerra Mondiale – Varie, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[3]  Cfr. “Riservata Speciale” n. 716 del Comando Generale della R. Guardia di Finanza, indirizzata al Ministero della Marina – Ufficio del Capo di Stato Maggiore, in data 11 aprile 1915, con oggetto: Sorveglianza ed ispezione lungo le coste del Regno, in AMSGF, fondo 1^ Guerra Mondiale – Varie, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[4] Cfr. Telegramma n. 146926 del Ministero delle Finanze – Direzione Generale delle Gabelle indirizzato al Comando Generale della Regia Guardia di Finanza, in data 29 giugno 1916, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1916, f. lo 1.

[5] Cfr. Nota n. 9541 della Legione Territoriale R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 10 luglio 1915, con oggetto: Cattura di un colombo viaggiatore, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[6]Il Monte Circeo è un promontorio del Lazio che di protende nel Mar Tirreno, chiudendo a Ovest il Golfo di Terracina. È costituito da una rupe lunga circa 5 km che raggiunge l’altezza di 541 metri, cadendo ripida sul mare e caratterizzata, proprio in questa parte, dall’esistenza di numerose grotte, alcune delle quali facilmente raggiungibili dallo stesso mare.

[7] Cfr. nota “Riservatissima Speciale” n. 2004. RR.S. dello Stato Maggiore della Marina indirizzata al Comando Generale della R. Guardia di Finanza, in data 15 luglio 1915, con oggetto: Spionaggio, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[8] Cfr. nota “Riservatissima Urgente” n. 617 del Comando Generale della R. Guardia di Finanza destinata al Comando della Legione Territoriale di Roma, in data 18 luglio 1915, con oggetto: Spionaggio militare, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[9] Cfr. Fonogramma del 4 giugno 1915 del Comando Legione R. Guardia di Finanza di Roma indirizzato al Comando Generale del Corpo, con oggetto: Arresti per spionaggio, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[10] Cfr. nota n. 1019 del Comando Legione R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 8 giugno 1915, con oggetto: Spionaggio militare, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[11] Cfr. “Telegramma Espresso” n. 64 P.R. del Comando Tenenza Interna R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 26 giugno 1915, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[12] Cfr. “Riservata Speciale” n. 146 R.S. del Comando 2^ Compagnia Esterna R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 12 luglio 1915, con oggetto: Polizia militare – Segnalazione della Presenza dell’Ambasciatore della Russia a Castel Fusano il 12 luglio 1915, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 19.

[13] Cfr. Angelo Ginocchietti, “La Guerra sul Mare”, Libreria del Littorio, Roma, 1930, pag. 242.

[14] Cfr. “Riservata Speciale” n. 126 del Comando Tenenza R. Guardia di Finanza di Civitavecchia indirizzata alla 2^ Compagnia Esterna di Roma e n. 974 di quest’ultima indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 4 giugno 1915, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[15] Cfr. “Riservatissima Urgente” n. 23303 G. del Ministero della Guerra – Segretariato Generale – Divisione Stato Maggiore indirizzata a Comandi ed Enti vari, in data 4 giugno 1915, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1916, f. lo 1.

[16] Cfr. Telegramma espresso n. 73 del Comando Tenenza R. Guardia di Finanza di Civitavecchia indirizzato al Comando Generale del Corpo, in data 17 maggio 1917, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1917, f. lo 1.

[17] Cfr. nota “Riservatissima Speciale” n. 2004. RR.S. dello Stato Maggiore della Marina indirizzata al Comando Generale della R. Guardia di Finanza, in data 15 luglio 1915, con oggetto: Spionaggio, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Cfr. “Riservata Speciale” n. 1279 del Comando della Legione territoriale R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 20 agosto 1915, con oggetto: Spionaggio militare, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[21] Ibidem.

[22] Cfr. nota “Riservata Speciale” n. 3927 R.S. del Comando Generale della R. Guardia di Finanza indirizzata al Ministero della Marina, Ufficio del Capo di Stato Maggiore, IV Reparto, in data 30 agosto 1915, con oggetto: Spionaggio, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[23] Cfr. nota n. 1208 del Comando della Legione territoriale R. Guardia di Finanza di Roma al Comando Generale del Corpo, in data 19 luglio 1915, con oggetto: Spionaggio militare, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[24] Cfr. nota “Riservata Speciale” n. 10668 del Comando Legione territoriale R. Guardia di Finanza di Roma indirizzata al Comando Generale del Corpo, in data 25 luglio 1915, con oggetto: Polizia militare, in AMSGF, “Polizia Militare”, 1915, f. lo 1.

[25] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Il Vice direttore dei Musei vaticani e un impiegato del Banco di Roma sospetti di spionaggio. Roma, 26, notte”, in <<La Stampa>>, n. 206 del 27 luglio 1915.

[26] Cfr. <<Foglio degli Annunzi Legali della Provincia di Roma>>, n. 83 del 15 ottobre 1924, pag. 1530.

[1] Finalizzato all’acquisizione illecita di notizie segrete o comunque riservate riguardo ai processi produttivi di un’azienda, quali brevetti ed invenzioni, onde usarle in proprio, ovvero cederle a terzi.

[2] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Caccia allo spionaggio”, in <<Il Finanziere>>, n. 27 del 4 luglio 1915, pag. 2.