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20 luglio 1969: lo sbarco sulla Luna

Il giorno che Neil e Buzz sbarcarono sulla Luna tutti dissero che era un giorno speciale. Dallo spazio, in diretta, le immagini. Il mondo si fermò a guardare. Non è solo l’inizio di una splendida canzone di Edoardo Bennato dedicata al nostro satellite naturale. Quel 20 luglio 1969 rappresenta il culmine di una corsa all’esplorazione spaziale giocato in piena guerra fredda tra Usa e Urss.

GagarinI sovietici avevo vinto il primo round con Jurji Alekseevič Gagarin, primo uomo ad andare nello spazio il 12 aprile 1961. Un cosmonauta diventato eroe nazionale e morto in un incidente aereo nel 1968, un anno prima della missione lunare dell’Apollo 11 compiuta da Neil Armostrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Un argomento che sui social e sul web registra migliaia di risultati sui motori di ricerca e milioni di post e tweet su Facebook e Twitter, a dimostrazione che l’argomento spazio e conquista della Luna non si è mai sopito.

Non è un caso che alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 49° anniversario dello sbarco sulla Luna, First Man (“Il primo uomo”), il film diretto dal regista Premio Oscar Damien Chazelle apre la kermesse cinematografica.

 

spazio, viaggio e coraggio, una raggelata elaborazione del lutto, un dramma trattenuto di sopravvissuti altrimenti e vanamente chiamati astronauti.

Chazelle, che trasforma la sceneggiatura di Josh Singer (da libro di James R. Hansen), fa del famoso “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità” di Neil Armstronig (Ryan Gosling) un war movie di fiamme, esplosioni e morti sul campo, ovvero in cielo; un film sui reduci; un cancer movie e un dramma familiare. E lo fa calmierando il propellente primo della missione, l’ideologia, ovvero la volontà di superpotenza sui preponderanti sovietici, e togliendo ogni epica, ogni patriottismo, ogni vittoria: non si va, meglio, non si arriva sulla Luna per piantare la bandiera, ma per dare estrema sepoltura a una figlia, la prediletta Karen.

L’uomo bianco è sulla Luna, stigmatizzano i neri; si è finalmente avverato il progetto del defunto Kennedy, ribattono altri; la politica alluna, questa sì, ma First Man poco se ne cura, viceversa, punta all’umano, e a quello che meglio lo tratteggia: Neil è un duplice sopravvissuto, alla morte della figlia e al decennio di spedizioni, esperimenti e fallimenti che porta al successo dell’Apollo 11, a quel passo-balzo del 20 luglio 1969. Con lui non alluna un eroe, ma un sopravvissuto, come è forse l’America tutta a se stessa, come lo è di certo l’umanità: non si balla, si frigge tra le stelle; non si agogna, si pianifica; non si sogna, si esegue.

E ne viene un’educazione sentimentale in cui l’anaffettivo è lessico familiare, precipitato del lutto, almeno per Neil: se la moglie Janet (Claire Foy) lo esorta a parlare ai figli prima di partire, e forse non tornare, Neil chiede loro se hanno altre domande. Sicché quando Janet dice al piccolo che papà andrà sulla Luna, non potrà che sentirsi rispondere: “Ok, posso uscire a giocare?”.

Dopo il passo-balzo, insieme all’altro allunato Buzz Aldrin (Corey Stoll, buono a farne un gradasso), Neil starà un mese in quarantena: poco male, c’è ancora un diaframma tra la sua e la mano di Janet, ma Karen è finalmente riuscito a farla andare, lassù (fonte: cinematografo.it)

E non è un caso che nel 2013, cinque anni fa, il regista Pavel Parkhomenko ha diretto Gagarin, primo nello spazio (produzione e attori russi).  Certo vista l’aria da cortina di ferro che tira si potrebbe pensare che anche il cinema si adegua.

A 55 anni dallo storico volo orbitale del cosmonauta sovietico infatti è stato girato appositamente per Internet, con le registrazioni originali in lingua russa (tradotte in inglese) First Orbit, proiettato in migliaia di feste che si sono svolte in tutto il mondo la notte del 12 aprile 2011 ribattezzata Yuri’s Night.

Il docufilm ripercorre il volo di Gagarin minuto per minuto seguendo la stessa rotta percorsa dalla sonda Vostok. La ISS, la Stazione Spaziale Orbitante segue una rotta simile a quella di Gagarin circa una volta alla settimana e gli astronauti, coordinati dall’italiano Paolo Nespoli hanno effettuato le riprese di questo docufilm. Tutti pazzi per lo spazio? Forse. Ma al di la dei complottismi lunari, delle fake news e delle operazioni di fact-checking, la Luna affascina e fa ancora chiedere a grandi e piccini perché mai non si è più messo piede sul suolo lunare.

CernanPrima di rispondere, per la cronaca, è forse il caso di ricordare anche l’ultimo uomo sulla Luna e non solo il primo, ossia Mr Gene Cernan (sulla destra), morto a Houston il 16 gennaio 2017, autore tra l’altro, nel 1999 (guarda caso anno di una famosa serie televisiva dal titolo Spazio 1999), del libro The Last Man on the moon diventato poi anch’esso un docufilm dal titolo omonimo.

Per dirla alla Stanley Kubrick, regista di 2001 Odissea nello spazio,  “un sogno non è mai soltanto un sogno” e chissà, si può aggiungere,  che a furia di cantare e rivedere su YouTube il video di Walking on the moon dei Police, Fly me to the moon di Frank Sinatra o Man on the moon dei REM l’uomo non rimetta ancora una volta il piede sulla sabbia argentea. Magari il mondo si fermerà ancora una volta a guardare quella bandiera così innaturale e i giovani chiederanno agli anziani come si viveva nei favolosi anni Sessanta che stavano per tramontare. Ma questa è un’altra storia.

Giulio Marsili