La legione anglo-italiana nella guerra di Crimea e la disavventura del brigantino “Lady Franklin”
Nello scorso febbraio, nel silenzio generale di gran parte degli storici, sia civili che militari, sia in Italia che all’estero, per quanto la situazione politico-militare che riguarda anche questa parte della “vecchia Europa” sia più che mai attualissima, avremmo dovuto ricordare i 170 anni della fine della nota “Guerra di Crimea”, il conflitto al quale prese parte anche un contingente dell’allora Regno di Sardegna, colà destinato al comando del Generale La Alfonso Marmora. Ebbene, non molti italiani conoscono le vicende della “Legione Anglo-Italiana”, un Corpo di volontari voluto dal Governo inglese, costituito prevalentemente in Piemonte, ma che di fatto non ebbe il tempo di partecipare alla campagna militare. Trattandosi di volontari, la maggior parte dei quali ispirati da sentimenti liberali, la Legione, dopo il suo inevitabile scioglimento, rimase in auge come idea, non certo unica, trattandosi di movimenti patriottici trasversali che molto spesso unirono diversi popoli d’Europa. Si trattava, tuttavia, di un’idea che molti Stati italiani considerarono “pericolosa”, ritenendo che una forza militare che comunque era riuscita a raggiungere in fretta una composizione organica di circa 3000 uomini, se ben congeniata, avrebbe potuto mettere anche a rischio la pace interna di ciascuno di loro. A temere maggiormente quei giovani ansiosi di combattere, e che non avevano avuto il tempo di farlo a causa del “Congresso di Parigi”, ma che avrebbero certamente potuto sfruttare l’addestramento fin lì ricevuto, fu lo Stato della Chiesa, ove il Sommo Pontefice, Pio IX, non aveva di certo dimenticato il ruolo che le formazioni dei volontari avevano avuto durante la “Repubblica Romana”, fra il 1848 e il 1849.

Non solo, ma era ben nota, infatti, ai Servizi di Polizia Vaticani il ruolo sin lì avuto dagli Inglesi, i quali avevano da sempre “strizzato” l’occhio al mondo liberale italiano, favorendo l’ingresso nel Paese di centinaia di fuoriusciti, soprattutto Mazziniani, ricercati in tutta la Penisola, principalmente dopo i moti del 1848. Nella primavera del ’56, dunque, per quanto avesse mantenuto, per tutta la durata del conflitto, una ferrea neutralità, lo Stato Pontificio ne sarebbe stato profondamente influenzato, sia a livello geopolitico che diplomatico, adottando “scelte repressive” molto eccessive. Non solo, ma la risoluzione del conflitto avrebbe avuto, infine, enormi ripercussioni direttamente sul Papato di Pio IX, e ciò sia per le cause religiose originarie della guerra, come vedremo a breve, sia per il successivo isolamento politico al quale il Vaticano fu destinato, conseguentemente allo stesso “Congresso di Parigi”. Il Governo Pontificio ordinò, di conseguenza, la massima allerta su tutto il suo territorio, allertando nel contempo gli apparati di Polizia operanti soprattutto lungo le coste Tirreniche e Adriatiche, ove si temeva, da un momento all’altro, un’invasione armata, quasi si trattasse della trama del noto romanzo di Dino Buzzati, <<Il Deserto dei Tartari>>. In effetti, tra i membri della British Italian Legion vi erano, fra i tanti esuli o comunque volontari italiani, anche 55 sudditi Papalini, i quali, a differenza dei Piemontesi non potevano di certo rischiare la galera, tornando a casa come se nulla fosse accaduto[1]. Ebbene, mentre gran parte dei membri della Legione erano tornati alle proprie vite, pur non rinunciando evidentemente alle proprie ideologie, agli inizi del giugno dello stesso 1856, quando tutta la questione era ormai stata “archiviata”, a Porto d’Anzio, come veniva allora chiamata l’odierna città costiera alle porte di Roma, le locali Guardie di Finanza, nell’ubbidire giustamente agli ordini giunti direttamente dal Ministro di Polizia, fermò e arrestò alcuni passeggeri del brigantino inglese “Lady Franklin”, nottetempo approdato in quella rada, avendola scambiata per il porto canale di Fiumicino. Ne nacque, come è facile intuire, un caso diplomatico, che cercheremo di ricostruire oggi, attraverso questo seguitissimo portale online.

Un brevissimo cenno sulla “Guerra di Crimea” (1853 – 1856)
Combattuta di fatto dal 4 ottobre 1853 al 1º febbraio del 1856, la “Guerra di Crimea” vide contrapporsi l’allora Impero Russo ad una Coalizione di Stati composta inizialmente dall’Impero Ottomano, Francia e Gran Bretagna, alla quale si aggiunse, infine, anche il Regno di Sardegna, desideroso già allora di sedersi “al tavolo dei vincitori”. Il conflitto aveva avuto origini da una disputa diplomatica fra Russia e Francia riguardo al controllo dei luoghi santi della Cristianità sedenti allora in territorio ottomano, prima fra tutte la città santa di Gerusalemme[2]. A quel punto, allorquando la Turchia accettò le proposte francesi, la Russia decise di attaccarla, nel luglio del 1853. La Gran Bretagna, temendo l’espansione di San Pietroburgo verso il Mediterraneo, sul quale desiderava mantenere il suo ferreo controllo, si unì alla Francia. Entrambi le Potenze Europee si mossero, quindi, per difendere la Turchia, dichiarando così guerra alla Russia, nel marzo del 1854. Mentre l’Austria si limiterà ad appoggiare politicamente le potenze occidentali, in Italia il solo Stato che ritenne di dover far parte della Coalizione fu il Regno di Sardegna. Fu così che Re Vittorio Emanuele II, nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, inviò, il 13 aprile 1855, un contingente militare al fianco dell’esercito Anglo-Francese, dichiarando a sua volta guerra alla Russia. Torino mobilitò, quindi, un Corpo di Spedizione (18.000 uomini, su due Divisioni e una Brigata, “Trotti”, “Durando” e “Giustiniani”) affidandolo al comando del Generale Alfonso La Marmora. Il 9 maggio dello stesso ’55, le prime truppe sarde trasferite nel Mar Nero su 19 fra navi da guerra e trasporti, al comando del Capitano di vascello marchese Di Negro, sbarcarono così in Crimea, esattamente a Balaclava. Come è noto, la guerra si svolse soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate misero sotto assedio la città di Sebastopoli, la principale base navale Russa sul Mar Nero. Dopo vani tentativi dei Russi di rompere l’assedio (battaglie di Balaclava, di Inkerman e della Cernaia[3]) e l’attacco finale degli alleati, Sebastopoli fu abbandonata dai difensori il 9 settembre 1855, portando così alla sconfitta della Russia. Il 16 gennaio 1856 lo Czar accolse le condizioni fattegli e il 1° febbraio 1856 fu firmato a Vienna il protocollo che doveva servire di base alle trattative di pace che ebbero inizio il 25 febbraio a Parigi e si conclusero il 3 marzo. Il “Congresso di Parigi” stabilì, quindi, le condizioni di pace, avvicinando, quindi, sia politicamente che militarmente il Regno di Sardegna alla Francia: fattori, questi, che nel favorire un decisivo processo di intese, soprattutto Diplomatiche, porterà, nel 1859, alla Seconda guerra di indipendenza.
La Legione Anglo-Italiana (1855 – 1856)
La “British Italian Legion” fu un corpo militare composto, come si diceva prima, da volontari, il quale fu costituito, tra il 1855 e il 1856, dal Governo inglese, nel pieno della “Guerra di Crimea”. Il Regno Unito, che aveva bisogno di truppe aggiuntive per la campagna militare contro la Russia, con il c.d. “Enlistment of Foreigners Act”, del 1854, aveva decretato l’impiego di soldati stranieri nella Campagna, quindi anche italiani, i quali provenivano da gran parte degli Stati che componevano allora la Penisola, ottenendo, peraltro, anche l’appoggio dell’allora Regno di Sardegna, il quale ne autorizzò l’acquartieramento anche in Piemonte, presso i Depositi di Torino, Novara e di Susa, ovvero a Genova, da dove la Legione avrebbe poi raggiunto l’isola di Malta, nella primavera dello stesso ’56. L’idea di coinvolge i volontari italiani (da alcuni storici definiti dispregiativamente “mercenari”) era venuta a Sir James Hudson K.C.B., Ministro plenipotenziario britannico a Torino, lo stesso al quale fu presentata la Legione in occasione di una storica “Rassegna” tenutasi a Novara nei primi del 1856, come documenta una stampa dell’epoca. Fu il Tenente Colonnello Read a curarne la formazione, mentre al Tenente Colonnello Burnaby spettò l’incarico di Quartiermastro Generale. Nell’organico degli ufficiali troviamo, poi, i Tenenti Colonnelli Grant, De Horsey e Sir Coutts Lindsay. Accampati sull’isola di Manoel, sempre a Malta, la Legione, che nel frattempo aveva raggiunto un organico di oltre 3.000 uomini, ebbe, tuttavia, una vita molto breve e, per certi versi, travagliata, non riuscendo, infatti, a partecipare ai combattimenti in Crimea, poiché la guerra terminò prima del loro impiego operativo[4]. Non solo, ma poiché all’interno delle truppe sorsero tensioni, così come problemi disciplinari e duri scontri con le popolazione locali, sempre nella stessa Isola di Malta, ai primi del 1856 il War Office britannico decise il congedo dei soldati, i quali, tuttavia, ricevettero il c.d. “soldo di congedo”. Ebbene, come già ricordato in precedenza, gran parte dei reduci sarebbero confluiti nei vari Movimenti patriottici, sia italiani che non, partecipando così alla Seconda guerra d’indipendenza, alla “Spedizione dei Mille”, alla Terza guerra d’indipendenza del 1866 e alla sfortunata “Campagna di Mentana”.

La disavventura toccata nel porto di Anzio al brigantino passeggeri inglese “Lady Franklin” (5 – 10 giugno 1856)
In tutta la Penisola italiana, ove obiettivamente si guardava in cagnesco la politica Diplomatica del Cavour, gli unici giornali che raccontarono, per filo e per segno, cosa era accaduto a Porto d’Anzio agli inizi di giugno del 1856 furono quelli stampati nel Regno di Sardegna, l’unico Stato preunitario che aveva preso parte alla “Guerra di Crimea” e che non aveva di certo ostacolato il reclutamento dei volontari della “British Italian Legion”. Fu, in particolare, il seguitissimo <<Italia e Popolo. Giornale Politico>> , che si pubblicava allora nella patriottica città di Genova, che in un suo numero (il n. 172) uscito la domenica del 22 di giugno, nel riprendere una “Corrispondenza” pubblicata sul <<Daily-News>>, raccontò, con dovizia di particolari, la disavventura capitata al Brigantino inglese “Lady Franklin”, storico bastimento sul quale è doveroso soffermarsi per qualche attimo[5]. Il “Lady Franklin” è stato un celebre veliero (spesso definito nave o brick/brigantino nelle rotte transatlantiche del XIX secolo), varato a Liverpool nel 1851[6], destinato ad affrontare la rotta Atlantica Liverpool-New York[7]. Aveva preso il nome, così come lo era stato per un’altra barca varata nel 1841, da Lady Jane Franklin, moglie del celebre esploratore artico, poi scomparso nel 1847, Sir John Franklin. La stessa Lady Franklin aveva, infatti, un legame molto importante con New York, città che le sarebbe stata molto vicina dopo la scomparsa del marito. Il natante era, già allora, famoso per via della sua velocità di crociera[8]. Ebbene, l’articolo pubblicato dal giornale genovese esordì con la seguente, eloquente frase: << La gelosa sorveglianza esercitata abitualmente dalle autorità papali stazionate lungo la costa marittima, specialmente dal lato del Mediterraneo, è stata notevolmente accresciuta da ultimo, in seguito al timore nutrito dal governo, che qualche parte della formidabile legione anglo-italiana, ed altri emigrati italiani rivoluzionari, ed entrambi uniti insieme trovassero la via sulle coste del sacro patrimonio di San Pietro, e commettessero sacrileghi attacchi contro il trono temporale del successore degli apostoli. Le navi che si avvicinano vengono attualmente tenute d’occhio, e la comparsa di una vela sospetta pone immediatamente la guarnigione di ogni pericolo porto in commozione febbrile. Questo stato di perversa agitazione, sorgente di inconveniente per alcuni inglesi che ritornando dalla Crimea, nella nave di trasporto britannico Lady Franklin, di 480 tonnellate, di Liverpool, desideravano di procedere direttamente verso l’Inghilterra per la via di Francia col mezzo di uno dei vapori del Mediterraneo, che toccano Civitavecchia invece di fare il più lungo viaggio per lo stretto di Gibilterra>>[9]. Ed ecco finalmente l’incredibile storia, la quale ebbe inizio la sera del 5 giugno 1856, allorquando il “Lady Franklin”, provenendo da Sud, giunse a largo del Porto “Innocenziano” di Anzio, entro il quale non avrebbe potuto approdare, considerando la sua notevole stazza, ma soprattutto il fatto che il porto era quasi sempre ricolmo di fango e arena per via delle correnti avverse. A quel punto, Mister Evans, uno degli armatori della nave, assieme a quattro uomini decisero di scendere a terra, utilizzando una delle scialuppe di bordo, nella speranza di ottenere informazioni. Essendosi finalmente accorti dell’errore nei quali erano incorsi, non trattandosi, infatti, del Porto Canale di Fiumicino, ove evidentemente immaginavamo di sostare, i malcapitati decisero di tornare sulla propria nave.

Fu a quel punto che una pattuglia di Guardie di Finanza, la cui caserma dava proprio sul Porto Innocenziano, li fermò, chiedendo la ragione del loro sbarco, ma soprattutto di fornire i prescritti documenti autorizzativi. In mancanza di questi, i Finanzieri furono costretti ad arrestare i cinque uomini, con l’accusa di << …essere sbarcati sena la debita autorizzazione, avendo così violate le leggi di polizia e sanità>>. Condotti inizialmente presso la loro caserma, gli inglesi furono interrogati dal Sergente Pietro Battaglini, che dal 14 aprile del 1854 si trovava al Comando del locale Picchetto della Truppa di Finanza Pontificia, poi trasferiti presso le vicinissime Carceri (si trattava, in realtà, del fatiscente Bagno Penale di Anzio, ove le condizioni di vita non erano certo delle migliori). Il “Picchetto” di Finanza era composto da 1 Caporale, 1 Vice Caporale e da 8 Comuni, come veniva allora definiti i soldati semplici di finanza, dal quale dipendeva anche un modesto distaccamento a Torre Astura, ancora considerata come il limite estremo della civiltà, poiché subito dopo iniziava la palude pontina[10]. Il loro era un lavoro particolarmente difficile e, per certi versi anche ingrato, sul quale incombeva molto spesso una particolare attenzione da parte della Polizia Politica papalina, ricordando la compromissione del Corpo – di sentimenti liberali – durante la Repubblica Romana, che avrebbero difeso strenuamente sotto la guida di Giuseppe Garibaldi. Il mattino dopo, il Sergente Battaglini avvisò immediatamente Don Giovanni Battista d’Andrea, che sin dal 1843 ricopriva la carica di Vice Console Inglese in quel di Anzio. Il Console mandò immediatamente, attraverso un corriere a cavallo, un rapporto su quanto era accaduto al Console Britannico in quel di Roma, Jhon Freeborn, il quale, da uomo molto influente quale egli era, si rivolse immediatamente alle competenti Autorità, sia di Polizia che Sanitarie. Ottenuta la liberazione degli arrestati, il Console Generale Freeborn li fece trasferire a Roma, considerando che la “Lady Franklin” era stata, nel frattempo, autorizzata dai Finanzieri a proseguire il viaggio verso Nord. Come ebbe a concludere amaramente il quotidiano genovese: <<I marinai della Lady Franklin furono tenuti in carcere per quattro giorni e rimasero 18 ore senza cibo. Della nave non si sa ancora nulla e il signor Evans è partito per Civitavecchia nella speranza di avere quivi informazioni a proposito>>. Il glorioso bastimento inglese, sbarcati tutti gli altri passeggeri nel grande porto di Civitavecchia, riprese comunque il suo viaggio di ritorno verso Liverpool, dal cui porto avrebbe ripreso il suo antico mestiere, quello di collegare il Regno Unito agli Stati Uniti d’America. Possiamo, quindi, sostenere che fu, quello, in effetti l’ultimo atto della “Guerra di Crimea”, dalla quale molti di quei volenterosi soldati inglesi stavano tornando alle proprie case, non immaginando affatto di dover fare la conoscenza con il celebre Porto Innocenziano, sul quale, circa una novantina d’anni dopo (era il 22 gennaio del 1944) altri soldati inglesi e americani vi sarebbero sbarcati, nell’ambito della famosa “Operazione Shingle”.
Conclusioni
Se analizziamo la vicenda da un punto di vista strettamente geopolitico, osserviamo come la vittoria finale della Coalizione internazionale Europea allontanò, almeno temporaneamente, il timore di un’espansione Russa verso Costantinopoli. Un’alleanza politico-religiosa tra la Russia ortodossa e i territori ottomani avrebbe certamente eclissato il primato spirituale della Chiesa, non solo nei luoghi simbolo della Cristianità in “Terra Santa”. In realtà, il danno derivante dalla sua neutralità, lo Stato Pontificio non l’avrebbe riscontrato con la mancata sua presenza militare sui campi di battaglia, ma, come già allora andava di moda, dai tavoli della Diplomazia, della quale era maestro, nell’ambito del Regno di Sardegna, Camillo Benso Conte di Cavour. Fu, infatti, proprio durante il “Congresso di Parigi”, al quale Cavour ebbe modo di sedere, quale rappresentante di una nazione vincitrice, che l’allora Primo Ministro piemontese sollevò formalmente la “questione italiana”, sferrando così un durissimo attacco politico proprio nei riguardi di quello Stato Pontificio che aveva “tradito” la causa italiana, nel 1848. Il Conte – da abile Statista quale era – oltre a denunciare la cattiva amministrazione dello Stato della Chiesa (fu, questo, un atteggiamento che avrebbe colpito anche il Regno delle Due Sicilie, per quanto esagerato si dimostrò per entrambi gli Stati), sollevò la questione relativa alla costante presenza di truppe straniere (soprattutto francesi e austriache) sia a Roma che altri luoghi dello Stato Pontificio, definendola fonte di instabilità rivoluzionaria per l’intera Europa. Dopo il “Congresso di Parigi” ebbe, quindi, inizio quel totale isolamento Diplomatico cui sarebbe stato vittima, suo malgrado, lo Stato Pontificio. Anche la Francia, pur rimanendo protettrice del Papa da un punto di vista strettamente militare, iniziò a dialogare strettamente con il Piemonte in chiave anti-austriaca, ponendo così le basi per gli accordi di Plombières, cui seguì lo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, che avrebbe ben presto portato alla perdita delle Legazioni Pontificie, ma soprattutto all’Unità d’Italia, conseguente alla “Spedizione dei Mille” e all’intervento diretto dell’Esercito piemontese. A parte le vicende legate alla nota “Campagna Garibaldina dell’Agro Romano”, nel 1867, ove la Francia dimostrò, ancora una volta la sua vicinanza a Roma, la “Breccia di Porta Pia”, il 20 settembre 1870 sarebbe stato l’epilogo di una storia già scritta in precedenza, ed alla quale avevano contribuito anche quelle scelte poliziesche e quegli incidenti diplomatici, come quello innescato ad Anzio 170 anni orsono. Concludiamo questo modesto contributo, ricordando che quattro anni dopo i “Fatti di Porto d’Anzio”, quindi durante la vittoriosa “Spedizione Garibaldina”, una “Legione Inglese” parti da Londra alla volta dell’Italia, partecipando con valore ai combattimenti di Capua e, quindi, alla celebre Battaglia del Volturno. A loro, almeno, la sorte concesse l’onore di combattere, chissà magari al fianco di quei ragazzi che avevano invano atteso di partire da Malta e dal Piemonte alla volta di Sebastopoli. Ma questa è un’altra storia…
Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare
[1] Cfr. Andrea Bertolino, Giubbe Rosse in Piemonte: la British Italian Legion (1855 – 1856), Studi Piemontesi, 2019, v. 48, n. 1, pag. 120.
[2] Nel mentre la Francia di Napoleone III sosteneva le rivendicazioni dei monaci cattolici (per quanto tutelati spiritualmente da Roma), la Russia dello zar Nicola I difendeva i diritti del clero ortodosso.
[3] Bella battaglia sul fiume Cernaia, che i Piemontesi combatterono assieme ai Francesi, il Corpo di Spedizione italiano ebbe 16 morti e 170 feriti.
[4] Cfr. Ersilio Michel, “La legione anglo-italiana a Malta – 1856”, estratto da Archivio Storico di Malta, fasc. 2., Roma 1936, pag. 4 e ss., ed ancora Luigi Mondini, Una legione anglo-italiana per la guerra di Crimea, estratto da Nuova Antologia, n. 1901 (maggio 1959), Virgilio Ilari, La British Italian Legion del 1855 – 1856, pubblicato il 23 agosto 2012 per RISK.
[5] Sull’argomento vgs. Peter Guilino, La signora Franklin, in https://ethnic-village.org/the-lady-franklin/.
[6] Cfr. Carl C. Cutler, Queens of the Western Ocean: the Story of America’s Mail and Passenger Sailing Lines , (Annapolis: US Naval Institute, 1967), pag. 382.
[7]Il primo viaggio da Liverpool a New York ebbe luogo il 20 febbraio dello stesso 1851.
[8] Il bastimento svolgeva la rotta verso est (da Liverpool) in meno di 14 giorni, eguagliando i tempi dei piroscafi a vapore dell’epoca e superando molti altri velieri contemporanei.
[9] Cfr. corrispondenza dal titolo “Si scrive al Daily-News da Roma”, in <<Italia e Popolo. Giornale Politico>>, Genova, Domenica 22 giugno 1856, pag, 658.
[10] Dal “Quadro numerico graduale del personale assegnato al Corpo della Truppa di Finanza al 1° gennaio 1857”. In Archivio Museo Storico Guardia di Finanza, fondo “Miscellanea”, f. “Truppa di Finanza Pontificia”.