Giorni di Storia

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15 agosto 1805. Quando Simòn Bolivar giurò sull’Aventino

Il Venezuelano Simón Bolivar, noto al mondo intero con l’appellativo di “El Libertador”, concepì il suo disegno rivoluzionario nel corso di un viaggio in Italia, Paese che più di altri era stato interessato dalle idee rivoluzionarie e dalle gesta Napoleoniche. Nella città eterna, sul sacro colle dell’Aventino, il giovane Bolivar giurò solennemente di lottare – con tutte le proprie forze – per la liberazione dell’America Meridionale, oppressa dalla dominazione spagnola. E fu ciò che effettivamente fece, affrancando dal giogo iberico il Venezuela, la Nuova Granata, l’Ecuador ed il Perù, fondando anche uno Stato che ancora oggi porta il suo stesso nome: la Repubblica di Bolivia, come abbiamo recentemente ricordato proprio su questo giornale.

Da Caracas a Roma

Nato a Caracas il 24 luglio 1783, Bolivar visitò per la prima volta l’Europa nel 1799, trasferendosi in Spagna, ove completò la sua già vasta formazione culturale. Nel 1803, in occasione del suo secondo viaggio, si recò, invece, a Londra e Parigi, ove stabilì i primi contatti con i circoli progressisti Sudamericani, la cui frequentazione si dimostrerà particolarmente decisiva per la formazione politica del futuro statista. Fu poi la volta dell’Italia, che raggiunse nel 1805, assieme agli inseparabili amici Simón Rodriguez e Fernando del Toro. Bolivar, Rodriguez e del Toro approdarono nel nostro Paese nei primi giorni di aprile, dopo aver attraversato a piedi le Alpi, nonostante i rigori dell’inverno. Da Torino passarono a Milano ove ebbero occasione di partecipare, il 26 maggio 1805, alla solenne cerimonia d’incoronazione di Napoleone I a Re d’Italia. Gli storici più accreditati dell’America Latina assicurano che il futuro “Libertador” si dispose a pochi passi dal Bonaparte, rimanendovi immobile per tutta la durata della cerimonia e che, nell’atto in cui questi cinse la famosa corona ferrea, lo intese chiaramente pronunciare la storica frase: <<Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca!>>. Fu poi la volta di Venezia, la città che aveva ispirato il Vespucci nel dare il nome al Venezuela (“Piccola Venezia”). Con gli amici Rodriguez e del Toro, Bolivar visitò, quindi, Verona, Vicenza, Padova, Ferrara, Bologna e Firenze.

Roma. Valle Giulia, la statua equestre dedicata al Generale Bolivar (opera dello scultore Pietro Canonica)

Dalla Patria di Dante e di Macchiavelli, passando per Perugia, i tre volsero lo sguardo e il cammino verso la Città Eterna, ove giunsero nel mese di luglio, prendendo così alloggio in un hotel di Piazza di Spagna. Nella culla della civiltà, i viaggiatori Venezuelani furono accolti dall’Ambasciatore spagnolo presso lo Stato della Chiesa e da Karl Wilhelm Von Humboldt, Ambasciatore prussiano, che li ospitò sia in città che nella sua villa di Albano. L’Humboldt, abile uomo politico, poeta, pensatore e filosofo amico di Goethe e di altri illustri personaggi del suo tempo, era giunto a Roma nel 1802. Nella città eterna, l’erudito tedesco aveva alternato la diplomazia allo studio della storia antica, pubblicando i noti “Eliade e Roma” e “Storia della caduta e del tramonto delle libere città greche”. La frequentazione dell’ Humboldt giovò moltissimo al giovane Bolivar, il quale rimarrà affascinato dai concetti e dai discorsi di “filosofia politica” che, in futuro, lo porteranno a concepire il sogno di uno Stato unitario. Tale influenza produrrà effetti anche in ambito letterario, tanto è vero che a Cartagena, nella Nuova Granaria, dove si ritirò in seguito alla reazione spagnola al processo rivoluzionario, Bolivar pubblicò il celebre “Manifesto”, considerato uno degli scritti più illuminanti del suo pensiero politico. Con esso, egli concepì un’America Meridionale formata da grandi Stati repubblicani uniti federativamente, retta da un governo forte e risoluto, capace di dominare le innumerevoli forze eversive ed anarchiche.

Il giuramento sul Monte Sacro dell’Aventino (15 agosto 1805)

Poiché non è possibile narrare tutto ciò che fece di interessante Bolivar a Roma, ci limiteremo al solo episodio del giuramento dell’Eroe, basandoci principalmente sul racconto che ne fece l’amico, Simón Rodriguez. Questi, dopo aver descritto i particolari del breve viaggio che, il 15 agosto 1805, da Piazza di Spagna li portò al Colle o Monte Sacro dell’Aventino, ci fa sapere che ad un certo momento Bolivar si drizzò in piedi e con una solennità indimenticabile ed impressionante, gettò uno sguardo d’aquila su tutti gli edifici più celebri di Roma e con poche parole, frutto di una mente superiore, fece un rapido e profondo commento a tutti i tratti più salienti della storia romana. E dopo, con gli occhi bagnati di lacrime, il cuore palpitante ed il viso di fuoco, disse ai compagni, con animazione febbrile: <<Giuro al tuo cospetto, per il Dio dei miei padri e per i miei padri stessi, per il mio onore e per l’onore della mia patria, che non darò riposo al mio braccio e pace alla mia anima fintanto che non abbia spezzato la catena che ci opprime per volontà del potere spagnolo>>. Questo giuramento, che qualche storico ha tentato invano di demolire o ridimensionare, è confermato sia da una lettera autografa dello stesso Bolivar, redatta a Pativilca (Perù) il 19 gennaio 1824, sia dal Generale Daniel Florencio O’ Leary, che aggiunse altri particolari del viaggio. Questi, infatti, ricorda che pochi giorni dopo il giuramento, il futuro “Libertador”, accompagnato dall’Ambasciatore di Spagna presso la Sante Sede, fu ricevuto da Papa Pio VII, e che, pur dimostrando il dovuto rispetto per il Capo della Chiesa Cattolica, si rifiutò di baciargli la pantofola. Bolivar, Rodriguez e del Toro lasciarono Roma sul finire dello stesso agosto 1805. Passando per Albano, Velletri, Terracina e Capua, si diressero a Napoli, ove ad attenderli vi era il barone Friedrich Alexander Humboldt, fratello di Karl Wilhelm, precedentemente conosciuto a Parigi. Notissimo esploratore, l’Humboldt aveva compiuto molti viaggi in Venezuela e nelle altre colonie spagnole ed era stato il primo a dimostrare i grandi benefici che le nazioni Sudamericane avrebbero conseguito, proclamando la loro indipendenza, e per questo suscitava nel Bolivar una forte attrazione. Simon Bolivar, alla presenza dello stesso Humboldt, rinnovò il giuramento di Roma anche presso il cratere del Vesuvio fumante.

Roma, Piazza Bolivar (1934)

Dopo qualche tempo, il Bolivar ripartì alla volta di Parigi e da qui riprese il viaggio verso la sua Patria amatissima, ove giunse nel giugno del 1807. Da molti definito un leader visionario, Simón Bolivar riuscì ad unire le forze rivoluzionarie in un’organizzazione compatta, il cui unico obiettivo fu l’indipendenza all’insegna dell’unità. Prendendo parte alla cospirazione che sfociò nell’insurrezione del 1810 contro la Spagna, egli pose in essere l’ardito disegno, traducendo così il suo giuramento in realtà. Ed i “fati si compirono” in un tempo molto più breve di quello che molti avevano auspicato. Rafael Nunez, definito il “d’Annunzio dell’America Latina”, poté così cantare la fine della “horrible noche” e proclamare solennemente (nel testo dell’Inno Nazionale Colombiano, musicato poi dal Maestro italiano Oreste Sindici) che <<La libertad sublime derrama las auroras de su invencible luz>>.  

Una delle tante raffigurazioni del Generale Bolivar

Epilogo

Il sogno giovanile di comporre tutti gli Stati ispano-americani in una grande Confederazione, il cui centro doveva essere la Colombia, sarebbe stato, tuttavia, infranto nel corso della sua stessa vita, e ciò a causa dell’immaturità politica, della gelosia e dei divergenti interessi sorti fra i singoli Stati. In ogni caso, dietro di sé il Bolivar lasciò almeno delle Nazioni formate e governate “da americani, per americani”. Simon Bolivar morì a Santa Marta, in Colombia, il 17 dicembre 1830, mentre attendeva di ripartire per la sua amata Europa: il “Vecchio Continente” ove, al pari dell’argentino José de San Martin, suo compagno di lotte, “El Libertador” aveva scelto di vivere il suo ostracismo volontario. Circa un secolo dopo la morte dell’eroe, le Nazioni Sudamericane a lui riconoscenti vollero immortalarne il ricordo proprio nella “Città Eterna”, ove a loro spese fu eretta una statua di bronzo che lo raffigurava a cavallo. Inaugurata da Benito Mussolini il 21 aprile del 1934, nei giardini di Via Flaminia, in uno slargo intitolato Piazzale Bolívar (attualmente Piazzale Menenio Agrippa), la statua fu opera di uno dei più grandi scultori di quel tempo, l’accademico d’Italia e Senatore a vita Pietro Canonica di Moncalieri. Il 19 aprile del 1960, in occasione del 150° anniversario dell’indipendenza del Venezuela, la statua fu traslata nella splendida cornice di Valle Giulia, nei pressi dell’Accademia Britannica, ove tuttora si trova. Il monumento equestre occupa la parte centrale del piazzale, che fra l’altro porta lo stesso nome del condottiero, ed è il fulcro di molte celebrazioni ufficiali, oltre che il punto di riferimento dell’identità morale e spiritale della copiosa comunità latino-americana che oggi vive e lavora in Italia.

Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare