L’impiego di Enigma nelle Fiamme Gialle dal 1957 al 1985

di Gerardo Severino*

Prima di affrontare il tema affidato al presente saggio è opportuno ricordare, seppur brevemente e in maniera veramente elementare, cosa s’intenda per macchina cifrante e decifrante ENIGMA, precisando che il medesimo contributo vuole semplicemente relazionare riguardo all’uso istituzionale che di tale marchingegno fece la Guardia di Finanza.

Ciò sarebbe avvenuto nel secondo dopoguerra, allorquando la “crittografia”, vale a dire la trasmissione di messaggi secondo un codice segreto, risentiva moltissimo, sia in termini di approssimazione che di carenza di nuove tecnologie.

L’ENIGMA, la cui storia è conosciuta ai più anche grazie ad un’abbondante letteratura specialistica, oltre che alla Cinematografia di ispirazione bellica, è stato indubbiamente il dispositivo elettromeccanico (utilizzato per cifrare e decifrare messaggi in codice), che fu reso particolarmente celebre principalmente grazie al ruolo che ebbe nel corso della 2^ guerra mondiale (anche se, tecnologicamente parlando, essa aveva origini remote).

Lo stesso congegno avrebbe, in realtà, trovato impiego anche nell’immediato dopoguerra, sia presso le Forze Armate italiane che di altri Paesi.

La macchina EMIGMA, come è noto, fu massicciamente utilizzata dalle Forze Armate tedesche, convinte della sua estrema inviolabilità. In realtà non fu proprio così, tanto è vero che la decrittazione dei messaggi, cifrati per l’appunto attraverso di essa, ebbe modo di fornire agli Stati Maggiori delle Forze Armate Anglo-Americane, soprattutto grazie all’imponente lavoro compito dal matematico inglese Alan Turing, informazioni di straordinaria rilevanza, tali da condizionare addirittura, almeno secondo gran parte degli storici, le stesse sorti della guerra.

 

  1. – L’Enigma tra le Fiamme Gialle. I motivi della scelta.

 

Ebbene, fatta questa necessaria introduzione, assecondiamo ora la curiosità sorta nel frattempo fra i lettori e gli utenti del Sito, che potremmo agilmente racchiudere nel seguente punto di domanda: <<Cosa ci fece la Guardia di Finanza con la macchina ENIGMA, e per lo più dopo la fine della 2^ guerra mondiale, quando la stessa sembrava appartenere ormai ad un passato da cancellare per sempre?>>.

Ovviamente la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare.

La Guardia di Finanza ricorse evidentemente alla crittografia per ragioni di riservatezza, dovendo comunicare dal Centro (lgs. Comando Generale del Corpo) alle “periferie operative”, e viceversa, ordini e notizie riservate, altrimenti facilmente intercettabili via radio, se comunicati nel c.d. “linguaggio in chiaro”, vale a dire comprensibile, che si capisce perfettamente.

Enigma (Foto Museo Storico GdF)

La necessità di ciò intervenne già verso la metà degli anni ’50, quando ormai la lotta al contrabbando e ai traffici marittimi, che da oltre un secolo era appannaggio delle Fiamme Gialle, aveva assunto i caratteri di una vera e propria guerra senza quartiere e che vedeva nel Mar Mediterraneo il teatro di scontro privilegiato.

É stato, questo, un tema già approfondito, nel corso di un convegno storico che aveva per titolo “Il Contrabbando sulle coste del Tirreno ed a Napoli (1950 – 1985)”, organizzato dal Museo Storico delle Fiamme Gialle, nel marzo del 2006, da parte di uno fra i più importanti storici della Guardia di Finanza. Ci riferiamo al Generale di C.A. Pierpaolo Meccariello, già Comandante in 2^ del Corpo, prim’ancora che Presidente dello stesso Museo.

Ebbene, il compianto Generale Meccariello ci ricordò, in quella sede, che l’evoluzione del fenomeno, dalla fase del contrabbando “di infiltrazione”, endemico in corrispondenza dei grandi porti, a quella del contrabbando “d’impresa”, nella quale il traffico era gestito da organizzazioni internazionali ad alta disponibilità di risorse finanziarie e tecniche, aveva colto di sorpresa la Guardia di Finanza già alla fine degli anni ’40, quando l’Istituzione aveva appena superata la ricostruzione postbellica e recuperati i precedenti livelli di efficienza.

La nuova minaccia era costituita dall’attività di una flottiglia eterogenea (dal panfilo al motoveliero, al dragamine, alla motosilurante) che partendo dal porto di Tangeri, al quale lo statuto internazionale conferiva caratteristiche di un vero e proprio “santuario” impermeabile al controllo, raggiungeva le acque italiane dove, tenendosi al margine della “zona di vigilanza doganale marittima” prevista dalla legge allora in vigore (fino a dodici miglia dal litorale), trasbordava il carico, generalmente costituito da 1500/2000 casse di sigarette, sui pescherecci italiani che provvedevano al trasporto fino al punto di sbarco.

Il dispositivo di vigilanza costiera contrapponeva, allora, una strategia quasi del tutto statica, imperniata cioè su una sorta di  “cordone doganale” litoraneo non molto diverso dal modello Ottocentesco, integrato sul mare da unità di caratteristiche simili a quelle utilizzate dagli stessi contrabbandieri (provenivano, sia le une che le altre, dal surplus bellico alleato), ma in numero assolutamente insufficiente, ed a terra dalle Sezioni anticontrabbando dei Nuclei di Polizia Tributaria Investigativa, praticamente prive di mobilità e dipendenti, e spesso anche di elementi utili dal punto di vista informativo, generalmente fornite dalle c.d. “fonti confidenziali” locali.

Malgrado queste limitazioni – aggiunse il generale Meccariello – tra il 1948 ed i primi anni ’50 una serie di catture permise di acquisire informazioni sufficienti a delineare un quadro attendibile del fenomeno e a ricostruire i procedimenti operativi delle organizzazioni contrabbandiere, tanto da consentire l’elaborazione di una nuova strategia di contrasto.

Punto di partenza era, ovviamente, il monitoraggio della zona di origine del traffico, in pratica il citato porto di Tangeri, dove per i motivi già detti non era utile sollecitare controlli di autorità istituzionali, né tanto meno erano possibili forme di intervento diretto.

Quanto alla zona di destinazione in Italia, ci si rese conto ben presto che era illusorio tentare di individuare preventivamente le località di sbarco in relazione ai rapporti di distanza rispetto ai mercati di consumo, resi irrilevanti dallo sviluppo della viabilità e della motorizzazione, o affidandosi alle confidenze della piccola criminalità locale, esclusa dal traffico.

Ed altrettanto privo di prospettive concrete risultò – ricordava il Generale Meccariello nella sua relazione – lo studio sistematico della topografia del litorale, per condurre il quale, l’allora Comandante Generale del Corpo, Generale Antonio Norcen, ex-direttore dell’Istituto Geografico Militare, decise nel 1953 l’acquisto dei primi due elicotteri da affidare all’Istituzione. I punti dove era possibile mettere a terra i carichi di contrabbando, lungo gli ottomila chilometri di coste della Penisola e delle isole maggiori, erano praticamente infiniti, ed i due velivoli furono destinati al pattugliamento delle acque costiere.

Onde superare la secolare filosofia del “cordone” statico, evitando così la dispersione di forze, l’alternativa era costituita dall’azione informativa nella “zona di transito” del traffico, in acque internazionali, alla maggiore profondità possibile in relazione ai mezzi disponibili, con l’obiettivo di orientare il dispositivo di contrasto, in modo di consentire interventi “a ragion veduta” nella zona di destinazione.

La macchina Enigma esposta al Museo Storico della GdF

Lo sviluppo di una struttura informativa adeguata fu subito considerato come la premessa necessaria per una seria azione di contrasto. Il primo passo fu la costituzione, nell’ambito del Comando Generale del Corpo – correva l’anno 1952 – di un nuovo ufficio, individuato da una denominazione sufficientemente misteriosa, “S.I.S.” (acronimo che per “Stampa, Informazioni, Statistica”), destinato a dar vita, nel giro di pochi mesi, a tre articolazioni autonome, prima fra tutte il c.d. “Ufficio I”, che altri non era che un vero e proprio “Servizio Informazioni” della Guardia di Finanza.

Esso avrebbe avuto il compito di raccogliere e analizzare le informazioni che avrebbero dovuto orientare l’attività di servizio e i collegamenti con gli analoghi “Servizi” nazionali e gli organi collaterali esteri, fra i quali quelli operanti in Germania, Gran Bretagna, Francia e, naturalmente, Stati Uniti d’America.

Il “Servizio” fu istituito con una circolare del 18 ottobre 1952, iniziando ufficialmente a operare dal successivo 1° dicembre, dapprima alle dipendenze del citato “S.I.S.” e in seguito, dal 1954 in avanti, direttamente dal Capo di Stato Maggiore del Comando Generale.

L’ Ufficio “I”, per la sua funzionalità, comprendeva una rete informativa palese, rappresentata dai c.d. “Centri I” operanti presso i vari Comandi di Legione, ma soprattutto una centrale di intelligence destinata a gestire una rete di “Centri Occulti” in Italia ed all’estero (uno dei quali, naturalmente, a Tangeri, in Marocco), ai quali era affidata la ricerca informativa in tutti i settori di attività istituzionale del Corpo. I primi “Centri Occulti” ebbero così sede a Genova, Milano e Bolzano, per poi completare la rete in tutto il Paese.

Va poi aggiunto, per comprendere meglio quanto sinora detto, che all’interno dell’Ufficio “I” fu realizzata, con i mezzi tecnici e con personale specializzato del Corpo e progressivamente migliorata, una “Centrale di Ascolto” destinata esclusivamente alla “passiva” intercettazione delle comunicazioni radio delle navi contrabbandiere.

Tale attività fornì un ausilio di estrema validità per l’organizzazione operativa finalizzata al contrasto navale al fenomeno contrabbandiero. Non solo, ma quando quelle navi iniziarono ad impiegare codici e comunicazioni cifrate per i collegamenti tra di loro e/o con la terraferma, venne dallo stesso “Centro d’Ascolto” realizzato – con l’importante ausilio di alcuni organi collaterali – un sistema per la loro radio-localizzazione.

Esso si dimostrò, oltre che di assoluta affidabilità, soprattutto utilissimo nella repressione del medesimo traffico, tanto da consentire al Corpo di indirizzare, sempre con assoluta precisione, i mezzi navali ed aerei nell’ambito del dispositivo di vigilanza.

Oltre al contrabbando dei tabacchi (che aveva anche una componente terrestre tutt’altro che irrilevante) campi d’azione privilegiati dell’Ufficio “I” furono il traffico di materiali strategici (di grande interesse in clima di “guerra fredda”) e quello di sostanze stupefacenti, allora alle sue prime manifestazioni di concreta pericolosità sociale.

Nella “zona di transito”, l’organo informativo agiva mediante una fitta rete di “Centri d’Ascolto”, sui quali torneremo a breve, ubicati in località costiere, in grado di intercettare le comunicazioni radio che i natanti contrabbandieri erano costretti a scambiare con la base di Tangeri e con una o più stazioni – sia d’ascolto che di comunicazione – sorte clandestinamente in varie località italiane, incaricate di gestire i natanti nazionali, quelli cioè destinati al trasbordo ed al successivo sbarco dei carichi.

Le comunicazioni avvenivano con un linguaggio convenzionale e con sistemi di cifratura rudimentali, peraltro penetrabili senza eccessiva difficoltà.

In talune circostanze, i messaggi di massima importanza, non potendoli inviare via radio, venivano trasmessi telegraficamente, mentre in taluni casi, ancora più delicati, si ricorreva al c.d. “corriere”: di norma un ufficiale o sottufficiale del “Servizio Informazioni”, che si recava presso il luogo o reparto interessato dall’indagine con il mezzo di locomozione più veloce.

Ecco finalmente spiegato il perché si giunse all’idea di adottare la macchina cifrante e decifrante ENIGMA, alcuni esemplari della quale erano ancora disponibili presso un deposito di residuati bellici in Germania, peraltro gestito dalle forze armate Statunitensi. Tale macchina avrebbe, infatti, impedito la lettura “in chiaro” dei messaggi riservati, secondo una caratteristica sulla quale ci soffermeremo in seguito.

Contemporaneamente all’adozione della macchina fu avvertita anche la necessità di integrare la sequenza informativa (segnalazione della partenza del natante contrabbandiere da Tangeri – intercettazione delle comunicazioni in navigazione) con una fase successiva, di osservazione diretta, finalizzata alla verifica delle informazioni, al mantenimento del contatto visivo con il natante ed eventualmente alla guida su di esso delle unità navali, qualora si fossero realizzate le condizioni per la cattura.

 

  1. – L’adozione ufficiale delle macchine ENIGMA.

 

I rotori della macchina Enigma della Guardia di Finanza

L’adozione ufficiale delle macchine cifranti/decifranti ENIGMA, in ausilio, bene inteso, ai collegamenti radio operativi di particolare riservatezza, porta la data del 22 maggio 1957, allorquando l’Ufficio “I” del Comando Generale del Corpo, in quel contesto inquadrato nell’ambito del II Reparto (lo dirigeva il Colonnello Luigi Bernard) dopo averle fatte acquistare in Germania, come si ricordava prima, ne dispose l’inziale assegnazione di prototipi alle c.d. “Camere Operative del Tirreno”, vale a dire ai “Centri d’Ascolto”, operanti in Genova, Livorno, Napoli, Messina e Palermo, nonché alle varie “Sezioni Radio Speciali”.

Ne fu ordinato l’inizio d’impiego per il lunedì 3 giugno dello stesso 1957.

Una successiva circolare del 23 luglio del 1958 assegno, poi, analoghi apparecchi anche ai ribattezzati “Centri Operativi” di Udine, Venezia, Bari, Bologna, Cagliari e Ancona, i quali furono abilitati a tale uso, nell’ambito del c.d. “traffico della rete Radio Raggio” a partire, invece, dal successivo 1° di agosto.

Nel contesto della stessa circolare adottiva (per la cronaca la n. 5725/S.I. del 22 maggio 1957) furono dettate anche talune attentissime norme, concernenti sia aspetti operativi, per l’impiego in servizio, sia aspetti tecnici riguardo all’uso materiale che alla conservazione delle macchine, e ciò anche da un punto di vista amministrativo.

Riguardo all’impiego, la disposizione stabiliva che le macchine ENIGMA dovevano essere utilizzate per la cifratura dei messaggi, da inoltrarsi esclusivamente sulla rete radio speciale denominata “Raggio”, e che si riferivano a specifiche materie, quali le intercettazioni radio e le localizzazioni radiogoniometriche.

Nel primo caso, quello delle intercettazioni radio, l’ENIGMA avrebbe trattato messaggi concernenti:

  • l’accendersi di nuove centrali radio clandestine;
  • le segnalazioni di messaggi di particolare importanza trasmessi da centrali clandestine già note e seguite;
  • le comunicazioni e richieste di interpretazione di particolari espressioni cifranti o convenzionali contenute in messaggi clandestini.

 

Nel secondo caso, invece, messaggi concernenti:

  • rilevamenti ottenuti dai radiogoniometri collegati con il Comando Generale del Corpo;
  • tutti i dati di localizzazione della S.R.S. (Sezione Radio Speciale);
  • altre notizie utili per l’orientamento o la condotta di operazioni combinate aero-navali.

 

Una serie di disposizioni furono, poi, impartite riguardo agli obblighi affidati all’ufficiale consegnatario delle macchine: di norma gli stessi Comandanti delle “Camere” o “Centri Operativi” e delle “Sezioni Radio Speciali”, i quali, fra le varie incombenze di natura amministrativa, avrebbero dovuto anche: <<..conservare, con le stesse precauzioni previste per la macchina, il testo cifrato e le minute per la decifra fino a quando non siano più necessarie per gli eventuali controlli, dopodiché ne curerà la distruzione con il fuoco>>, mentre agli atti sarebbero rimasti unicamente i messaggi in chiaro.

Per le operazioni di cifra, così come di decifra, gli operatori avrebbero utilizzato le c.d. “chiavi di cifratura”, che andavano però variate giornalmente, così come stabilito dal Comando Generale del Corpo.

Dalla stessa circolare del 22 maggio, si apprende, infine, che tali “chiavi” venivano fornite ai reparti consegnatari di macchina ENIGMA in busta chiusa, recante l’indicazione del giorno dal quale esse sarebbero state valide. Queste venivano distribuite in plichi contenenti il fabbisogno bimestrale direttamente al Capo Ufficio Operazioni dei Comandi di Legione interessati, ad esclusione della “Camera Operativa” di Livorno, per la quale la consegna avveniva nelle mani di quel Comandante di Circolo, come allora venivano chiamati gli odierni Comandi Provinciali del Corpo.

Le buste aperte ed i moduli riportanti le “chiavi di cifratura” sarebbero state distrutte col fuoco a cura dello stesso consegnatario della macchina, ovviamente alla scadenza del termine di validità. Quelle non utilizzate sarebbero state, invece, restituite all’Ufficio “I” del Comando Generale.

L’ENIGMA era una macchina a funzionamento elettro-meccanico dotata di una particolare tastiera, la quale aveva una speciale caratteristica secondo la quale ogni lettera battuta veniva convertita diverse volte in lettere differenti, allorquando il segnale della battuta passava attraverso i rotori (dei dischi rotanti interscambiabili) dei quali si poteva regolare la posizione.

Più tecnicamente osserviamo che la macchina aveva al suo interno un certo numero di rotori (nella prima versione erano 3) collegati elettricamente e liberi di ruotare, ragion per cui quando l’operatore premeva un tasto, per esempio la A, un segnale elettrico passava da rotore a rotore fino al rotore finale, tecnicamente definito “riflettore”, e quindi tornava indietro fino a mostrare una lettera illuminata che è poi il carattere cifrato.

Non esistendo, quindi, possibilità di stampa, l’operatore doveva copiare a mano, carattere per carattere il messaggio cifrato da trasmettere. Non solo, ma un ulteriore scoraggiamento per chi avesse provato a intercettare i messaggi, consisteva nel fatto che i ventisei tasti erano collegati ai rotori tramite un pannello con 26 prese, le quali permettevano di permutare il collegamento tra i tasti e il primo rotore.

La “chiave di cifratura” dell’ENIGMA era, quindi, la disposizione iniziale dei rotori oltre a quella dei cavi sul pannello anteriore, e che, come s’è detto, veniva cambiata ogni 24 ore secondo una regola prefissata.

Le fasi di utilizzo della ENIGMA erano le seguenti: L’operatore riceveva il messaggio scritto su di un foglio. Via via che premeva sulla tastiera effettiva una lettera del medesimo, su una seconda “tastiera luminosa”, posta al disopra della prima, compariva la corrispondente lettera cifrata, che il medesimo operatore registrava su altro foglio. Al termine della cifratura, il foglio sul quale era stato scritto il messaggio cifrato veniva consegnato al marconista, che a sua volta lo trasmetteva via radio alla stazione o stazioni destinatarie.

Analogamente si procedeva per la decrittazione: l’operatore di ENIGMA riceveva dal marconista il messaggio cifrato, lo “batteva” sulla tastiera effettiva e le lettere in chiaro comparivano, invece, su quella luminosa.

In altre parole: il messaggio che viaggiava via radio in cifra veniva così convertito “in chiaro” sulla macchina ricevente, ovvero sulle macchine dei vari reparti che avevano ricevuto la sequenza cifrata. La macchina codificava, quindi, il messaggio mentre lo si scriveva per passarlo all’operatore radio, e lo decodificava quando lo si riceveva per farlo leggere al destinatario. Tutto questo utilizzando un codice teoricamente impossibile da poter decifrare, almeno da parte dei criminali che la Guardia di Finanza si proponeva di combattere.

Non c’è dubbio riguardo al fatto che le macchina ENIGMA apportarono un’enorme utilità, nel corso dei quasi tre decenni del loro utilizzo nel Corpo. Le organizzazioni criminali, per lo più dedite ai traffici contrabbandieri marittimi, non ebbero molta possibilità per intercettare le comunicazioni fra l’organo centrale del Servizio Informazioni, presso il quale fu istituita, nel 1958, una vera e propria “Centrale Operativa”, e i “Centri” periferici, dai quali, a sua volta riceveva importantissime notizie e spunti investigativi, frutto appunto dell’attività di intelligence.

A partire, quindi, dal 1957-1958 numerosi furono i risultati di servizio conseguiti dai reparti operativi della Guardia di Finanza proprio grazie all’attività informativa, così come verso la metà degli anni ’60, con l’emergenza terroristica in Alto Adige, l’attività informativa dovette giocoforza interessarsi anche di altre delicatissime materie, non tipicamente di natura fiscale. Ma questa è un’altra storia, per quanto quel periodo – è doveroso ricordarlo – procurò alle Fiamme Gialle la morte di ben sette dei suoi militari, tutti barbaramente trucidati per vile mano terroristica.

Anche in quel caso – occorre evidenziarlo – la macchina ENIGMA fece il suo mestiere, collegando Roma con il richiamato “Centro Operativo” di Bolzano.

 

  1. Epilogo

 

La parabola delle macchine ENIGMA in Finanza s’avvio inesorabilmente verso la fine dei propri giorni a partire dai primi anni Ottanta, allorquando il Corpo iniziò a ricercare, sul mercato delle tecnologie connesse all’attività di intelligence, nuove apparecchiature “Crypto” di moderna concezione.

Fu così che nel 1985 le gloriose ENIGMA furono ritirate dai vari “Centri” del Servizio Informazioni della Guardia di Finanza, per essere di conseguenza concentrate, alcune anche a livello centrale, altre direttamente presso le stesse Legioni presso le quali avevano sin lì operato.

Alcune sarebbero state distrutte, magari dopo anni di incuria, avvolte ormai da ruggine e, soprattutto, dall’ignoranza di coloro che, subentrando agli anziani operatori di quegli stessi apparati, nel frattempo andati in congedo, nessuna altra ipotesi o spiegazione si erano dati riguardo a cosa avessero rappresentato, o quanto meno a cosa fossero servite quelle strane “macchine da scrivere” custodire in valigette di legno o di ferro.

Solo alcuni Comandi, forse grazie a qualche “nostalgico” ex operatore, al quale evidentemente “pianse il cuore” nel immaginarle distrutte per sempre, le “inguattò” – lasciateci passare il termine – custodendole in qualche vecchio armadio, forse in attesa di “tempi migliori” (lgs. eventuale reimpiego).

Tale scelta finì, di fatto, per conservarle, consentendo oggi al Corpo di poter disporre di alcuni esemplari, due dei quali affidati al Museo Storico, mentre altri, a quanto ci risulta, sono esposti presso i Comandi Regionali della Guardia di Finanza di Bari e Palermo: fieri testimoni di una sconosciuta pagina di storia delle Fiamme Gialle.

*Maggiore, Direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza