La Battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo

Un film storico da rivedere per comprendere alcune problematiche ancora attuali. “La Battaglia di Algeri” parla della guerra d’indipendenza algerina, condotta dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e dal suo esercito (ALN). Pose fine al tentativo della Francia di mantenere in forme nuove il proprio impero coloniale, determinò il crollo della IV repubblica e aperse – per entrambi i paesi – una nemesi storica non ancora conclusa. Il film, diretto da Gillo Pontecorvo, sarà trasmesso venerdì 8 maggio alle 21:10 su Tv2000 e vinse il Leone d’Oro alla 27ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. E’ stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare.

Di questa straordinaria pellicola parleremo con Laura Delli Colli, Presidente del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani, intervistata dall’esperto di cinema Fabio Falzone. Ma c’è di più Tv2000, in occasione della messa in onda de “La Battaglia di Algeri” ha raccolto la testimonianza inedita e postuma del direttore della fotografia Marcello Gatti, recentemente scomparso nel 2013, che racconta com’è nata la fotografia di questa pellicola, ma anche dei giorni in cui con il regista Gillo Pontecorvo si effettuarono le riprese in Algeria e poi del delicato lavoro e dell’impegno delle maestranze sia in terra algerina che a Roma. La testimonianza sarà disponibile nel sito di Tv2000 (www.tv2000.it)

La scheda del Prof. Virgilio Ilari, Presidente della Società Italiana di Storia Militare
La guerra d’Algeria (1954-1962)

La guerra d’indipendenza algerina, condotta dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e dal suo esercito (ALN), pose fine al tentativo della Francia di mantenere in forme nuove il proprio impero coloniale, determinò il crollo della IV repubblica e aperse – per entrambi i paesi – una nemesi storica non ancora conclusa. Combattuta esclusivamente col terrorismo e la guerriglia e senza battaglie campali, provocò forse mezzo milione di morti algerini (300/460.000 combattenti  e civili e 30/90.000 collaborazionisti) e oltre trentamila francesi (di cui 28.500 militari e 4/6.000 civili). Ripetutamente sconfitti sul campo e infine respinti in Marocco e Tunisia da un potente esercito di oltre mezzo milione di uomini, gli 8.000 superstiti dell’FLN resistettero abbastanza a lungo da vincere la battaglia per conquistare i cuori e le menti, non solo degli algerini, ma della stessa opinione pubblica francese, logorando le risorse finanziarie e la determinazione del governo nemico. Salito al potere nel maggio 1958 a seguito di un putsch militare capeggiato dal generale Salan e col programma, inizialmente condiviso dallo stesso Partito Comunista, di salvare l’Algeria francese, fu lo stesso generale de Gaulle a volere il referendum che l’8 gennaio 1961 approvò l’autodeterminazione dell’Algeria, a reprimere il secondo putsch dei generali, ad aprire i negoziati segreti col Governo provvisorio della Repubblica Algerina che condussero all’indipendenza e infine a stroncare la resistenza dell’OAS (Organizzazione Armata Segreta), appoggiata da una parte del milione di europei immigrati in Algeria (i “pieds noirs”). Amnistiati nel 1968, i generali golpisti furono riabilitati nel 1982, ma il ricordo della “sale guerre” non cessa d’inquietare il presente.

La Battaglia di Algeri nella storia e nel film (1965-66)

Il film racconta l’inizio della rivoluzione algerina, in particolare l’operazione militare condotta dalla 10a Divisione paracadutisti comandata dal generale Massu, per circoscrivere la ribellione e riprendere il controllo della Casbah: un netto successo militare, ma conseguito anche mediante la tortura e le esecuzioni, come ha ammesso e rivelato il generale Aussaresses in un libro del 2001. Pur apertamente schierato dalla parte algerina, il film rappresenta con equilibrio e obiettività la strategia dei repressori e lo sdegno degli europei vittime degli attentati terroristici, né tace il passato di delinquente e prosseneta dell’eroe algerino (Alì Lapointe). Nel film non ci sono “buoni” e “cattivi”; eppure, proprio per questo, c’è un’alta tensione morale. Tortura, esecuzioni, terrorismo sono raccontati come cruda cronaca, sia dal punto di vista degli autori sia da quello delle vittime, segnalando allo spettatore che la verità e la comprensione storica rappresentano un ampliamento di coscienza, e sono perciò eticamente superiori al pregiudizio ideologico o moralistico. Lo spettatore vede che il comandante dei parà (chiamato nel film “colonnello Mathieu”) e il capo dell’FLN (“Djafar”) si confrontano senza odio, con reciproca stima; mentre i giornalisti (inclusi quelli comunisti) che contestano ad entrambi i rispettivi metodi sporchi sono presentati come ambigui o ipocriti. “Il punto non è se dobbiamo o no usare la tortura: il punto è se l’Algeria deve o no restare francese”, ribatte il colonnello. “I vostri bombardieri uccidono la nostra gente. Dateci i vostri bombardieri e noi vi daremo i nostri cestini-bomba”, risponde il capo dell’FLN. Con suspense drammatica lo spettatore vede le donne dell’FLN che si preparano per la loro missione di morte, stirandosi i capelli e truccandosi per confondersi con le europee; passano i posti di blocco con la bomba nascosta nel passeggino del figlio; scelgono le vittime al bar o all’aeroporto. Epica la scena del primo matrimonio celebrato da un rappresentante del FLN: un gesto rivoluzionario che afferma la nuova legittimità nata dalla lotta e la speranza di una nuova vita personale e comunitaria.

Scheda cinematografica del film
Il film nacque nel 1965 su proposta di Yacef Saadi, uno dei capi militari dell’FLN ad Algeri, che ne fu anche produttore e attore e che scelse il titolo (quello inizialmente pensato da Pontecorvo era, in alternativa, “Tu partorirai con dolore” oppure “Nascita di una nazione”). Fu però il regista a imprimere al film l’effetto drammatico e documentaristico di un cinegiornale, non solo girandolo in bianco e nero e con una cinepresa da 16mm, ma sgranando l’immagine, specialmente in alcune scene. Tranne Jean Martin (nel ruolo del Col. Mathieu), tutti gli altri sono attori non professionisti (tra cui Brahim Hadjadj nel ruolo di Alì Lapointe; Yacef Saadi interpreta sé stesso col nome di “Djafar”). Il regista ha collaborato direttamente anche alla sceneggiatura, con Franco Solinas, e alle musiche, con Ennio Moricone. La scenografia è di Sergio Canevari, la fotografia di Marcello Gatti. Il film è stato premiato col Nastro d’argento al miglior regista e col Leone d’Oro al Festival di Venezia e ha ottenuto 3 Nomination al premio Oscar (per Film stranieri, regista e sceneggiatura originale).
Il contesto politico e ideologico del film italo-algerino
Il film, prodotto nel 1966 da Saadi e distribuito dalla Rizzoli, era in piena sintonia col clima ideologico allora prevalente in tutta Europa, incluse la Francia e la Gran Bretagna, caratterizzato dal benessere economico, dall’egemonia culturale comunista, dal rifiuto del passato coloniale e del militarismo, dal progressismo, dal pacifismo e dalla simpatia per i movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Questa espressione fu addirittura coniata in Francia nei primi anni Cinquanta, ma la guerra d’Algeria provocò una profonda crisi nazionale e ciò spiega perché il film di Pontecorvo fu censurato fino al 1970 dal governo francese. Nel caso dell’Italia, il “terzomondismo” era però anche una precisa linea di politica estera, tesa a recuperare la piena “parità” diplomatica con i minori vincitori della seconda guerra mondiale (Francia e Gran Bretagna) e a ritagliarci un nostro spazio autonomo nei rapporti coi paesi produttori di petrolio. Il punto di forza del terzomondismo diplomatico italiano era di poter contare su di una convergenza di interessi con gli Stati Uniti, impegnati anch’essi a subentrare in forme nuove nei due ultimi imperi coloniali europei. Benché la questione non sia stata finora approfondita, sembra ormai certo che l’Italia – su pressione dell’ENI guidata da Enrico Mattei – abbia dato un forte sostegno militare al FLN algerino, e che il Centro Addestramento Guastatori (CAG) – la base segreta italo-americana creata nel 1954 a Nord di Oristano – sia stato utilizzato addirittura per addestrare i combattenti algerini (“terroristi” per i francesi, ma “freedom fighter” per l’Italia e gli Stati Uniti, pur alleati della Francia, il cui territorio metropolitano, garantito dalla NATO, includeva allora anche l’Algeria). In ogni caso questa politica fu ufficializzata nel 1956 dal rifiuto dell’Italia di partecipare all’ultima e fallimentare impresa neocoloniale europea (l’intervento anglo-francese nel Canale di Suez), e non fu fermata dalla misteriosa morte di Enrico Mattei (avvenuta nel 1962 per un incidente aereo di cui furono sospettati l’OAS o gli stessi servizi segreti francesi) e fu rafforzata dal ritiro delle forze armate britanniche da Malta (1967) e dal colpo di stato in Libia (pianificato nel settembre 1969 nell’ambasciata libica a Roma), con conseguente espulsione delle basi militari e delle compagnie petrolifere inglesi dalla Cirenaica (Nonostante l’espulsione della comunità ebraica e italiana dalla Libia, nel 1971 l’Italia sventò un tentativo dei servizi segreti inglesi di assassinare Gheddafi, che fu riarmato dall’Italia, accolse 30.000 tecnici dell’ENI e nel 1974 salvò la FIAT). (v. V. Ilari, Storia Militare della Prima Repubblica, 1994: consultabile nella nostra biblioteca).
Cosa possiamo imparare oggi dal film di Pontecorvo
Rivedere questo film oggi, consente di cogliere il mutamento del clima ideologico determinato in Europa e negli Stati Uniti dalla lotta contro il terrorismo islamico e dalla difficile convivenza con le minoranze musulmane. Ma consente anche di confrontare la diversa ispirazione politica della lotta d’indipendenza algerina (che si richiamava comunque ai modelli laici ed europei del nazionalismo e del socialismo) e dell’attuale fondamentalismo islamico a base religiosa. Non dimentichiamo che la Francia fece appello proprio alla tradizione religiosa musulmana per contrastare il proselitismo del FLN nella popolazione algerina, e che fu poi il trasferimento del consenso popolare al Fronte Islamico di Salvezza a far crollare il regime del FLN, accusato di corruzione ma sostenuto, per via del vitale gasdotto, dalle democrazie occidentali (le quali giustificarono, nel 1991, l’annullamento del primo turno elettorale vinto dal FIS, il colpo di stato militare e la repressione della sanguinaria rivolta terroristica con gli stessi metodi usati quarant’anni prima dai francesi: v. le confessioni del colonnello algerino Habib Souaidia (La sale guerre, La Découverte, 2001* ). La battaglia di Algeri è inoltre uno dei rarissimi film che fa comprendere la “struttura” oggettiva della guerra (posta in gioco, calcolo e decisione strategica, incertezza). E’ dunque prezioso per la storia militare e non a caso è stato proiettato e dibattuto nelle accademie militari americane alla vigilia dell’invasione dell’Iraq (2003).
Gli altri film sulla guerra d’Algeria
La filmografia sulla guerra d’Algeria conta almeno 23 film e 3 documentari (v. “Films sur la guerre d’Algérie” – Wikipédia, tratto da Guy Hennebelle, Mouny Berrah e Benjamin Stora, La Guerre d’Algérie à l’écran, Cinémaction, 1997. Cfr. pure A. Evans, Brassey’s Guide to War Films, 2000 e la tesi di laurea di Yasmin Abo-Loha, La guerra di Algeria nel cinema francese, Milano, UCSC, 2002; entrambi consultabili nella nostra biblioteca). I primi film, di intonazione fortemente anticolonialista e perciò censurati dal governo francese, furono quelli di René Vautier (Une nation 1954; Algérie en flammes, 1958; Un peuple en marche, 1963): un quarto film di questo regista controcorrente, del 1971 (Avoir 20 ans dans les Aurès), non fu distribuito, benché premiato a Cannes. Il tema della guerra algerina fu portato nelle sale cinematografiche solo nel 1961, con due film e un documentario francesi. Le petit soldat di Jean Luc Godard, censurato nel 1960 perché trattava di diserzione e tortura (anche da parte del FLN), fu sdoganato nel 1963 e il tema della tortura ricorre anche in Muriel di Alain Resnais (1964), mentre la guerra compare sullo sfondo di Les parapluies de Cherbourg (1964, di Jacques Demy, con Catherine Deneuve).
Nel 1966, oltre al film di Pontecorvo, ne uscirono altri due, uno algerino (Le Vent des Aurès di Mohammed Lakhdar-Hamina), incentrato su una madre alla ricerca del figlio arrestato dai francesi, e uno americano (Né onore né gloria, 1966, di Mark Robson, tratto dal romanzo Les Centurions di Jean Lartéguy), un tipico film d’azione anni ‘60, condito di banalità moralistiche. La storia (di pura fantasia benché alcuni personaggi siano ispirati a Yacef Saadi, Bigeard e Aussaresses), è quella di un improbabile colonnello francese (Anthony Quinn) incaricato di arrestare un suo ex-commilitone dell’Indocina (George Segal) che si è ribellato contro l’abbandono dell’Algeria. La morale è rappresentata da un capitano (Alain Delon) che affianca il colonnello disapprovandone i metodi ma che alla fine comprende il diritto dei popoli all’indipendenza.
In seguito il cinema francese ha affrontato la guerra d’Algeria solo come questione morale ed esclusivamente dal punto di vista soggettivo dei combattenti francesi. Se Le crabe-tambour (1977) e L’honneur d’un capitaine (1982), entrambi di Pierre Schoendoeffer, La Trahison (2005, di Philippe Faucon) e L’ennemi intime (2007, di Florent Emilio Siri) rivalutano la memoria e le ragioni dei veterani, vi sono pur state nuove denunce della tortura e delle stragi. Ancora nel 1973 fu censurato R.A.S. (una coproduzione italo-franco-tunisina di Yves Boisset, che nel 1982 girò pure l’analogo Allons z’enfants). Ma La Question di Laurent Heyenmann, basato su un’inchiesta del giornalista Henri Alley, segnò una svolta nel 1977. Le testimonianze dei veterani sulla sale guerre abbondano in un documentario televisivo del 2002 (L’ennemi intime, di Patrick Rotman); Escadrons de la mort, école française (inchiesta giornalistica e poi film di Marie-Monique Robin) denuncia l’addestramento francese dei militari argentini; La nuit noire di Alain Tasma (2005) ricorda la strage di manifestanti nordafricani uccisi a Parigi dalla polizia il 17 ottobre 1961. La nemesi della tortura è il tema di Mon colonel (Laurent Herbiet, 2006).
Gli altri film di Gillo Pontecorvo (1919-2006) sulla guerra rivoluzionaria
Fratello del celebre fisico Bruno Pontecorvo, cresciuto in una famiglia benestante di Pisa, esule in Francia a seguito delle leggi razziali e formatosi nella cultura della Sinistra francese, comunista militante, Gillo Pontecorvo tratta di guerra rivoluzionaria anche in altri due film, Queimada (1968, con Marlon Brando) e Ogro (con Gian Maria Volonté). Il primo, pur essendo una storia di fantasia, traccia un quadro preciso e penetrante della storia dell’America Latina, con le vecchie potenze coloniali (Spagna e Portogallo) abilmente scalzate dall’Inghilterra in nome dell’“indipendenza” e della “libertà” (in realtà manovrando come burattini la locale borghesia creola e usando gli schiavi ribelli come carne da cannone). Ogro (“Orco”) racconta l’attentato all’ammiraglio spagnolo Carrero Blanco, designato da Franco come suo successore e ucciso dai terroristi baschi dell’ETA nel 1973. La sceneggiatura, basata su un libro che rivendicava ed esaltava l’uccisione dell’“Orco” fascista, iniziò nel 1976, ma fu più volte rimaneggiata per le vicende politiche italiane e le contraddizioni interne della Sinistra di fronte alle Brigate Rosse. Pontecorvo ebbe anche un contrasto con Ugo Pirro circa l’opportunità di discostarsi dalle testimonianze dei terroristi per insinuare il sospetto che fossero stati in realtà manovrati dai franchisti (lo stesso argomento usato dal PCI per screditare le BR agli occhi delle proprie frange estremiste). Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR (1978) fece slittare al 1980 l’uscita del film. L’autrice del libro lo accusò di “moderatismo” per il pio sermone messo in bocca al capo terrorista (la violenza è giustificata contro la dittatura, mentre diventa fanatismo quando ci sono gli strumenti democratici per realizzare i propri ideali).

 

Author: GDS

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