Giornata della Memoria: “Il partigiano di Dio”. Il nuovo libro di Severino e Grienti

Un tratto delle rete metallica da dove passavano i fuggiaschi

Un sacerdote, una città e una comunità parrocchiale in prima linea. A Clivio, dal 1943 al 1945, un gruppo di uomini e di donne fecero una scelta di campo: aiutare gli ebrei, i perseguitati politici e i ricercati dalla polizia fascista. Avrebbero potuto voltarsi da un’altra parte, ma decisero di compiere un atto di accoglienza e di resistenza. Con loro anche diversi militari della Guardia di Finanza, “partigiani con le stellette”[1]  che dissero “no” al nazifascismo: erano uomini di fede, avevano prestato giuramento alla Patria e non al Governo. Un sottile dettaglio che fece la differenza per centinaia di soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri che alzarono la testa dopo un ventennio di regime. Di questi eroi del quotidiano ce ne furono tantissimi, anche dentro al mondo cattolico. Ed è qui che scorre la storia di don Gilberto e del suo gruppo clandestino. Furono “ribelli per amore”. Sacerdoti, religiosi e laici rischiarono la propria vita per l’Italia libera. La loro testimonianza fa capire che la democrazia, l’uguaglianza e la libertà sono valori preziosi. Per questo occorre lavorare per non disperdere il senso e il significato di quanti, come don Gilberto Pozzi, coraggiosamente si tuffarono tra le pieghe della guerra per alleviare le sofferenze altrui.

Don Gilberto e la sua “rete” clandestina, in quello scorcio di fine conflitto, svolsero non solo un’attività umanitaria senza precedenti, ma soprattutto furono un “punto di contatto” fidato per la Resistenza in un’area geografica dove occorreva agire rapidi e silenziosi. Un luogo dove le storie si intrecciarono con la grande storia.

L’azione di don Gilberto scattò quando nella vita della comunità cliviese fece irruzione la guerra con tutti i suoi mali, compresa la caccia nei confronti di chi professava un’altra religione, aveva ideali politici diversi da quelli fascisti oppure non voleva aderire alla leva della Repubblica Sociale Italiana. Don Gilberto intuì che occorreva rimboccarsi le maniche. Così insieme ai suoi amici, parrocchiani e collaboratori più fidati, iniziò a disegnare la struttura dell’organizzazione che avrebbe dato non pochi problemi alla polizia segreta e alle SS tedesche. Al suo fianco il maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Cortile, Medaglia d’Oro al Merito Civile “Alla Memoria”[2]  e la signora Nella Molinari. Con loro il sacerdote bustocco giocò una delicata partita a scacchi con la morte dove ogni mossa inflitta all’avversario significava assistenza, soccorso e rifugio, anche spirituale a intere famiglie, bambini, donne e anziani.

Il maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Cortile

Don Gilberto subito dopo il varo delle Leggi razziali del 1938 si era apertamente schierato contro. Per il suo carattere dichiaratamente antifascista venne tenuto d’occhio, a distanza, dal regime. Questo non impedì a Pozzi di rimanere sempre accanto alla popolazione cliviese nonostante le tante angherie che l’intera comunità dovette sopportare, sia durante il ventennio fascista che negli anni dell’occupazione teutonica dopo l’8 settembre 1943.  Clivio, ma anche le località vicine della Valceresio furono il “teatro operativo” dell’organizzazione clandestina guidata da don Gilberto. Una rete dedita al salvataggio, al passaggio delle informazioni alle formazioni partigiane, ma soprattutto all’espatrio verso la Svizzera. Per questo i membri di questo nucleo del bene sono stati chiamati “contrabbandieri di Cristo”.

Don Gilberto Pozzi

La storia di don Gilberto non è solo un modo per ricordare il grande contributo che i cattolici diedero alla Resistenza, anche perché su questo tema sono già stati scritti libri, articoli, saggi e organizzati convegni, seminari e incontri di studio. La vita e le opere di don Gilberto Pozzi in quei due anni di inferno in cui piombò l’Italia durante la Guerra di Liberazione, dopo essere usciti da tre anni di conflitto, resta un modo per non dimenticare la sua figura di testimone di santità, di uomo e di sacerdote. Una delle attività della O.S.C.A.R. era anche quella di stampare documenti falsi con l’aiuto di timbrifici e amici che lavorano in questura. Il rischio era altissimo, così come varcare il confine, continuamente sorvegliato e recintato con filo spinato. E se per i documenti falsi i fiancheggiatori erano amici della questura, nei punti di valico, alle frontiere, come nel caso di Clivio, erano gli uomini della Regia Guardia di Finanza come “il buon doganiere” Luigi Cortile a fornire supporto alla O.S.C.A.R. non senza rischi. Infatti, non mancavano commilitoni che dopo l’8 settembre avevano scelto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e questo poteva creare non pochi problemi a chi come il maresciallo Cortile era impegnato a “coprire” ricercati, ebrei e dissidenti. Il 16 ottobre del 1943 passarono in Svizzera, con le stesse modalità “le figlie Graziella e Nella Colonna, con la zia Gilda Colonna – ricorda Elena Colonna nella sua dichiarazione conservata presso il Museo storico delle Fiamme Gialle di Roma -. Due settimane più tardi transiterà il padre Ugo Colonna senior, da solo. Nello stesso mese di ottobre venne fatta passare la famiglia Ghedalia, composta da cinque persone. La madre Esther Ghedalia, e i figli Giovanna, Laura, Flora e Mosè al completo”. I finanzieri di Clivio, Nella Molinari, ma anche don Gilberto Pozzi, rischiarono tantissimo, ma erano consapevoli di essere dei “contrabbandieri di Cristo”. Don Pozzi non era un prete qualunque e oltre ad essere tra i fondatori della cellula O.S.C.A.R non mancava di fare squadra con i confratelli sacerdoti dei paesini limitrofi a Clivio. Tra questi don Gioacchino Brambilla che amministrerà la parrocchia di Viggiù per oltre 25 anni e don Giovanni Bolgeri, parroco di Saltrio per circa 40 anni. Con essi collaborarono numerosi finanzieri del posto, ufficiali e sottufficiali. Non erano tempi facili e occorreva essere attenti e riservati. Non erano poche le spie e i delatori. Per salvare vite umane occorreva lavorare nell’ombra.

Laura Malandrino

La copertina del libro “Il partigiano di Dio”

Qui di seguito pubblichiamo la prefazione, la presentazione e le biografie degli autori del libro edito dalla Edizioni San Paolo

Prefazione

Il prete in un paese è come un appiglio. Per chi non sa dove andare, per chi non ha nessuno di cui fidarsi, per
chi non sa più a quale porta bussare, la porta della casa del prete è l’appiglio al quale si può attaccare. La
porta si apre e accoglie: non chiede che cosa credi, non chiede che cosa fai, non chiede della religione o della
provenienza. Quello per cui meriti attenzione è il bisogno di essere aiutato.
Il prete in un paese è come un bersaglio. In particolare nei giorni della dittatura. Il vestito che porta, la sua
casa “sotto il campanile”, il dovere di parlare in pubblico lo rendono riconoscibile. Si possono ignorare le sue
idee e le sue azioni, si può non conoscere il suo carattere e la sua cultura, ma una cosa risulta evidente: è un
prete. Chi vuole prendersela con la Chiesa per una qualsiasi ragione, con chi se la prende se non il prete? Se
il potere sospetta un’opposizione, un’azione di resistenza, un dissenso, il primo sospettato è il prete. Se sono
ricercati oppositori del regime, la prima via da seguire è di seguire il prete.
Il prete in un paese è come una scintilla, può accendere un paese. Se il prete se ne fa promotore, i buoni
propositi diventano un’opera. Se il prete incoraggia, di fronte a un bisogno, a un’emergenza, si prendono
iniziative. Se il prete si appassiona, può diffondersi un ardore. Se il prete si mette di mezzo, si riesce, almeno
qualche volta, a stemperare tensioni, a risolvere conflitti, a sperare la riconciliazione.
Forse sto immaginando preti d’altri tempi e paesi che non esistono più.
Certo è che la vicenda di don Gilberto Pozzi, prete in Clivio dal 1901 al 1963, dimostra quanto può essere
incisiva in una comunità la presenza di un prete che ha saputo essere partigiano senza essere “di parte”, è
stato protagonista della storia di Clivio senza essere esibizionista, ha attraversato tribolazioni e contrasti
senza conservare risentimenti, ha affrontato pericoli e minacce senza perdere la fiducia e l’impegno, ha
inteso il suo ruolo come un servizio, senza farsi servire.

Milano, 1 Novembre 2022
Festa di tutti i santi
+ Mario Delpini
Arcivescovo di Milano

Presentazione

Sono onorato di poter presentare ai lettori quest’ultimo libro, scritto insieme a Vincenzo Grienti dal
Colonnello Gerardo Severino, per lunghi anni direttore del Museo storico della Guardia di Finanza: il più
recente frutto delle sue ricerche su vicende di generosità ed eroismo a favore dei perseguitati durante
l’occupazione nazista del Nord Italia nel 1943-45, vicende che altrimenti sarebbero cadute nel più completo
e ingiusto oblio.
Nel 2015, con il suo libro Luigi Cortile: il buon doganiere di Clivio. Storia dell’eroico maresciallo della Guardia
di Finanza che salvò centinaia di ebrei perseguitati, Gerardo Severino ha ricostruito la vicenda dell’eroico
maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Cortile che a Clivio, al confine tra Varesotto e Canton Ticino, favorì
l’espatrio di ebrei e patrioti, fino a pagare la sua generosità con l’arresto da parte delle forze tedesche, la
deportazione e la morte a Mauthausen.
Nel successivo volume del 2021 dal titolo Sopravvissuta a Ravensbrück. Giuseppina Panzica, una mamma che
aiutò gli ebrei, Gerardo Severino e Vincenzo Grienti hanno tratteggiato la vicenda di Giuseppina Panzica,
giovane madre neanche quarantenne, moglie di un sottufficiale della Finanza, che mise a disposizione la sua
casa sul confine a Ponte Chiasso per l’espatrio clandestino dei ricercati. Anch’essa fu punita con la
deportazione: fu vittima di allontanamento forzoso dalla sua famiglia e venne deportata in Germania, da cui
per fortuna fece ritorno.
Ora è la volta per i nostri due benemeriti autori di rievocare e ricostruire la vicenda di don Gilberto Pozzi che
di Clivio era parroco in quegli anni, il quale, in stretta collaborazione col maresciallo Cortile fece parte, anzi
di fatto diresse, una rete di protezione per ebrei, resistenti, antifascisti che in quei luoghi di confine fuggivano
dalle persecuzioni dei nazisti e dei militi della Repubblica sociale italiana. Attorno a loro un vasto gruppo di
cliviesi, che non sopportavano le angherie degli occupanti e dei loro accoliti, sensibili invece all’incitazione
alla solidarietà nel momento del pericolo che proveniva da quelle due guide, benvolute e autorevoli, della
loro comunità. Non dimentichiamoci infatti che nei paesi di confine i finanzieri erano di casa e che la Guardia
di Finanza mantenne per quanto possibile una sua autonomia, fino a renderla invisa agli occupanti che
appena possibile rimossero i finanzieri, considerati poco fidati, dal servizio attivo sulla linea del confine. Non
l’ho dimenticato io, che, bambino ebreo di pochi mesi, potei espatriare in Svizzera coi miei genitori nel
novembre 1943 proprio a Clivio, grazie al sostegno dei finanzieri del maresciallo Cortile e degli abitanti che
con loro aiutavano chi doveva fuggire per sottrarsi alla persecuzione e alla morte.
Anche don Gilberto fu arrestato quando la rete fu scoperta, ma la sua tonaca e l’intervento autorevole del
cardinale Schuster valsero a procurargli la liberazione, mentre altra ben tragica sorte sarebbe toccata a
Cortile. Allontanato però dalla sua parrocchia, solo a guerra finita don Gilberto poté riprendere il suo
ministero tra i suoi fedeli.
A distanza di tanti anni è difficile ricostruire con accuratezza storica queste vicende che, insieme a tante altre,
compongono il mosaico di quella che fu la vita e la lotta per la sopravvivenza e ancor più – in fondo anzitutto
– per la dignità e l’onore da parte dei tanti che in quei duri mesi non si piegarono alla sopraffazione, rischiando
e spesso sacrificando la vita. Tanto più meritoria l’opera dei due autori tra carte d’archivio e testimonianze
per far conoscere l’opera silenziosa, modesta ma fattiva di don Gilberto e di coloro che lo aiutarono. Davvero
“un partigiano di Dio”.
Luigi Cortile e la sua collaboratrice a Clivio, Nellina Molinari, sono stati onorati di recente dallo Yad Vashem
di Gerusalemme con il titolo di “Giusti tra le Nazioni” per avere salvato ebrei perseguitati a rischio della
propria vita. A loro associamo la memoria di don Gilberto, un luminoso esempio di religioso cattolico che con
la sua opera ben rappresenta l’impegno di tanti ecclesiastici a favore degli oppressi in quei tempi bui.
Una testimonianza che, anche grazie a questo libro, possa essere di monito ed esempio, perché in ogni tempo
sono necessari altri Cortile, altre Molinari, altri don Pozzi.
Giorgio Sacerdoti
Presidente Fondazione
Centro di Documentazione Ebraica Contemporane

Gli autori

Gerardo Severino. Colonnello e direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza, ha
percorso una brillante carriera operativa che lo ha visto fra l’altro impegnato presso il
Tribunale di Palermo alle dirette dipendenze del giudice Giovanni Falcone. Promosso
ufficiale per meriti eccezionali, nel 2003 ha prestato servizio presso il Gruppo
d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata (GICO) di Roma. È autore di numerosi libri,
saggi e articoli di storia militare, molti dei quali pubblicati dalle principali riviste italiane e
internazionali.

Vincenzo Grienti. Giornalista dal 1997 e digital editor. Lavora a Roma come vice
caporedattore del Tg2000. Dal 2001 al 2011 ha lavorato all’Ufficio Nazionale per le
comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana e ha coordinato il portale
d’informazione CEInews.it. Già autore di RaiUno, collabora con la pagina culturale di
Avvenire. Ha scritto per Nuova Storia Contemporanea, BBC History Italia, L’Osservatore
Romano, Storia in Rete.

[1] A. Petacco – G. Mazzucca, La Resistenza tricolore. La storia ignorata dei partigiani con le stellette, Mondadori, Milano, 2010

[2] G. Severino, Il Buon Doganiere di Clivio. Storia dell’eroico Maresciallo della Guardia di Finanza che salvò centinaia di ebrei e perseguitati (Nola/Piazzolla, 1898 – Mauthausen/Melk, 1945”, Edizione Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma, 2015)