Federico Martinengo, asso e pioniere dell’aviazione navale della Marina italiana

Il giovane sottotenente di vascello Federico Martinengo – Foto Archivio Ufficio Storico della Marina Militare

Un ufficiale della Regia Marina tra gli assi dell’aeronautica italiana impegnata nella Grande Guerra, ma soprattutto un pilota di idrovolanti e pioniere del volo che nel secondo conflitto mondiale rimase ucciso per l’Italia libera e democratica. Una vita, quella di Federico Martinengo, ricca di capitoli che si intrecciano con la storia dell’aviazione navale. Un nome che oggi naviga ancora insieme all’equipaggio della fregata “Federico Martinengo”, protagonista di 111 giorni di operazione antipirateria nel Golfo di Guinea.  Proprio il 7 novembre 2020 l’unità navale, comandata dal capitano di fregata Daniele Ruggieri, ha sventato un attacco di pirati in corso sulla nave battente bandiera di Singapore “Torm Alexandra”. I pirati sono stati messi in fuga non senza aver ingaggiato anche un breve scontro a fuoco con l’elicottero di bordo. Poi, dopo soli 7 giorni la nave grigia intitolata a Martinengo è intervenuta nuovamente a supporto della nave “Zhen Hua 7”, a bordo della quale era presente un marittimo di nazionalità cinese gravemente ferito che è stato messo in salvo dal personale sanitario e successivamente trasferito in elicottero verso il più vicino ospedale dell’isola di Sao Tome e Principe. Un’operazione non facile degna del nome che la nave della Marina Militare porta a poppa, sia a dritta che a sinistra, per esteso. Un nome, Federico Martinengo, che si lega allo storico motto Sufficit Animus che riporta al filosofo latino Lucio Enneo Seneca il quale, nel suo trattato I Benefici (Lib. II, Cap. 31) scriveva: “Quando rivolgiamo ogni cosa al nostro animus, tutto è possibile; e anche quando non mi è concesso di far uso della pietà, della fede, della giustizia ed ogni virtù in sé perfetta, l’uomo può essere grato alla volontà. Chiunque ogni volta che si proponga un obiettivo e lo consegue, coglie il frutto del proprio lavoro. Colui che fa un favore cosa si propone? Dare all’altro è esso stesso piacere”.

Gli anni dell’Accademia Navale

Il foglio matricolare del Contrammiraglio Federico Martinengo – Foto Archivio Ufficio Storico della Marina Militare

Un motto che ben si coniuga con le virtù eroiche di Federico Carlo Martinengo. Basta scorrere il foglio matricolare del pilota della Regia Marina per capire come la sua vita avventurosa non è quella di un supereroe, ma di un eroe del quotidiano come decine che hanno fatto la storia navale militare italiana.

Era il 19 agosto 1909 quando il tenente di vascello Guido Scelsi, già pilota di dirigibile, conseguì, primo fra gli italiani, il brevetto di pilota di idrovolante presso la scuola europea Curtiss di Juan-Les-Pins, unica scuola esistente della specialità. Sulla scia di Scelsi due anni dopo, nel 1911, Federico Martinengo (Roma, 18 luglio 1897 – Mar Tirreno, 9 settembre 1943) diventò pilota e osservatore d’idrovolante. Non senza sacrifici venne ammesso all’Accademia Navale di Livorno, conseguendo la nomina a guardiamarina il 25 maggio 1915, il giorno dopo lo scoppio della Grande Guerra. Già nel 1911-1912 aveva partecipato ad alcune operazioni durante la “Guerra italo-turca” e per questo, come emerge dal suo stato di servizio, “autorizzato a fregiarsene”. Il primo conflitto mondiale fu duro, ma la Regia Marina riuscì a mantenere, soprattutto nel Mar Adriatico, la superiorità navale fino alla fine del primo conflitto mondiale con le vittorie contro l’Impero Austro-Ungarico. Martinengo partecipò alle prime operazioni navali in Adriatico a bordo della corazzata “Dante Alighieri”, classe “Conte di Cavour”, dall’aprile al novembre 1915. Poi sulla nave da trasporto “Trinacria”. Ma la svolta, per lui e per i suoi sogni, arrivò nel 1916. Da sottotenente di vascello entrò a far parte della nascente Aviazione marittima.

L’idrovolante Macchi M5 in volo su Venezia – Foto Archivio Ufficio Storico della Marina Militare

I duelli aerei durante la Grande Guerra

C’era la piazza di Venezia da difendere e l’Ammiraglio Paolo Thaon di Revel aveva compreso bene che gli attacchi austro-ungarici potevano provenire non solo da sopra e sotto il mare, ma anche dall’alto. Occorreva una forza aerea navale in grado di contrastare le incursioni diurne sulla Serenessima. Thaon di Revel aveva attivato un servizio di marinai “osservatori” in grado di intercettare visivamente la minaccia proveniente dal cielo. Sui tetti delle case veneziane, infatti, gli uomini della Regia Marina fungevano da contraerea in attesa del decollo degli idrovolanti italiani che si buttavano a capofitto sugli aerei nemici per difendere la “città dei dogi”. Federico Martinengo, una volta assegnato alla stazione idrovolanti di Venezia, conseguì i brevetti di pilota e di osservatore. Assunse quindi il comando della 253a Squadriglia, che tenne fino all’agosto del 1917. Poi al passò al comando della 256a e, nel dicembre 1917, alla neo costituita 260a Squadriglia, di base a Otranto e di cui fu anche comandante, ottenendo nel febbraio del 1918 la promozione a tenente di vascello. Compì numerosi voli di addestramento e di guerra. I giovani piloti, infatti, dovevano essere addestrati all’ammaraggio e al decollo usando quelle tecniche utili a non farsi colpire dagli aerei nemici proprio nelle prime fasi del volo. Sui cieli dell’Istria e della Dalmazia dimostrò tutte le sue abilità di osservatore e pilota entrando di fatto nella storia degli assi della caccia italiana con cinque velivoli abbattuti.

L’insegna di Federico Martinengo sulla carlinga del Macchi M5 – Foto Archivio Ufficio Storico della Marina Militare

Da non dimenticare il combattimento aereo del 4 maggio 1918 quando eseguì una “tripletta”, ottenendo le sue prime tre vittorie aeree. Per le sue audaci azioni e per il valore dimostrato meritò due medaglie d’argento e una croce di guerra al valore militare. Le vittorie di Martinengo furono messe a segno il 16 ottobre 1916, contro un idrovolante austroungarico, presso Rovigno. In questa circostanza volava a bordo di un FBA Type A. Nella fase di rientro il suo velivolo dovette ammarare per un guasto al motore. Un pericolo, quello di rimanere in mare, scongiurato dalla torpediniera 15 OS che lo rimorchiò a Venezia. il 23 ottobre 1916, contro un Lohner (L138), presso Caorle mentre le tre in un giorno contro altrettanti Hansa-Brandeburg W.18, sul Golfo di Trieste.

Tra i primi istruttori di “Top Guns”

Ma nei giorni del primo conflitto mondiale e durante la collaborazione con la U.S. Navy Federico Martinengo, come scrive nel saggio U.S. Naval Aviation Birthplace. The Porto Corsini boys, first america’s Top Guns, il capitano di fregata Marco Sciarretta, storico e capo sezione editoria dell’Ufficio Storico della Marina Militare, fu anche “il primo istruttore di tattiche di combattimento della Marina americana”. In pratica quello che tutti oggi conoscono come la scuola dei “Top Gun”. Era infatti il 19 febbraio 1918 quando sul Lago di Bolsena arrivarono i primi aviatori americani. “Due giorni dopo il distaccamento era ufficialmente sotto commissione della Marina degli Stati Uniti, sotto la direzione del guardiamarina W. B. Atwater, aviatore navale statunitense n. 112 – scrive il comandante Sciarretta -. I corsi, che includevano attività di lavoro a terra e di volo, sono stati gestiti principalmente da istruttori della Marina Militare Italiana, cedendo il passo ad istruttori americani non appena questi ultimi completarono la conversione ad aerei italiani. Negli stessi giorni fu attivato presso l’Ambasciata americana a Roma il Comando delle Forze di Aviazione Navale degli Stati Uniti in Italia, sotto l’ormai Tenente Comandante Callan, che assunse il comando effettivo il 25 aprile 1918”. La scuola di volo di Bolsena fornì istruzione teorica e tecnica di volo con attività di addestramento a bordo di idrovolanti FBA, ma anche con gli L.1 e L.2 che avevano prestazioni un po’ più modeste rispetto all’L.3 Macchi e all’M.5. Tra i dirigenti di spicco della scuola, dall’inizio di giugno 1918, in qualità di “Direttore del Corso Speciale” (attualmente istruttore di armi da combattimento) ci fu proprio Federico Martinengo, il 21enne tenente, ex comandante della 260a Squadriglia con le sue cinque vittorie confermate (tra cui l’asso austro-ungarico Goffredo de Banfield).

La Seconda Guerra Mondiale

Nel 1927 fu promosso capitano di corvetta, conseguendo nel 1932 il grado di capitano di fregata quando già era comandante del distaccamento Marina di Tientsin, in Cina, incarico che ricoprì fino al 1933. Ma un altro salto di qualità nella sua carriera si compì al suo rientro in Italia. Martinengo, infatti, prima frequentò l’Istituto di guerra marittima con sede a Livorno e, dopo la promozione a capitano di vascello nel 1936, fu chiamato a comandare la base navale di Lero, nel Mar Egeo. Poi salì a bordo del “Muzio Attendolo”, al comando dell’incrociatore che quattro anni dopo lo avrebbe impegnato nel secondo conflitto mondiale. L’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 vide Federico Martinengo impegnato nel Mar Mediterraneo. Poi in ottobre assunse la carica di capo di stato maggiore del Dipartimento militare marittimo di Taranto, che mantenne fino alla promozione a contrammiraglio (1942), per poi assumere (1943) il comando superiore delle Forze antisommergibili con sede a Roma.

Dopo l’8 settembre 1943

“Alla proclamazione dell’armistizio (8 settembre 1943), in ottemperanza agli ordini ricevuti, raggiunse La Spezia, da cui partì il mattino del 9, imbarcato sulla VAS 234 e con la sezionaria VAS 235, per trasferirsi all’isola d’Elba – si legge nei documenti conservati presso l’Ufficio Storico della Marina Militare -. All’altezza dell’isola Gorgona, nelle prime ore del pomeriggio, ingaggiò combattimento con due motosiluranti germaniche, che ebbero la meglio sulle unità italiane. Accettando il combattimento nonostante la marcata inferiorità, perseguì con decisione nell’azione fino al ritiro del nemico, il cui fuoco causò la sua morte, la sua scomparsa in mare e la distruzione dell’unità, che fu portata in costa ad incagliare. La sua salma, recuperata il 14 settembre, fu tumulata con gli onori militari nel piccolo cimitero dell’isola dal comandante della VAS 235, capitano di corvetta Eugenio Henke, e dagli equipaggi delle due unità. Alla sua memoria fu decretata la medaglia d’oro al valore militare”.

L’assegnazione della massima decorazione al valore militare oltre a premiare l’eroico comportamento in azione fu il giusto tributo per un ufficiale di provate capacità, distintosi in cielo e in mare. Martinengo, infatti, venne decorato di Medaglia d’oro al valore militare alla memoria, medaglia d’argento al valore militare (due concessioni), croce di guerra al valore militare sul campo, commendatore dell’ordine della Corona d’Italia, cavaliere dell’ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, ufficiale dell’ordine coloniale della Stella d’Italia.

Vincenzo Grienti

Per saperne di più sulla storia dell’aviazione navale della Marina Militare. Libri, link e video

Un Macchi M5 in volo sull’Adriatico 

M. Cosentino. L’aviazione navale della Regia Marina – Ufficio Storico della Marina Militare

L’autore dedica questo volume alla nascita dell’aviazione marittima in Italia e alla sua evoluzione nei primi anni del XX secolo. Nel giugno del 1913, con decreto ministeriale, fu istituito ufficialmente il “Servizio Aeronautico della Regia Marina”, al quale l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel  diede un determinante impulso. Grande risalto viene dato non solo alle vicende belliche ma soprattutto ai protagonisti di quell’avventura pionieristica che si prodigarono con estremo coraggio affinché i progetti  e le sperimentazioni del “mezzo aereo” diventassero una realtà sempre più concreta.  Tutto questo è narrato in maniera organica e metodica nel  presente volume,  ulteriormente arricchito da una cospicua e suggestiva iconografia che si avvale di foto d’epoca, mappe e disegni.

G. Solli. Aquile della Regia Marina (1915 – 1918) – Ufficio Storico della Marina Militare

Il volume, una raccolta di brevi biografie, rende omaggio a quei personaggi meno conosciuti che insieme ai colleghi più famosi come Giuseppe Miraglia, Giulio Valli, Mario Calderara, Leonino da Zara, Alessandro Guidoni e Bruno Brivonesi, resero grande l’Aviazione Navale della Regia Marina e dettero un enorme contributo alla Vittoria nella Prima Guerra Mondiale. L’autore ha cercato quindi, di dare luce a coloro che contribuirono a far nascere e poi a far crescere quella che fu la più grande Stazione Idrovolanti della prima Guerra Mondiale: S. Andrea a Venezia.

Giuseppe Miraglia, primo Comandante della Stazione. Giovanni Roberti di Castelvero, uno dei pochi marinai a volare con apparecchi terrestri nella Guerra di Libia del 1911-1912. Fu abilissimo istruttore dei giovani piloti che si susseguirono ai comandi delle squadriglie fino a tutto il 1918. Giuseppe Garassini Garbarino, prima Medaglia d’Oro della Marina alla memoria. Luigi Bologna, primo “cacciatore” su idrovolanti. Carlo della Rocca, che subentrò a Miraglia dopo la sua morte ed eseguì innumerevoli incursioni in terra nemica. Silvio Montanarella, pilota a Venezia e Gorgo, nella 2° Guerra Mondiale subì la prigionia in Africa. Manfredi Gravina, valido ufficiale di Stato Maggiore, aviatore osservatore e comandante di torpediniere, volò con Miraglia in alcune primissime missioni. Umberto Calvello, Orazio Pierozzi, Federico Martinengo, furono i tre Assi della Aviazione Navale della Regia Marina, abilissimi “cacciatori” e ottimi Comandanti di Squadriglia. Calvello e Pierozzi perirono in incidenti aviatori appena finita la guerra. Agostino Brunetta che partecipò ad azioni eclatanti su Pola e Parenzo. Sopportò la prigionia a Mauthausen e dopo la guerra divenne Comandante della Stazione Idrovolanti di La Spezia.

Eugenio Casagrande, che eseguì rischiosissime missioni notturne nella Laguna Veneta e compì un rocambolesco furto di tre idrovolanti dalla Stazione di Santa Caterina nel 1919 per raggiungere Gabriele d’Annunzio a Fiume. Giuseppe “maestro” Rossi, pioniere del volo, con la Squadriglia Piloti Volontari partecipò alla guerra di Libia nel 1911 e fu istruttore civile alla Scuola Idrovolanti di Taranto nel 1915. Giorgio Fiastri, eroico pilota che operò nel Basso Adriatico e in Albania. Luigi Bresciani, anche lui Pioniere del Volo, pilota collaudatore e istruttore di Miraglia e altri. Progettò e costruì il primo famoso idrovolante bombardiere BRE. Precipitò in volo durante il collaudo dell’ultimo apparecchio costruito, per rottura dei ganci di sostegno di un’ala.

Le ricerche documentali sono state effettuate presso vari archivi storici (USMM, AUSAM, USSME, il Vittoriale degli Italiani) che hanno permesso la raccolta del materiale relativo al periodo 1914 fino al 1919 per la stesura delle brevi biografie.

L’aviazione navale della Marina Militare nella Seconda guerra mondiale

La Regia Marina si trovò all’inizio del conflitto senza navi portaerei, trovandosi in una posizione di inferiorità rispetto alla Mediderranean Fleet inglese. La Regia Marina poteva contare soltanto su 19 squadriglie contro le 45 richieste e per giunta dotate di soli 109 velivoli di pronto impiego, tra l’altro quasi tutti obsoleti e lenti idrovolanti Cant Z 501 che pagarono ad un prezzo decisamente elevato le centinaia di ricognizioni alla ricerca della Mediterranean Fleet.

Nel 1941 a seguito delle severe lezioni del conflitto il Capo del Governo, nel contempo anche Ministro della Marina e dell’Aeronautica, autorizzerà la realizzazione di navi portaerei e deciderà la trasformazione in tempi brevi di due scafi di navi passeggeri già in avanzato stato di costruzione, il Roma e l’Augusta. Ridenominati rispettivamente Aquila e Sparviero, le due portaerei non riusciranno mai a diventare operative, entrambe, rispettivamente complete al 90% e al 40%, saranno sorprese dall’8 settembre 1943 e danneggiate dai bombardamenti alleati e dagli Incursori Italiani, facendo una ben misera fine. In particolare l’Aquila disponeva di un ponte di volo lungo 216 metri per 30 di larghezza e costituiva, con le sue 24.000 tonnellate, un progetto di tutto rispetto per quei tempi.

L’aviazione navale oggi