8-22 settembre 1943: la tragedia di Cefalonia e la memoria di un sopravvissuto

Alle 19.42 dell’8 settembre 1943 il maresciallo Pietro Badoglio annunciò via radio la firma dell’armistizio con gli Alleati, ma a Cefalonia, dopo pochi attimi di gioia per la fine della guerra, i militari italiani precipitarono in un vero incubo, ricevendo l’ultimatum dei tedeschi di consegnare loro tutte le armi. Particolarmente sanguinosi furono i fatti che si svolsero nell’isola, dove erano di stanza molti soldati della Divisione Acqui, i quali si opposero alla cessione delle armi imposta dai tedeschi subendo. A dispetto dell’inferiorità numerica i militari della Wehrmacht ebbero la meglio grazie all’intervento aereo degli Stukas della Luftwaffe, che bombardarono senza sosta le postazioni tricolori di artiglieria e fanteria. Finché, il 22 settembre, il generale Gandin alzò bandiera bianca. Seguirono crudeli rappresaglie e fucilazioni di massa, con gli ufficiali italiani sterminati senza pietà. Il presente volume ripercorre quei tragici eventi attraverso i ricordi di chi a Cefalonia perse la vita e di chi riuscì invece a scampare a un eccidio che, ancora oggi, è foriero di troppe domande e polemiche.

Alla fine della guerra padre Romualdo Formato, cappellano militare, scrive:”Non ho potuto ulteriormente tacere». Così pubblica “L’eccidio di Cefalonia. Lo sterminio della Divisione Acqui”(Mursia). Si tratta di una raccolta di memorie. Un capitolo di storia che l’autore visse insieme agli altri cappellani militari al seguito delle truppe italiane di stanza a Cefalonia e Corfù.

L’atmosfera di quei giorni era caratterizzata da incredulità e sbigottimento alla notizia dell’armistizio, dalla mancanza totale di ordini dall’alto, da inutili tentativi da parte dei comandanti italiani e tedeschi per trovare una soluzione pacifica. Fino all’ultimatum nazista, alla lotta coraggiosa e disperata, alla resa e alla fucilazione di oltre settemila soldati italiani fatti prigionieri dalla Wehrmacht.

Qui di seguito la testimonianza di Angelo Emilio, caporal maggiore della Divisione “Acqui”, che nel 2004 scrisse un diario dal titolo “La guerra di Cefalonia nella cronaca di un sopravvissuto”. Oggi Angelo Emilio non c’è più, ma le sue parole, i suoi scritti, le sue memorie restano indelebile nella vita e nei ricordi di chi lo ha conosciuto.

Per i soldati italiani di stanza nell’isola greca l’inferno. «Non sappiamo ancora con sicurezza chi abbia dato ai tedeschi l’ordine di attaccare – racconta Angelo Emilio, reduce della strage di Cefalonia e della prigionia in Russia che oggi vive a Pozzallo -. Tuttavia un fatto è certo: ufficiali eliminati contro ogni norma internazionale, soldati sottoposti a decimazione, e feriti fucilati invece di essere soccorsi». Alla cosiddetta “Casetta Rossa”, rudere abbandonato nella zona di San Teodoro, per esempio, solo trentasette ufficiali ebbero salva la vita grazie alle suppliche del cappellano militare don Romualdo Formato. «Fu lui che salvò anche il sotto tenente Silvio Rigo, mio ufficiale nel reparto della reggimentale a Merano», ricorda il reduce. Come pure richiama alla memoria la visita a Cefalonia del generale Antonio Gandin, qualche giorno dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. «Per sollevarci il morale consegnò a ciascun militare un pacco dono – racconta Emilio -. Ricordo ancora quando toccò a me: appena lo ricevetti fui avvicinato dal tenente Aldo Freddi perché era curioso di vedere cosa avessi trovato. Secondo lui, già comandante della mia compagnia che si distinse nei combattimenti dal 14 al 22 settembre, era troppo poco. Allora mi fece avere un altro pacco con lametta, sapone da barba, uno specchietto e altre piccole cose». In quella fase, a presidiare Cefalonia insieme agli italiani della “Divisione Acqui”, circa dodici mila uomini, c’era un reparto di militari tedeschi di circa due mila soldati. «Fino ad allora la convivenza era stata pacifica. Eravamo lì per tutelare gli interessi comuni dell’Italia e della Germania. Quando, però, nell’isola giunse la notizia che il governo italiano, l’8 settembre aveva firmato un armistizio con gli Alleati, la guerra, di cui in patria si festeggiava la fine, come in un incubo scoppiò a Cefalonia. Una vera catastrofe». Alla data dell’8 settembre, gli uomini della “Acqui” si trovavano con viveri per novanta giorni e munizioni per trenta. Troppo poco per resistere all’offensiva tedesca, per altro rafforzata dagli attacchi degli Stukas, aerei capaci di volare a bassissima quota e di mitragliare a tappeto. Alle ore quattordici del 15 settembre eccoli gettarsi in picchiata e annientare la 1ª batteria sul monte Telegrafo. «Nel corso del bombardamento un ordigno cadde sul settore del plotone telefonisti – racconta Emilio -. Tra i feriti ci fu il fante Natalizio Franzò di Ispica che, pur prontamente soccorso e accompagnato all’Ospedale da campo, morì. Credo che la sua famiglia ancora oggi non sappia che fine abbia fatto. Ecco, la sua lapide si trova nel campo XX di Cefalonia, numero XXX». Cefalonia è trasformata in un cimitero a cielo aperto.

Il giovane caporal maggiore Angelo Emilio

Il 21 settembre del 1943 il primo reparto del 724esimo battaglione Cacciatori tedesco sorprende sul fianco e alle spalle il terzo battaglione del 317esimo reggimento italiano schierato sulle basi di partenza: per Kardakata è l’ora della resa. «Preso di forza dai tedeschi fui scaricato accanto ad un ufficiale, anche lui dell’esercito ormai diventato nemico, il quale, con un binocolo in mano dirigeva le operazioni di guerra del proprio reparto. Si creò una fila. Migliaia di soldati italiani in marcia verso la morte. Decimati, cioè fucilati a gruppi di dieci, man mano che andavano avanti. Rimasi vivo perché ad un certo punto fui tirato fuori dalla colonna da un tedesco che mi diede l’incarico di guidare fino ad Argostoli un asinello rastrellato sul campo e caricato degli zaini dei carnefici». Ammucchiati in quattro mila prigionieri nel campo di concentramento della vecchia caserma “Mussolini”, prima “Vittorio Veneto”, i sopravvissuti rimasero per giorni senza cibo e senza acqua dormendo all’aperto, sdraiati per terra, nel grande cortile di circa 1500 metri quadri. «Al centro dello spiazzale, un antico pozzo coperto di fango sul fondo. La nostra salvezza, dato attaccando lunghe cordicelle alle gavette riuscivamo ad attingere la melma da succhiare l’acqua attraverso stracci – continua il reduce -. Per la fame insopportabile, alcuni prigionieri arrivarono a dare la caccia ai topi, finché un giorno, da una nave che scaricava muli ne cadde uno in mare che annegò. Quando le onde lo portarono fino alla scogliera che era vicina all’accampamento, infatti, molti prigionieri ne assaltarono i resti putrefatti». Il 31 ottobre, sempre del 1943, però, i tedeschi decisero di trasferire i sopravvissuti, via mare, in Russia, per avviarli ai lavori forzati. Un imbarco alla rinfusa che vide le prime tre navi (Ardea, Alma e Maria Marta) piene di prigionieri urtare contro alcune delle mine che erano state disseminate nel golfo nel corso della guerra. Di tutti i prigionieri, solo 2.600 raggiunsero l’Asia, mentre 1.350 morirono annegati. Un viaggio, questo, durato ventotto giorni, che condusse gli italiani alla baracca “M. Stammlager 352” di Minsk, capitale della Repubblica della Russia Bianca, già occupata nel 1941 dai tedeschi che ne sterminarono la popolazione perché ebraica. Il Natale del 1943 trascorse qui. Solo il 2 luglio del 1944, in seguito all’avanzata dei russi, i tedeschi si ritirarono da Minsk portando con loro i prigionieri, forza lavoro che non valeva la pena perdere. «Un percorso, questo da Minsk alla Polonia, fatto tutto a piedi con passo svelto, mentre le sentinelle di controllo alla colonna dei prigionieri si davano il cambio – racconta il nostro reduce -. Il 10 luglio del 1944, eccoci al confine tra la Polonia e la Lituania, ad Oszmiamie. Trascorse circa un anno, prima che i russi ebbero la meglio sui tedeschi e ci liberarono mentre ci trovavamo in Prussica il 29 marzo del 1945. «Uscimmo dai rifugi con le mani alzate gridando “italiani, italiani”». La zona di Godenafen, infatti, continuava ad essere considerata a rischio perché molto vicina alle operazioni di guerra. «Ormai abbandonati dai tedeschi, arrivammo a Lodz, nella Polonia centrale, l’8 aprile. Poiché iniziava a correre voce che i russi ci avrebbero condotto verso l’interno del Paese per lavoro, tanti soldati iniziarono ad avvicinarsi alle famiglie polacche nel tentativo di prepararsi un rifugio». Una guerra, questa di Cefalonia, che si può considerare conclusa solo il 20 settembre del 1945 quando ai superstiti fu comunicato che in stazione c’era un treno che li avrebbe riportati in Italia.

Laura Malandrino

Per conoscere la storia della tragedia di Cefalonia basta visitare il sito dell’Associazione nazionale “Divisione Aqui”.

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