2 febbraio 1943: la resa di Stalingrado

Film, libri, articoli e approfondimenti giornalistici hanno raccontato una delle più cruente battaglie della Seconda guerra mondiale. La resa di Stalingrado avvenne il 2 febbraio del 1943. L’odierna Volgograd fu teatro di una delle più clamorose disfatte della Wehrmacht. Il 22 novembre, per quasi trecentomila militari tedeschi, alleati compresi, chiusi in una sacca dalle armate sovietiche, furono testimoni di un tragico conto alla rovescia. Il freddo, la fame, la sete, le malattie uccisero più tedeschi degli attacchi russi. La città divenne un incubo, un cumulo di macerie, un inferno: ogni ferita era a rischio d’infezione, la sopravvivenza una sfida quotidiana. Un racconto che Alfio Caruso, giornalista e scrittore, ripercorre nel libro La Battaglia di Stalingrado (Longanesi).

Il 2 febbraio del 1943, contravvenendo all’ordine del Fuhrer di resistere a ogni costo, si arresero in centoventimila: di questi solo seimila tornarono a casa dopo una lunga detenzione, durata per alcuni tredici anni. Dopo oltre cinque mesi di battaglie, il mattatoio contava più di un milione e mezzo tra morti e feriti, dall’una e l’altra parte. Dei settantasette soldati italiani che avevano partecipato all’assedio se ne salvarono soltanto due. Con la sconfitta di Hitler e dei suoi eserciti nella battaglia di Stalingrado, ebbe finalmente inizio il cruento tracollo del Terzo Reich.

Quella di Stalingrado fu la più importante battaglia per i russi che finalmente liberarono l’Unione sovietica dal nazismo ponendo fine all’avanzata della VI Armata nazista del generale Friederich von Paulus. Una battaglia che, si ritiene, fece oltre 1 milione di perdite totali tra morti in guerra, di stenti e di fame, dispersi e prigionieri. Come sempre a pagare più di tutti fu la popolazione civile, donne e bambini.

Il grande sconfitto di questa battaglia iniziata il 17 luglio 1942 fu il generale tedesco Friedrich von Paulus. In quella che è stata definita “la caporetto dei tedeschi” il generale von Paulus rimase accerchiato dall’Armata Rossa di Stalin nella sacca di Stalingrado. Si arrese con il suo stato maggiore il 31 gennaio 1943 e venne fatto prigioniero dai sovietici

Tra questi Vasilij Grossman nel suo Stalingrado (Adelphi) che racconta la storia di Pëtr Vavilov. Questi un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere “immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «…sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee… E se Grossman è stato definito «il Tolstoj dell’Unione Sovietica», ora possiamo finalmente aggiungere che Stalingrado, insieme a Vita e destino, è il suo Guerra e pace.

 

Un serrato duello fra un cecchino tedesco e uno russo è il racconto che fa Il nemico alle porte di Jean Jacques Annaud.
Siamo nell’autunno del 1942, sul fronte bellico sovietico in vista di Stalingrado. Per contrastare l’offensiva tedesca, ai soldati russi viene comandato di gettarsi a capofitto verso il nemico, avendo a disposizione un fucile in due. Quando un soldato muore, l’altro deve raccogliere l’arma e proseguire. Non c’è scampo per eventuali disertori che vengono eliminati dalla stessa retrovia sovietica. In questo panorama di massacro, il giovane Vassili si mette in evidenza per doti di particolare precisione nel tiro.

Il funzionario Danilov se ne accorge, lo segnala a Krusciov, e in poco tempo Vassili diventa famoso come eroe e simbolo della battaglia sovietica contro l’invasore. Dalla Germania arriva al fronte il maggiore Konig, a sua volta esperto tiratore, con il compito di stanare questo inatteso cecchino. Mentre Vassili si innamora, ricambiato, di Tania, soldatessa trasferita nelle retrovie, il piccolo fratello di lei, Sasha, mette in atto una specie di doppio gioco tra le linee nemiche, dando a Konig false informazioni sulla posizione di Vassili. I due si inseguono a lungo, mentre la battaglia vive un momento tragico: i tedeschi sfondano le linee, i sovietici si ritirano, Tania è ferita nello scoppio di una bomba e Sasha viene eliminato da Konig che aveva scoperto l’inganno. Arriva infine la resa dei conti. Grazie all’intervento di Danilov, che vuole riscattare la propria mediocre esistenza, Konig esce allo scoperto e in quell’attimo Vassili lo colpisce a morte. Più tardi, dopo il ritiro dei tedeschi, Vassili ritrova Tania e resta con lei in una situazione di pace.

Come sempre a pagare più di tutti fu la popolazione civile, donne e bambini. “Ho ancora tanti ricordi di quei momenti – ebbe modo di dire Vladimir Ananyev, uno dei pochi veterani che partecipò alla battaglia come geniere – Noi difendemmo Stalingrado credendo nella vittoria. Come popolo sovietico eravamo fermamente convinti che i tedeschi ci avrebbero ucciso in ogni caso e questo fatto ci ha fatto combattere fino alla fine e lo abbiamo fatto”.