14 novembre 1951: l’alluvione del Polesine

14 novembre 1951: scoppia la “madre” di tutte le alluvioni. Il Po straripa, invadendo la regione del Polesine. In pochi istanti otto miliardi di metri cubi d’acqua invadono le campagne. Il Paese si mobilita per la prima grande campagna di solidarietà del dopoguerra, i soccorsi raggiungono i luoghi del disastro da più zone d’Italia. I Vigili del fuoco lavorano per giornate interminabili portando in salvo centinaia di persone. Ma il bilancio del disastro è drammatico: 89 i morti, 180.000 i senzatetto; 107.000 ettari su 157.000 coltivabili sono allagati, i raccolti distrutti. Appena avvenuta la tragedia parte la gara di solidarietà degli italiani per aiutare gli sfollati. Tra i primi a intervenire i fucilieri del San Marco della Marina Militare che si distinsero nelle operazioni di soccorso alle popolazioni colpite.

Settant’anni dopo si ricorda un disastro senza precedenti. “Sono trascorsi settant’anni dalla devastante alluvione del Polesine, che si scatenò la sera del 14 novembre 1951 con la rottura degli argini del Po a Occhiobello e Canaro – ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella -. Fu una catastrofe: morti, sofferenze, sfollati a decine di migliaia, case sommerse dal dilagare incontrollato del fiume, coltivazioni e allevamenti distrutti in un’area assai vasta, anzitutto la provincia di Rovigo ma in parte anche quella di Venezia”. La Repubblica era giovane, “il popolo italiano aveva da poco intrapreso la strada della ricostruzione nella libertà. La tragedia si abbatté sulle popolazioni del Polesine, che conoscevano bene povertà e sacrifici e che si videro costrette, d’improvviso, alla più dura lotta di sopravvivenza – prosegue il Capo dello Stato -. Le immagini in bianco e nero degli sfollati, i volti scolpiti da dolore e paura, toccarono il cuore degli italiani e lasciarono un segno profondo, benché quelli fossero gli anni in cui era rinata la speranza”. Ricordare oggi è un dovere. “Perché quelle tribolazioni sono a pieno titolo nella storia della nostra Repubblica – aggiunge Mattarella -. Chiniamo la testa in memoria degli ottantaquattro occupanti del camion di Frassinelle, adulti e bambini, che vennero sommersi dal fango e dalle acque, senza poter ricevere l’aiuto necessario. Da tanto dolore è nato un riscatto. Di quelle comunità e dell’Italia intera. Ricordiamo il grande moto di solidarietà, di cui fu partecipe l’intera Comunità nazionale, dal Nord al Sud, e che coinvolse anche tanti Paesi”.

I mezzi di intervento erano deboli. Tuttavia si comprese subito, in quella prima grande calamità del dopoguerra, “che disponiamo della preziosa risorsa costituita dal senso di comunità, dalla disponibilità all’aiuto concreto, dal senso civico e dalla generosità di chi si trova sul campo a prestare soccorso – sottolinea Mattarella -. Sono energie che hanno aiutato la rinascita del Polesine. La ferita di settanta anni addietro non si può cancellare: ne sono testimonianza le tante famiglie che non sono tornate dopo l’alluvione e il significativo calo demografico rispetto al 1951. Con impegno, creatività, passione, le genti del Delta del Po hanno tuttavia saputo ripartire e hanno costruito una lunga stagione di sviluppo. Oggi guardano al futuro con voglia di innovazione e con spirito di solidarietà”.

Alle ore 19:45 di quel 14 novembre, l’argine maestro del fiume Po ruppe a Vallone di Paviole, in Comune di Canaro. Alle ore 20:00 si verificò una seconda rotta in località Bosco in comune di Occhiobello. La terza falla si produsse poco più tardi, alle ore 20:15 circa, in località Malcantone dello stesso comune. La massa d’acqua che si riversò con furia sconvolgente sulle terre del Polesine fu immane. Si calcola che la portata complessiva delle rotte sia stata dell’ordine dei 7.000 m³/s (6.000 m³/s secondo alcune stime, più di 9.500 m³/s secondo altre) a fronte di una portata massima complessiva del fiume stimata in quell’occasione in circa 12.800 m³/s.

In pratica, circa 2/3 della portata fluente, anziché proseguire la sua corsa verso il mare entro gli argini del fiume, si riversò sulle campagne e sui paesi. Come peculiare effetto di ciò si produsse, immediatamente dopo le rotte, un repentino decremento del livello idrometrico del fiume, riscontrato nelle stazioni di misura a monte e a valle: tale fenomeno si definisce “effetto svuotamento”.

Una catastrofe che seppure a distanza di tanto tempo riconquista la sua attualità per l’attenzione ormai quotidiana concentrata sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici. Quell’esperienza terribile che segnò a lungo le comunità locali delle province di Rovigo e Venezia fu però anche l’inizio di una rinascita che ha trasformato un territorio considerato depresso in una sorta di “paradiso ambientale” e aperto la strada a una crescita economica ormai consolidata. La memoria e le opportunità che possono nascere da una tragedia enorme sono il filo conduttore della mostra “70 anni dopo. La Grande Alluvione”, curata da Francesco Jori con Alessia Vedova e Sergio Campagnolo, che Palazzo Roncale di Rovigo ospita fino al 31 gennaio.
Testimonianze, filmati, fotografie, articoli di quotidiani e riviste tra le grandi firme del giornalismo italiano, vengono proposti stavolta per dare questa lettura nuova di quegli 11 giorni in cui 8 miliardi di metri cubi d’acqua allagarono quasi centomila ettari di terreno. Per Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cassa di Riparmio di Padova e Rovigo che ha promosso l’esposizione, ”ricordare è un dovere sociale per capirne la genesi e riflettere sull’eterna e disattesa urgenza di rispettare i fiumi e l’ambiente”.

Vincenzo Grienti