Giorni di Storia

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Libri

Miti e contromiti. L’Urss nella Seconda guerra mondiale di Vladimir Medinskij

Mi sono occupato a lungo di storia, ma non credevo che avrei mai scritto un libro come questo. La Grande guerra patriottica (1) mi sembrava un argomento ostico, e volevo inoltre evitare di affrontare questioni del recente passato. Nel 2009, tuttavia, mentre ricorreva il settantennale dell’inizio della Seconda guerra mondiale, l’Unione europea fu attraversata da un moto di isteria; Stalin venne paragonato a Hitler, l’Unione Sovietica venne equiparata al Terzo Reich e le si attribuì la corresponsabilità dello scoppio della guerra. Dai blog di internet, fino alle dichiarazioni ufficiali dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, fu riesumato tutto l’armamentario di falsi miti e squallide calunnie sull’Urss. Mi convinsi allora che era utile, necessario, un testo sull’argomento e iniziai a raccogliere materiale per questo libro.

I MITI SUL COMPAGNO STALIN

Cominciamo dal famoso discorso di Stalin del 3 luglio del 1941, un chiaro esempio di retorica politica:

Il nemico […] ha come obiettivo la restaurazione del potere dei latifondisti, la restaurazione dello zarismo, la distruzione della cultura nazionale e dell’ordinamento statuale nazionale dei russi, degli ucraini, dei bielorussi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, degli uzbechi, dei tatari, dei moldavi, dei georgiani, degli armeni, degli azerbaigiani e degli altri popoli liberi dell’Unione Sovietica.

Ma cosa voleva Hitler, la «restaurazione dello zarismo» o la «distruzione dell’ordinamento statuale nazionale» in Russia? Andiamo avanti:

Nonostante l’eroica resistenza dell’Armata rossa, nonostante le migliori divisioni del nemico e le migliori unità della sua aviazione siano già state sconfitte e abbiano trovato la tomba sui campi di battaglia, il nemico continua ad avanzare, inviando al fronte forze nuove. (2)

Forse, Stalin intendeva in tal modo tranquillizzare il popolo sovietico, perché aveva molto da nascondere in quel momento; sempre per questo motivo, successivamente, egli avrebbe “raccomandato” ai suoi generali di non scrivere memorie di guerra. Tuttavia, come spesso accade, dosando e censurando rigidamente il flusso di informazioni, il governo dell’Urss con le sue scelte provocò diverse conseguenze.

Prima conseguenza: in Urss vi fu poca informazione veramente trasparente sulla guerra. O si credeva a tutto ciò che veniva comunicato dalle fonti governative, oppure non si credeva proprio a niente. Molto pochi erano i libri sulla storia della Grande guerra patriottica e soltanto a metà degli anni Sessanta, in occasione del ventennale della Vittoria, fu pubblicata un’opera in 6 volumi(3). Successivamente, sotto Brežnev, fu pubblicata un’enciclopedia in 12 volumi(4). In Gran Bretagna, nel frattempo, era già uscita una storia della Seconda guerra mondiale, in 40 tomi, in cui al Regno Unito era dedicato più del 90% del testo. Su certe battaglie “di secondaria importanza”, tipo quella di Stalingrado, si trovano solo poche pagine. I giapponesi a questo riguardo hanno sorpassato tutti; la loro Storia della Seconda guerra mondiale, in 110 volumi, comprende una massa enorme di dati e racconta nei dettagli persino la storia della conquista e della perdita di località minori. Forse, i giapponesi delle future generazioni si chiederanno perplessi perché la guerra sia chiamata “mondiale”, visto che in questa monumentale opera solo tre dei 110 volumi sono dedicati alle operazioni militari di forze armate non giapponesi.

A questo proposito, ecco la seconda conseguenza: spesso le fonti principali di informazioni sulla Grande guerra patriottica sono le memorie dei generali nazisti. Questi libri divennero ben presto uno dei testi di riferimento sulla guerra sul fronte orientale. Ai generali sovietici era raccomandato di non scrivere, mentre i loro omologhi versavano fiumi di inchiostro. Così, ancora oggi leggendo ci si può imbattere in strani personaggi, come il Generale Inverno, alleato dei sovietici, il Colonnello Strade Impraticabili, altro alleato, Il Commissario politico-maniaco che spara alle spalle ai suoi soldati, e altre simili figure. Sarebbero stati loro a battere Hitler e non l’Armata rossa e il popolo sovietico. Non dobbiamo poi dimenticare che solo fino al 1967 la Central Intelligence Agency (Cia) promosse e finanziò la pubblicazione di più di mille libri(5). I titoli esatti non sono noti visto che questa attività era coperta da segreto. È noto, però, che i contatti tra lo spionaggio americano e i generali tedeschi furono stabiliti già a partire dall’attentato a Hitler del 1944. Nel dopoguerra l’intelligence Usa poteva servirsi dei generali tedeschi, anche facendo loro scrivere delle memorie di guerra che venivano poi tradotte in molte lingue e largamente diffuse. Non ne traggo delle conclusioni definitive; occorre attendere che venga alla luce l’elenco dei mille libri della Cia. Il problema, in ogni caso, è che ancora oggi i testi dei generali hitleriani forniscono una prospettiva interpretativa ritenuta valida e ampiamente ripresa a livello internazionale.

MITI PARALLELI

Ogni popolo ha bisogno di miti, sul proprio esercito, sulle battaglie, sugli eroi. Gli inglesi sono soliti affermare che la battaglia principale della Seconda guerra mondiale non fu quella di Stalingrado, ma quella di El Alamein. Per gli americani, invece, la più importante fu quella per l’atollo di Midway. I giapponesi ritengono che la battaglia per le isole Aleutine e la difesa dell’isola di Okinawa furono i due momenti-chiave. Queste leggende sono deleterie, assurde e in uno storico serio possono suscitare perfino ilarità. Hanno, tuttavia, una funzione assai importante: alimentano l’orgoglio nazionale. Non vanno sottovalutate.

In Urss, Chruščëv non apportò nessun sostanziale cambiamento alla narrazione staliniana della guerra, a parte la rettifica del numero dei caduti: non più 7 milioni, ma 14, e poi 20. Per il resto non fece che promuovere un solo concetto: Stalin era colpevole, colpevole sempre e colpevole di tutto. L’Urss fu colta di sorpresa perché Stalin non aveva voluto dare ascolto né ai rapporti dei servizi segreti, né ai suoi consiglieri. L’Armata rossa, nell’estate del 1941, era stata messa in rotta perché Stalin aveva preso delle decisioni sbagliate. L’esercito aveva subito delle perdite colossali perché a Stalin non importava nulla della vita dei soldati e aveva fatto fucilare una generazione di geniali condottieri, Jakir, Tuchačevskij, Bljucher e molti altri. Con loro al comando non ci sarebbero state né vittime né ritirate. Inoltre, Stalin non aveva dato ascolto ai consigli dei suoi saggi collaboratori. Solo per Stalingrado cambiò atteggiamento, inviò sul campo lo stesso Chruščëv e, così, la sorte della guerra cambiò. Brežnev aggiunse alla storia ufficiale un solo capitolo, non grande, tuttavia sostanzioso: la battaglia più dura e decisiva della guerra era stata quella svoltasi a Malaja Zemlja, alla quale egli prese parte, come riportato nelle sue memorie, pubblicate con altissime tirature.

Gorbačëv, poi, rese noto un numero di vittime ancora più elevato: 27 milioni. Non fu presentata una documentazione chiara, per cui in taluni rimase l’impressione che la cifra fosse stabilita “tirando a indovinare”; forse era stata sommata la cifra “staliniana” a quella “chruščëviana”: 7 + 20 = 27. Per attuare la sua “nobile” opera di autocritica, che finiva per essere un’autoflagellazione, si misero in moto gli “architetti della perestrojka”. Questi riuscirono a creare un nuovo mito sull’inizio della Grande guerra patriottica, poi subito ripreso e sviluppato dai “liberal” postsovietici. Ne è risultato un mito chiaro e consequenziale, evidente e convincente come le leggi della fisica. L’essenza di tutto questo dispositivo mitologico è semplice: la colpa di tutto è dei russi. Fu l’Urss a far crescere il nazismo; Mosca aspettò che Hitler scatenasse la guerra, per poi attaccare gli Stati europei indeboliti e conquistarli. Portando all’estremo l’autoflagellazione, alcuni autori russi arrivano a conclusioni strabilianti: «Il popolo della Germania e i popoli dell’Europa a esso alleati sotto l’egida del Terzo Reich si unirono nella crociata contro il comunismo»(6). Ce ne vuole per presentare il pagano e mistico Hitler come un novello crociato, ma tant’è.

In quest’opera, proverò a esaminare alcuni miti sulla guerra, i più importanti, i più attuali o semplicemente i più diffusi: come il malefico Stalin favorì l’ascesa del crociato Hitler; l’infamia dei protocolli segreti del 1939, come in realtà la guerra la vinsero gli americani e gli inglesi (sono ormai in tanti a pensarla così) e così via. Insomma, rivangheremo vecchie storie. A qualcuno sembrerà inopportuno, politicamente scorretto. Ma lo facciamo perché senza una giusta comprensione del passato non c’è futuro.

NOTE

  1. L’espressione “Grande guerra patriottica” (Velikaja Otečestvennaja vojna) fu utilizzata in Urss fin dal primo giorno di guerra, 22 giugno 1941, quando la radio diede ufficialmente notizia dell’invasione nazista. Il breve comunicato si rivolgeva ai cittadini sovietici salutandoli, oltre che con il tradizionale “compagne e compagni”, anche con “fratelli e sorelle”. La locuzione, ancora oggi utilizzata in Russia e in alcuni altri stati dell’ex Unione Sovietica, è stata mutuata da “Guerra patriottica”, che fu combattuta nel 1812 dall’Impero russo contro l’invasore Napoleone Bonaparte.
  2. Stalin I., O Velikoj Otečestvennoj vojne Sovetskogo Sojuza [Sulla Grande guerra patriottica dell’Unione Sovietica], Gospolitizdat, Mosca, 1952.
  3. Istorija Velikoj Otečestvennoj vojny Sovetskogo Sojuza 1941-1945 gg. [Storia della Grande guerra patriottica dell’Unione Sovietica 1941-45], (VI voll.), Voenizdat, Mosca, 1960-65.
  4. Istorija Vtoroj mirovoj vojny 1939-1945 gg. [Storia della Seconda guerra mondiale 1939-1945], (XII voll.), Voenizdat, Mosca, 1973-1982.
  5. Jakovlev N., CRU protiv SSSR [La Cia contro l’Urss], in Pravda, Mosca, 1983.
  6. Verevkin S., Samaja zapretnaja kniga o Vtoroj mirovoj. Byla li al’ternativa Stalinu? [Il libro più segreto della Seconda guerra mondiale. Esisteva un’alternativa a Stalin?], Ėksmo, Mosca, 2009.