La condanna di Eichmann: un libro e un film per capire

In una casa di Via Garibaldi, alla periferia di Buenos Aires, verso la fine degli anni Cinquanta abitava con la sua famiglia un grigio e stempiato signore di nome Ricardo Klement. Conduceva una vita metodica e ineccepibile: ogni sera rientrava dal lavoro col 203 delle 7.40, percorrendo a passo lento i cento metri che separavano la fermata dell’autobus dalla sua casa. Non c’era nulla nella sua condotta che potesse dare nell’occhio. Ma un cieco che aveva avuto a che fare col signor Klement giurava di aver riconosciuto in lui un certo personaggio, al quale i servizi segreti israeliani davano la caccia da anni. “Ricardo Klement” era in realtà Adolf Eichmann, l’ex colonnello SS, il principale esecutore materiale della “soluzione finale del problema ebraico”, il responsabile dello sterminio di milioni di ebrei. Ha inizio allora, nel 1960, una drammatica partita a tre tra i segugi, la preda e le autorità argentine alla cui giurisdizione il nazista andava sottratto.

Bisognava catturare Eichmann e portarlo vivo al di là dell’Atlantico, dinanzi al tribunale del popolo ebraico. Dall’identificazione al macchinoso pedinamento, fino al rapimento e al trasporto di Eichmann travestito da meccanico su un volo “diplomatico”, La casa di Via Garibaldi di Isser Harel (Castelvecchi) è un racconto dalla suspense quasi insostenibile. Un’operazione difficilissima – vera anche se degna della fantasia di un Le Carré – freddamente raccontata come in un rapporto di servizio. Mai un thriller si è identificato, come questo resoconto, con un momento tra i più significativi della storia tragica del nostro secolo.

Tra i film più recenti che raccontano la cattura di Eichmann Operation Finale di Chris Weitz con Ben Kingsley e Greta Scacchi in cui si racconta la storia dell’agente segreto del Mossad Peter Malkin e le sue peripezie per rintracciare e catturare Eichmann. Dopo la sua cattura l’ex colonnello nazista venne processato e condannato a morte per genocidio contro l’umanità. Fu ucciso il 1° giugno 1962

L’attenzione dei media sul nazista nascosto in Argentina aumentò nel 1957 quando egli decise di dare un’intervista al giornalista olandese Willem Sassen. Bastò poco ai servizi segreti di mettersi in moto per rintracciarlo. Così si arrivò alla famiglia di Eichmann. Il figlio, come pure emerge dal film “Operation FInale” era amico di una ragazza tedesca. Alla giovane si era “palesato” con il vero cognome.
La ragazza ne parlò al padre, Lothar Hermann, ebreo scappato all’olocausto, ma purtroppo cieco per le sevizie e le botte subito. Bastò poco a fare il collegamento del cognome Eichmann con uno dei nazisti più ricercati del mondo. Andò subito a informare il procuratore tedesco Fritz Bauer che informò il Mossad, il servizio segreto israeliano.

Berni Pozzo Dal Negro
Storico ed esperto in ricerca documentale