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La Medaglia d’Argento al Valor Militare Nicolino Trozzi, il ragazzo colombiano che morì per la libertà dell’Italia.

In un mio precedente saggio dedicato agli Italo-Colombiani, ovvero ai Colombiani che combatterono il nazi-fascismo, qui in Italia, non compare purtroppo il nome di Nicolino Trozzi, un quindicenne morto in combattimento a Lanciano, nell’ottobre del 1943, il quale era nato e vissuto a Santiago di Cali, in Colombia, prima di trasferirsi in Abruzzo per motivi familiari. Purtroppo, il suo nome non era emerso, nella ricerca online sul sito relativo alla banca dati dei partigiani d’Italia, in quanto, nell’indicare lo Stato di nascita era stato trascritto il termine geografico di “Columbia”, anziché quello di “Colombia”.

Cali in una cartiolina degli anni Quaranta

La sua vicenda, come giudicherà il lettore, è particolarmente degna di essere ricordata, peraltro in occasione del ciclo degli ottanta anni della Resistenza e della Guerra di Liberazione, e ciò non tanto per la circostanza che Egli è stato uno dei più giovani partigiani ad essere decorato al Valor Militare, quanto per il fatto che morire a 15 anni, per la libertà del proprio Paese d’origine, è di per sé un atto sublime, non comune ai più, ma soprattutto un esempio per le giovani generazioni, che molto spesso dimenticano i sacrifici, il valore e la fede dimostrata dai loro nonni e nonne nella durissima lotta per la conquista di quella democrazia, poi sorta grazie alla proclamazione della nostra Amata Repubblica. Lo ricordiamo, oggi, anche grazie all’aiuto generosamente offerto dalla Dottoressa Maria Saveria Borrelli, Presidente ANPI – Sez. “Trentino La Barba” di Lanciano, che proprio a lui e ad altri ragazzi della sua tormentata generazione ha recentemente dedicato un bellissimo libro[1].

L’attestazione di partigiano di Nicolino Trozzi

Da Lanciano a Cali passando per New York

La vicenda che stiamo per raccontare ebbe inizio a Lanciano, una storica cittadina in provincia di Chieti, ove il 13 gennaio del 1887, nella casa avita di Strada del Popolo, dal negoziante Antonino Trozzi, di anni trentacinque e dalla sua giovanissima moglie, Emilia Andrizzi, di appena diciotto anni, nacque il primogenito, Gaetano. Col trascorrere del tempo, la famiglia aumentò di numero, vedendo nascere altri figli, Ettore, Edgardo, Ernestina e Arnaldo. Gaetano, il primogenito, visse a Lanciano l’infanzia e la prima gioventù, e lo fece sino all’estate del 1903, allorquando, a bordo del piroscafo “Roma” partito da Napoli, giunse a Ellis Island, porto d’arrivo nella grande New York, ove era già allora particolarmente consistente la comunità italiana, così come lo era quella abruzzese. L’Abruzzo – ce lo ha ricordato più volte uno dei più grandi storici dell’emigrazione abruzzese nel mondo, il compianto Generale Nino Di Paolo[2] – viveva allora una condizione socio-economica alquanto problematica, ragion per cui l’unica valvola possibile era proprio quella dell’emigrazione. Gaetano Trozzi giunse a New York il 28 luglio di quell’anno, appena sedicenne, per poi fare la spola con l’Italia in più occasioni. Grazie alla sua professione di sarto visse a lungo negli Stati Uniti, a parte la parentesi obbligatoria, rappresentata dalla sua mobilitazione in guerra, dal 1915 al 1918, immane conflitto che avrebbe costretto al fronte anche i suoi carissimi cugini, Delio e Alberto Trozzi, rispettivamente Tenente di complemento di Fanteria e Tenente di complemento medico, entrambi decorati di medaglia di bronzo al Valor Militare. E fu proprio per merito del Dottor Alberto Trozzi che Gaetano decise di tentare una nuova “pista migratoria”. Il Dottor Trozzi, dopo la smobilitazione aveva deciso di emigrare in Colombia, ove, oltre all’esercizio della professione, gli sarebbe stata offerta una degna carriera universitaria, e non solo quella, evidentemente[3]. La celebrità, la profonda umanità nell’assistere il prossimo, ma soprattutto la rispettabilità della quale godeva il professionista abruzzese gli sarebbero valse, nel 1928, proprio l’anno in cui venne alla luce il nostro protagonista, la carica di Console provvisorio di Cali, la capitale del Dipartimento della Valle del Cauca, a circa 450 chilometri da Bogotà[4]. E fu, quindi, proprio a Cali, ove Gaetano giunse attorno al 1926-1927 che, dal matrimonio con Maria Falasca, quasi certamente sua conterranea, sarebbe nato il primogenito, al quale fu imposto il nome di Nicolino. Il piccolo venne alla luce a Santiago di Cali l’11 maggio del 1928, per poi essere battezzato il successivo 7 di novembre. Nicolino, assieme al resto della famiglia, composta dalla madre e dalle sorelle Lilliana e Maria Luisa, fu tuttavia, costretto a rientrare a Lanciano, dopo la morte prematura del padre. A Lanciano, il ragazzo fu iscritto presso un Collegio, nelle Marche, ove rimase sino alle vacanze dell’estate 1943.

Nicolino Trozzi, martire per la libertà

Grazie al libro di Maria Saveria Borrelli abbiano, oggi, la possibilità di conoscere la seppur breve “vita resistenziale” di Antonino, dagli amici chiamato “Nico” e talvolta anche “Niculine”. Il giovane, che si trovava a Lanciano, in famiglia, per le allora lunghe vacanze estive fu, come tanti della sua generazione, colto dagli inevitabili eventi legati alla proclamazione dell’armistizio. Come ricorda l’autrice, dando la parola “metaforicamente” allo stesso Nicolino: <<Dopo l’8 settembre 1943 anche se giovanissimo entro nel gruppo dei partigiani, ci si riuniva nella sede del sindacato fascista accanto alla scuola “Principe di Piemonte”, in quel grande palazzone popolare. Il responsabile era Avvento Montesano reduce della campagna di Russia. La parola d’ordine per entrare era, Okay, la controparola diciassette. Il mio compito è quello di rifornire munizioni ai miei compagni e trasmettere loro informazioni utili sulla battaglia. Ero un portaordini>>[5]. La storia di quel periodo ci ricorda che il 12 settembre 1943, i tedeschi occuparono anche Lanciano, abbandonandosi, come era loro costume, a tutta una serie di soprusi, contro i quali si cercò di porre rimedio, organizzando una prima rete di formazioni clandestine, le quali, ben presto, sarebbero passate all’azione. Fra queste, quella armeggiata da Trentino La Barba, classe 1915, alla quale aderì lo stesso Nicolino. Furono, così, organizzate le prime forme resistenziali, con azioni di sabotaggio. A questo punto: <<I primi sentori della crescente esasperazione si ebbero il  4 ottobre 1943 allorquando, in seguito al saccheggio di numerosi negozi, i cittadini si riunirono in Piazza Plebiscito convinti che il Generale del Genio a riposo – Gervasio Mercadante- intenzionato ad esprimere il proprio disappunto per l’accaduto al Comando Tedesco, fosse stato arrestato. La sommossa divampò nei due giorni successivi: l’episodio scatenante fu il blocco da parte di alcuni partigiani della strada di circonvallazione in Contrada Bagnaro poco prima del passaggio di alcuni automezzi tedeschi, che furono saccheggiati e incendiati; i soldati che si trovavano a bordo furono feriti. Contestualmente un’altra auto fu assalita ed incendiata presso Largo San Lorenzo e i soldati messi in fuga. Quella stessa notte i tedeschi catturarono uno degli artefici dell’impresa, Trentino La Barba che il mattino successivo, dopo un lungo interrogatorio e sevizie, fu condotto presso Viale Cappuccini, legato ad un albero e lì, accecato e ucciso[6]. La mattina del 6 ottobre i patrioti iniziarono l’attacco contro i tedeschi nel tentativo di cacciarli dalla città: imperversò un duro scontro con le forze armate tedesche che perdurò sino al pomeriggio, quando giunsero rinforzi ai tedeschi che ebbero la meglio. La drammaticità della lotta traspare in una serie di episodi degni di nota, tra i quali spiccano l’uccisione di Vincenzo Bianco che, già ferito ad una gamba da una pallottola vagante, fu perquisito e, anziché soccorso, freddato a colpi di mitragliatrice da un soldato tedesco, il quale contestualmente uccise Giovanni Calabrò, intervenuto per prestare soccorso all’amico. Fece seguito una dura rappresaglia contro la popolazione: alle famiglie di Corso Roma fu intimato di uscire di casa; seguirono saccheggi delle abitazioni che – dopo esser state depredate di denaro, gioielli, quadri ecc.- furono incendiate. Il bilancio dell’insurrezione fu di 47 vittime tra ufficiali e militari di truppa tedeschi e 23 lancianesi: 11 partigiani uccisi durante il combattimento e 12 civili. Dopo la liberazione, avvenuta il 2 dicembre 1943, Lanciano rimase per altri sei mesi sulla linea del fronte>>[7]. Quella che segue è, invece, la struggente ricostruzione della Presidente Anpi Borrelli: <<La mattina del 6 ottobre 1943 riesco a uscire di casa senza farmi notare e lungo Corso Roma incontro il maestro Mario e, insieme ad altri che sopraggiungevano, guardinghi, ci siamo portati nella campagna Tupone dove ci fu uno scontro tremendo con i tedeschi che giungevano da Viale Cappuccini. Eravamo in tanti. Mi do tanto da fare, corro da una parte all’altra per portare informazioni fino a perdere il fiato. Imbracciai un fucile quasi più grande di me per colpire l’avversario. Ferito ho cercato imperterrito di continuare a combattere, ma una nuova raffica di colpi ha chiuso definitivamente i miei occhi al domani>>.

Brevetto della Medaglia d’Argento V.M. (Sezione ANPI Lanciano)

La riconoscenza della Patria

Fu con Decreto del Presidente della Repubblica, in data 19 aprile 1956 che alla memoria del giovane Nicolino fu concessa una Medaglia d’argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: <<Giovane studente appena quindicenne, all’indomani dell’armistizio già si arruolava nella locale formazione partigiana in via di costituzione, partecipando con fede ed entusiasmo al movimento di liberazione e segnalandosi particolarmente per la sua attività informativa. Nel corso di un’azione contro forze germaniche di gran lunga superiori per forza e mezzi, si adoperava per rifornire di munizioni i compagni combattenti, incitandoli alla resistenza e quindi a sua volta imbracciava il fucile infliggendo egli pure perdite all’avversario. Ferito continuava imperterrito a combattere, fino a che nuovamente colpito da una raffica chiudeva eroicamente sul campo la sua nobile vita che aveva votato interamente alla Patria ed alla causa della libertà. Grotte di Pozzo Bagnaro, 6 ottobre 1943>>.

Il ricordo di Nicolino Trozzi, così come quello delle altre vittime dell’eccidio del 6 ottobre 1943, non è mai venuto meno, nella sua amata Lanciano, ove una via cittadina ne porta orgogliosamente il nome, così come un’aula della Scuola primaria “Eroi Ottobrini” e, soprattutto, la bellissima storia che ci ha voluto regalare la Presidente Anpi di Lanciano, Maria Saveria Borrelli. Concludiamo queste breve saggio utilizzando la bellissima frase che la stessa Dottoressa Borrelli ha voluto dedicare a questo giovane eroe nato in Colombia: <<Cado appoggiandomi ad un albero. Lentamente come una farfalla, una foglia, la prima di molte altre, viene giù dall’albero, mi accarezza dolcemente… qualcuno mi asciuga teneramente il viso e mi prende in braccio. Nel cielo era migrata l’ultima rondine e ne colsi il pianto. So di aver procurato un dolore immenso alla mia amata mamma Maria e alle care sorelle Liliana e Maria Luisa, ma ci sono momenti anche nella giovane vita di un ragazzo in cui non si può stare a guardare. La parola indifferenza non la conosco>>.

 Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare

 

[1] Cfr. Maria Saveria Borrelli, I ragazzi e le ragazze del ’43. Il volto e la voce, Edizioni Carabba, 2024.

[2] Cfr. Nino Di Paolo, Emigrazione. Da Ellis Island ai giorni nostri: versi e immagini dello sradicamento, Salerno, Edizioni del Paguro, 2001.

[3] Cfr. Alcadia de Cali, Santiago de Cali: 450 años de historia, Cali, 1981, p. 215.

[4] Cfr. Ministero degli Affari Esteri, Ambasciate, Legazioni e Consolati del Regno d’Italia all’estero alla data del 15 febbraio 1928, Roma, 1928, p. 13.

[5] Cfr. Maria Saveria Borrelli, op. cit.

[6] Alla sua memoria fu concessa la Medaglia d’oro al Valor Militare.

[7] Cfr. Silvia Checchia, “Episodio di Lanciano, 5-6.10.1943”, chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/Lanciano_5-6_10_1943.pdf.