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Era mio nonno. Il finanziere Zappardino: prestò soccorso nella Messina colpita dal terremoto del 1908

Il finanziere Zappardino (Foto: Salvatore Zappardino) 

Ricordo di mio nonno Salvatore Zappardino (nato a Novara di Sicilia nel 1877 e deceduto a Catania nel 1975), all’epoca dei fatti Regia Guardia di Finanza. Tra i primi a dare soccorso alla popolazione colpita dal sisma del terremoto di Messina nel 1908. Il giorno dopo il disastro, da Catania, su disposizione della Prefettura, partì la prima squadra di soccorso catanese, diciamo mista (esercito, carabinieri, finanzieri e Croce Rossa), con una motozzattera da Riposto. Il mare, dopo la devastazione, era calmo e la tratta da Riposto a Messina fu agevole. Attraccarono a Tremestieri e mio nonno, insieme a un ufficiale a cavallo (all’epoca il cavallo era l’unico mezzo per coprire le lunghe distanze), andò in esplorazione per verificare, osservare e riferire. La devastazione iniziava da Santa Teresa di Riva, ma tra Tremestieri e Contesse il disastro appariva evidentemente in tutta la sua tragicità. Sembrava di essere in un girone dell’Inferno dantesco: cumuli di macerie dappertutto, le macerie coprivano le strade; persone ferite gravemente e adagiate dove capitava e senza assistenza, che si lamentavano per il dolore; i primi sciacalli che depredavano i morti (anche tagliando le dita per appropriarsi della fede nuziale); bambini, ovvero orfani (alcuni poi portati in un orfanotrofio in Calabria), che si aggiravano da soli, smarriti, impauriti, scioccati e a volte nudi, senza una meta (ovvero in stato confusionale) tra le macerie. La scarica dei moschetti dei marinai russi che, nel dare soccorso, avevano colto in flagrante degli sciacalli e… li stavano fucilando. Mio nonno e il suo ufficiale ne presero due e li consegnarono proprio ai russi.

 

Il caos era totale. Dopo una prima, veloce presentazione tra il nostro ufficiale e un ufficiale russo (entrambi parlavano il francese in maniera fluente), si decise di organizzare un campo base comune (centro di comando, pronto soccorso, ecc.) utilizzando alcune carrozze ferroviarie miracolosamente intatte. Preliminarmente, il nostro ufficiale (mi sembra dei carabinieri) ringraziò l’ufficiale russo per quanto stavano facendo (anche scavando a mani nude e portando alcuni feriti gravi sulle loro navi per curarli), ma nel contempo rivendicò la competenza territoriale italiana. I russi, prima di mettere in atto qualsiasi altra iniziativa, dovevano coordinarsi (rendere conto? Essere subordinati? Collaborare?) con le autorità italiane. Il nostro ufficiale fu subito ricevuto dal comandante della flotta russa per ribadire tale legittimo, inderogabile principio, pur nella consapevolezza che i russi avevano e stavano salvando tante vite. Il colloquio fu breve, chiarificatore e incisivo. La macchina dei soccorsi stava iniziando a mettersi in moto e nel frattempo altre navi militari italiane, francesi e, mi sembra di ricordare, anche della marina americana, chiedevano (comunicando con il semaforico, ovvero con il sistema di comunicazione che oggi gli scout non usano più – io da giovane esploratore mi esercitavo “Di Ver Ten Do Mi” con mio nonno quando avevo 11 anni) istruzioni per fare attraccare una lancia (per ovvi motivi non era pensabile fare attraccare l’intera nave). Insomma, per grandi linee, questa era la situazione.

Mentre stavano tornando a cavallo a Tremestieri, mio nonno vide una bambina (poi ribattezzata “Speranza”) di circa 2/3 anni, da sola, sporca, smarrita, solo con la biancheria intima addosso e tremolante per il freddo (il terremoto doveva aver colto nel sonno la sua famiglia e lei, con molta probabilità, doveva essere l’unica superstite). La bambina aveva un paio di occhi bellissimi, color nocciola, e un viso grazioso. La biancheria intima (con le iniziali L.S.) denotava uno status sociale significativo. Senza esitare, il maresciallo Zappardino, dopo aver dato da bere e cibo alla bimba, avvolta con la propria mantellina militare e, soprattutto, conforto, la prese con sé e da Tremestieri fu portata a un primo campo profughi di Riposto. Per tutto il tragitto da Provinciale (quartiere di Messina) fino a Tremestieri, la bambina sedeva sulla sella accanto a mio nonno, abbracciandolo.

So per certo che poi la piccola Speranza fu ospitata presso un orfanotrofio (non si conobbe mai il suo vero nome e la famiglia di provenienza) e mio nonno, negli anni a seguire, ogni mese inviava una somma di denaro quale contributo per il suo sostentamento e l’istruzione. Anni dopo (molti anni dopo), mi trovai in situazioni simili (Irpinia, Marche, Emergenza Kossovo, Molise, Guerra in Ucraina)… rendendomi conto della “sottile linea grigia” che mi lega al mio grande nonno. Ma questa è un’altra storia, che spero un giorno di poter raccontare meglio ai miei nipoti.

L’attestato e il conferimento della medaglia al finanziere Zappardino (Foto: Salvatore Zappardino)

Dell’opera di mio nonno, il maresciallo maggiore Salvatore Zappardino, appartenente alla Regia Guardia di Finanza, oltre ai suoi racconti e al libro matricola, resta questo bellissimo ricordo, questo attestato della sua opera meritoria, in parallelo ai tanti, conosciuti e non, che si prodigarono in una situazione talmente complessa che noi non possiamo immaginare. Quando, nel 1980, tornai dalla missione di soccorso del terremoto dell’Irpinia, mio padre Aldo, commosso nel raccontarmi la storia e le vicende di nonno Salvatore, concluse dicendo: “In un’emergenza, gli Zappardino hanno sempre agito, altro che chiacchiere!” e tirò fuori questo attestato, del quale fino ad allora sconoscevo l’esistenza.

Salvatore Zappardino
Caporedattore Rivista Alere Flemmam