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Don Michele Pintacuda: da amministratore contabile a console del Venezuela a Palermo

Il 9 novembre del 1885, quindi quasi 140 anni orsono, in una mite giornata autunnale si spegneva nella sua adorata città, la bellissima Palermo, nel suo appartamento di Via Grande del Castello, pianto dai suoi numerosi figli e nipoti, Don Michele Pintacuda, Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, di altri insigni Ordini Cavallereschi, Massone del Grande Oriente d’Italia ma soprattutto Console in carica della Repubblica del Venezuela. Il Pintacuda, eccetto una breve parentesi che va dal 1861 al 1864, aveva tutelato gli interessi del grande Paese Centroamericano per un lungo arco temporale, distinguendosi in molteplici iniziative, non ultime quelle rivolte a favorire l’emigrazione italiana oltreoceano. Quella che segue è la sua affascinante vicenda.

Il Cavalier Michele Pintacuda: storia di un signorotto palermitano (1799 – 1885)

Secondo varie fonti, Michele Pintacuda sarebbe nato a Palermo attorno al 1799, figlio di Don Carlo Pintacuda, ricchissimo possidente e di sua moglie, Donna Maria Teresa Macchia. Vissuto tra gli agi della sua storica famiglia, Michele dimostrò ben presto di essere attratto dalla matematica, tanto da seguire – ovviamente grazie ad un istitutore – corsi domestici finalizzati ad apprendere i rudimenti della gestione contabile e amministrativa. Fu proprio questa sua ottima conoscenza del complesso mondo finanziario che, all’indomani dell’unità d’Italia, gli valse, oltre all’amministrazione dei propri beni di famiglia, anche la nomina ad amministratore e segretario del Barone Giovanni Villa Riso, uno dei tanti “Gattopardi” siciliani che di lì a qualche anno sarebbe stato nominato Senatore dello stesso Regno d’Italia. Unitosi in matrimonio, il 15 marzo del 1837, con Rosalia Cusmano (nata attorno 1816), Don Michele Pintacuda sarebbe divenuto padre di ben undici figli, tra maschi e femmine, alcuni dei quali, come nel caso di Carlo, il primogenito, destinati a scalare anche loro le vette della colta società, assumendo importanti cariche professionali[1]. Uomo di scienza e di cultura, Michele Pintacuda non rimase sordo al richiamo di quella che fu, nel 1848, l’ennesima “ventata rivoluzionaria” in quel di Palermo. Proprio in quell’anno, infatti, lo troviamo tra i <<contribuenti volontari a tutti il 30 gennaio 1848>> a pro della rivolta scoppiata in città il 12 di gennaio, elargendo al “Quarto Comitato”, presieduto da Ruggero Settimo, la somma di 10 ducati[2]. Il Cavalier Pintacuda fu, inoltre, una affermato imprenditore, uno dei tanti siciliani che seppe bene operare anche nel settore della produzione e del commercio degli agrumi, prodotti nei terreni di famiglia. Come ricorda lo storico Salvatore Lupo: <<Fin dal 1851 Pietro Fonsio, Michele Pintacuda, i fratelli Ignazio e Vincenzo Florio costituiscono una società per azioni per 100.000 ducati insieme a proprietari ed affittuari del Palermitano che si impegnano a cedere tutta la loro produzione alla società già in maggio; non si fa questione di merce di prima qualità o di scarto, purché alla società siano assicurati gli agrumi per la trasformazione in derivato o l’esportazione in casse>>[3]. Ma il Pintacuda non fu solo un buon imprenditore e amministratore di beni, in quanto, ancora nel 1857, lo troviamo ricoprire la carica di “Regio agente di cambio e di trasferimenti alla Borsa”, con abitazione privata in Via Grande del Castello, ma con ufficio nel Palazzo delle Finanze ove aveva sede la stessa Borsa di Commercio palermitana[4]. Don Michele fu, poi, Console del Venezuela, come approfondiremo meglio nel prossimo capitoletto, ma anche un fervido e importate Cavaliere dell’Ordine di Malta, tanto da essere più volte citato come <<Frà Michele Pintacuda>>. Fu proprio con tale titolo che il celebre pittore Salvatore Lo Forte lo avrebbe “immortalato”, attraverso un quadro ad olio, realizzato nel 1855: quadro oggi conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo (assieme a quello della stessa moglie del Pintacuda, Donna Rosalia). Il signorotto siciliano fu, infine, anche un convinto Massone, come ci conferma una rivista del 1871, laddove viene citato <<…venerando Frà che è Michele Pintacuda>>, partecipante ad una importante “Convenzione Massonica” tenutasi nella stessa Palermo[5].

Vecchia mappa geografica del Venezuela

Al servizio della Repubblica del Venezuela (1858 – 1885)

Ai primi del 1858, raggiunta oramai la soglia dei sessant’anni di vita, Don Michele Pintacuda ricevette, da parte del Governo della Repubblica del Venezuela, allora sotto la Presidenza di José Tadeo Monagas Burgos, un’allettante offerta: assumere la carica di Console della Repubblica del Venezuela nell’allora Regno delle Due Sicilie, con sede ovviamente a Palermo. Dal porto mercantile palermitano – è doveroso ricordarlo – salpavano e arrivavano i bastimenti che già da molti anni collegavano la Sicilia con i porti di La Guaira e Puerto Cabello, trasportando il classico “ben di Dio”[6]. Appena l’anno prima, in verità, era stato aperto un primo Consolato venezuelano nella stessa città di Napoli, Capitale del Regno, affidato al Cav. Filippo Fleischer, ma questo da solo non poteva soddisfare anche le esigenze siciliane. Il Cav. Pintacuda avrebbe curato, quindi, gli interessi venezuelani in Sicilia sino all’epilogo del 1860, allorquando, al termine della “vittoriosa” campagna Garibaldina, il Regno delle Due Sicilie (formalmente in carica sino alla resa di Gaeta, 13 febbraio 1861), tramontò per sempre. Fu, quindi, emanato il Regio decreto in data 31 dicembre 1860, con il quale si  sopprimeva la “Direzione degli Affari Esteri” Napoletana e i relativi Consolati esteri sin lì attivi (sia nella Capitale che nella altre città del Regno delle Due Sicilie). La rete diplomatica italo-venezuelana fu, quindi, rivista subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). In Venezuela, l’Italia di Vittorio Emanuele II fu, quindi, rappresentata da un Consolato Generale, affidato al Console Giacomo Servadio, affiancato dal Vice Console Francesco Badaracco.  A Maracaibo troviamo, invece, il Vice Console Giovanni Battista Isidoro Duplant, mentre nei Consolati di Puerto Cabello e Ciudad Bolivar (Angostura) avrebbero operato gli Agenti consolari Sebastiano Marti Allegretti e Cristiano Vicentini[7]. Nel territorio del neonato Regno d’Italia, il Venezuela sarebbe stato rappresentato da un Consolato Generale in quel di Genova, affidato al maturo Console Dionisio Degola, con l’aggiunta di un secondo Consolato a Livorno, incarico affidato al Console Augusto Contessini[8].

Lo Forte, Salvatore;
1804 – 1885.
“Ritratto di Michele Pintacuda” (Portrait of Michele Pintacuda), 1885. Oil on canvas, 71 x 56.5 cm.
Palermo, Galleria d’Arte Moderna “Empedocle Restivo”.

Il Consolato venezuelano di Palermo avrebbe “riaperto i battenti” agli inizi del 1865, epoca nella quale il Presidente Juan Crisóstomo Falcón y Zavarce approvò la nuova “pianta organica” della rappresentanza venezuelana in Italia, prevedendo, oltre alle sedi di Genova e Livorno anche i Consolati di Palermo, di Firenze (Console José Servadio) e di Portoferraio-Isola d’Elba (Console Dottor Juan Bautista Gemelli)[9]. All’energico Don Miguel Pintacuda, allora sessantaseienne spettò il gravoso compito di far rispettare il recente “Trattato d’amicizia, navigazione e commercio tra l’Italia e la Repubblica di Venezuela”, stipulato a Madrid il 19 giugno del 1861, ma ratificato in Italia con il Regio decreto n. 902 del 9 ottobre 1862. Con esso i due popoli avrebbero rafforzato ancor di più i propri legami. Nell’ambito di tale accordo, il maturo diplomatico avrebbe operato energicamente anche al fine di favorire quella che sarebbe stata la prima vera ondata migratoria che dalla Sicilia avrebbe trasferito in Venezuela migliaia di lavoratori, tra agricoltori e minatori, tutti “super grati” ai vari politici italiani e soprattutto siciliani (e qui è calzante il ricordo di quel “Gattopardismo” che ci ha brillantemente illustrato il grande scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa) per non “aver mantenuto” le tante promesse fatte, già durante il c.d. “periodo dittatoriale” di Garibaldi in Sicilia. Il Console Don Miguel Pintacuda ricoprì, quindi, esattamente per un ventennio tale importantissima carica diplomatica, che lasciò inevitabilmente per “motivi naturali”. L’ormai stanco Cavaliere Melitense si spense nella sua città, come si ricordava in apertura, il 9 novembre del 1885, un anno e mezzo dopo aver dato l’estremo saluto a colui al quale doveva, molto probabilmente, la sua celebrità nell’ambito della società palermitana. Il 17 gennaio dello stesso ’84, sempre a Palermo era morto, infatti, anche il Barone Giovanni Villa Riso, Senatore del Regno, spentosi a 71 anni d’età. A Palermo, il Consolato del Venezuela sopravvisse ovviamente a colui che lo aveva creato, affidato, quindi, al Cav. Emanuele Mandalà, affermato “Curatore fallimentare” palermitano, nonché membro della locale Loggia Massonica del Grande Oriente d’Italia, che già qualche mese prima (settembre 1884) lo stesso Don Miguel Pintacuda aveva voluto come Vice Console. Il nuovo diplomatico venezuelano fissò gli uffici Consolari al civico n. 280 di Corso Vittorio Emanuele. Qui avrebbe svolto a lungo il suo delicato incarico, coadiuvato da Carlo Fazio, nominato Vice Console[10].

Col. (a) GdF Gerardo Severino
Storico Militare

[1] Carlo Giovanni Pintacuda nacque a Palermo l’8 dicembre del 1837. Nel 1856, a soli 19 anni si laureò Architetto presso la Regia Scuola Regia di Applicazione per Ingegneri e Architetti di Palermo.  Fu, quindi, un abilissimo Ingegnere ma anche Professore Universitario in Meccanica Applicata, Costruzioni stradali e ferroviarie presso la stessa Regia Scuola d’Applicazione, dopo il 1870. In precedenza, nel maggio-settembre del 1860 aveva partecipato alla campagna di Sicilia e dell’Italia Meridionale al seguito di Garibaldi, divenendo Luogotenente del Genio. In seguito, fu ammesso nell’Arma del Genio del Regio Esercito, prestando servizio a Torino, Gaeta e Palermo, sino al 1873, anno in cui si congedò. Cavaliere del Lavoro si spense nella sua stessa città il 23 gennaio del 1906.

[2] Cfr. Raccolta di Varie Scritture pubblicate dal Comitato e dai più ardenti cittadini, in occasione della rivolta succeduta in Palermo dal giorno 12 gennaro 1848 in poi, Palermo, Stamperia Carini, 1848, p. 87.

[3] Cfr. Salvatore Lupo, Il giardino degli aranci: il mondo degli agrumi nella storia del Mezzogiorno, Venezia, Marsilio Editore, 1990, p. 118

[4] Cfr. <<Almanacco Reale del Regno delle Due Sicilie per l’anno 1857>>, Napoli, Stamperia Reale, 1857, p. 309.

[5] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Italia – Palermo”. In <<L’Umanitario. Rivista della Massoneria Italiana>>, n. 1, Palermo, 21 ottobre 1871, p. 6.

[6] Cfr. “Quadro primero de los agentes dicplomaticos y consulares de Venezuela en Paises extranieros”, in <<Informe al Congreso de 1858 sobre el estado de las relaziones exteriores, immigracion e instruccion pubblica de Venezuela por el Secretario de estos ramos>>, Caracas, Imprenta de Jesus Maria Soriano, 1858, p. 123.

[7] Cfr. Ministero dell’Interno, <<Calendario Generale del Regno pel 1860>>, Torino, Stamperia Unione Tipografica Editrice, 1860, p, 34.

[8] Cfr. Ministero Interno, <<Calendario Generale del Regno d’Italia – Anno Primo, 1862>>, Torino, Stamperia Unione Tipografico Editrice, 1862, pp. 135 e 136.

[9] Cfr. Ministero Affari Esteri, <<Annuario Diplomatico del Regno d’Italia per l’anno 1865>>, Torino, Tipografia G. B. Paravia, 1865, p. 191.

[10] Cfr. “Agenti diplomatici e consolarti esteri in Italia”, in Ministero Affari Esteri, <<Annuario Diplomatico del Regno d’Italia per l’anno 1886>>, Roma, Tip. Ippolito Sciolla, 1866, p. 270.