28 febbraio 1956: muore don Gnocchi, cappellano militare tra gli alpini
Ci sono storie di uomini e luoghi che ritornano alla memoria in giorni e date particolari: il 28 febbraio 1956 moriva don Carlo Gnocchi. Un sacerdote, un cappellano militare che prese parte agli eventi bellici della Seconda guerra mondiale tra gli gli alpini sul fronte greco – albanese e nella campagna di Russia tra il 1941 e il 1943. I suoi occhi guardarono la tragedia della campagna di Russia vissuta in prima persona accanto i soldati. L’intera vicenda, vissuta sui campi di battaglia e l’immediato dopoguerra, lo aiutarono ad avere quella larghezza di vedute necessaria per poter affrontare la ricostruzione. La nomina ad Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore lo impegnò fino al 1948, ma il Venerabile Servo di Dio Carlo Gnocchi, ormai intuì che i danni materiali della guerra avevano ripercussioni interiori ancora più incalcolabili e nacque in lui una esigenza incontenibile di aiutare i più deboli ed indifesi. Già nel 1945 il Prefetto di Como lo aveva nominato Cappellano dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio. In questo contesto di sofferenza aveva incontrato i primi bambini orfani di guerra, poi quelli mutilati. Aveva promesso ai moribondi del fronte russo che avrebbe pensato ai loro figli e il momento era dunque arrivato. Nel gennaio del 1956 si manifesterà una grave malattia, che lo porterà all’incontro con il Signore il 28 febbraio, non senza aver disposto la donazione delle sue cornee a due giovani non vedenti.
Una vita per gli altri in memoria di un passato da sacerdote con le stellette. Nel 1940 l’Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo, coerente alla tensione educativa che lo vuole sempre presente con i suoi giovani anche nel pericolo, si arruola come cappellano volontario nel battaglione “Val Tagliamento” degli alpini, destinazione il fronte greco albanese. Il forte desiderio di essere non solo un maestro di dottrina, ma soprattutto un testimone di vita, e la matura convinzione che soltanto il mettersi in gioco rende autorevoli e autentiche le parole, spingono don Carlo a seguire i suoi ragazzi fin dentro le durissime prove della guerra. Cappellano volontario, prete “in” guerra ma non “di” guerra, affronta con cuore di pace, intruppato nella Julia, le montagne fangose dell’Albania e della Grecia e poi le lande gelide della steppa russa con gli alpini della Tridentina per custodirne le speranze, raccoglierne le lacrime, curarne le ferite e benedirne la morte, il vero “dies natalis” del cristiano.
La terribile esperienza bellica, il dramma della ritirata di Russia, da cui si salva per miracolo, fanno emergere in lui anche l’incontro scontro con il mistero del male, di fronte al quale ogni facile risposta suona vuota e ingiuriosa. A stretto contatto con i suoi giovani alpini, va forgiandosi in lui quella “milizia dello spirito” che sboccerà in una forte disposizione al sacrificio e in uno straordinario senso di condivisione che soltanto l’esperienza della sofferenza può far sorgere e temprare. Scrive dal fronte all’amato cugino Mario: «Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia ‘carriera. Purtroppo non so se di questa grande grazia sono degno; perché si tratta di un privilegio. Cerco di rendermene sempre meno indegno e prego ogni giorno Dio che mi scelga a questo ufficio. Allora avrei trovato la mia via definitiva» (fonte ANA)
L’Italia dell’immediato dopoguerra è un Paese devastato dalle distruzioni e ridotto a una povertà estrema: è allora che suona «l’ora della carità», come ripetono i vescovi ai loro sacerdoti. Dopo il doloroso “pellegrinaggio” tra le valli alpine alla ricerca dei famigliari dei commilitoni caduti nell’inferno bianco della Russia e l’attività clandestina per salvare vite umane dagli strascichi della guerra civile (imprigionato dalle SS nel carcere di San Vittore, viene liberato grazie all’intervento del cardinale Schuster).
Da leggere il libro “Cristo con gli Alpini”. Una testimonianza unica, la “nascita spirituale” di don Carlo Gnocchi, l’inizio della sua vocazione per gli ultimi e i dimenticati, attraverso le sue stesse parole. Durante la drammatica ritirata in Russia del 1943, gli alpini della Divisione Tridentina si lasciarono dietro una scia di giovani moribondi. Abbandonati ai bordi delle strade nella sterminata steppa russa, senza nessuna speranza di salvezza, né conforto. Con le truppe era partito un sacerdote, che conobbe insieme a loro gli orrori dei massacri. Gli spazi infiniti della steppa russa accesero in lui un’idea d’amore assoluto, una dedizione nei confronti dei suoi alpini, della popolazione incontrata, una commozione estrema verso i bambini mutilati a sostegno dei quali dedicò poi il resto della sua vita, fondando per essi una vastissima rete di collegi. È attraverso la fondamentale testimonianza storica e spirituale di don Carlo Gnocchi, “genio della carità cristiana” secondo Benedetto XVI, che scopriamo il volto di Cristo fra le tragedie della Seconda guerra mondiale e il senso ultimo di questa terribile vicenda, illuminato da una fede straordinaria, bussola infallibile fra le atrocità del conflitto.
Durante l’inverno del 1942-1943, Don Carlo si trovava con la Divisione Tridentina. Quando il fronte crollò, migliaia di Alpini rimasero intrappolati nella sacca del Don. Il prete che non stava nelle retrovie: Mentre molti ufficiali o cappellani cercavano riparo, Don Carlo stava sulla pista, a piedi. Assisteva i feriti che venivano abbandonati sulla neve perché i mezzi erano pieni o guasti. Il taccuino delle ultime volontà: Don Gnocchi portava con sé un taccuino dove annotava i nomi dei caduti e gli ultimi messaggi per le madri e le spose. Si caricava nello zaino i pochi averi dei soldati (lettere, orologi, santini) per riportarli in Italia. La visione a Nikolajewka: In mezzo alla strage, vedendo morire i suoi “scarponi” (come chiamava affettuosamente gli alpini), capì che il suo compito non era solo seppellire i morti, ma “restaurare l’uomo”. È qui che nasce l’idea di prendersi cura dei figli di quegli uomini che non sarebbero mai tornati.