Claudel

6 agosto 1868. Nasce il diplomatico francese Paul Claudel

«Agisci in modo che le tue azioni e i tuoi pensieri segreti non solo non impediscano l’armonia di cui sei un elemento, ma la creino attorno ad essi». La frase è di Paul Claudel, poeta e drammaturgo, nonché diplomatico francese che riflette sulla società francese di fine ‘800 e inizi del Novecento, sconvolta da una crisi profonda che aveva rimesso in discussione tutto distruggendo gli stessi valori e gli ideali che permettono all’uomo di conservare la sua dignità umana.

Claudel tuona forte e rivendica la riappropriazione della coscienza umana contro tutti i tentativi di seppellirla sotto la grande fede materialista nel progresso scientifico, capace di dare la spiegazione dell’universo, dell’uomo pensante e addirittura di Dio.

Non era uomo dal carattere facile. Egli non si piegava ai compromessi e non ammetteva incertezze e sfumature. Là dove, ad esempio, l’ortodossia dei cattolici gli appariva imperfetta, troncava ogni rapporto, come fu per Maritain, allontanando tutti coloro che si mettevano in contrasto con le sue posizioni e convinzioni. Claudel non fece mai nulla per creare attorno a sé un clima di amicizia e di affetto e questo non contribuì a creare attorno a lui commenti positivo. Così, se Rivière, Jammes, Milhaud lo seguirono anche nella conversione a Dio perché colpiti dal grande valore che la sua vita e la sua opera esprimevano, altri come Gide e in fondo molti dei «grandi» artisti del ‘900, ebbero nei suoi confronti un atteggiamento apertamente ostile, rifiutando in blocco la sua produzione letteraria.

Paul Claudel nasce a Villeneuve-sur-Fère-en-Tardenois, il 6 agosto 1868, ultimo di quattro figli. Qui viene battezzato l’8 settembre e consacrato alla Vergine Maria, come egli stesso amerà ripetere più volte. A Villeneuve, Claudel resta solo due anni poiché il padre è costretto dalla sua professione (era conservatore delle ipoteche) a vari trasferimenti, finché nel 1882 si stabilisce a Parigi dove tuttavia la famiglia continuava a vivere disunita, ritrovandosi insieme soltanto la domenica.
Durante le vacanze Claudel ritorna al paese natale dove vive ancora il nonno materno. Il piccolo è molto legato al nonno e l’agonia lunga e dolorosa del nonno colpirà in modo quasi traumatico il bambino tredicenne. La lontananza, gli interessi diversi, le amicizie non faranno mai dimenticare a Claudel questo piccolo paese in cui ha avuto il primo contatto con il mondo e con l’universo intero. Ma se Villenueve lo ha visto nascere è Parigi che lo vede crescere in tutti i sensi. Claudel è un solitario introverso e nessuno, né della sua famiglia né tra i suoi amici, sospetterà mai la crisi profonda che lo attraversa.
Le sue letture sono scelte a caso, seguendo l’istinto personale: i romanzi di Hugo, di Zola, La vie de Jésus di Renan. Questi ultimi in modo particolare gli infondono una visione del mondo e della vita angosciosa e disperata che egli non comunica ad alcuno. Frequenta il liceo Louis Le-Grand dove imperversa la moda del positivismo materialista di Taine e di Renan che in nulla placa la sua inquietudine interiore. Un ambiente, quello liceale, che lo sconvolge.
Nella sua lotta per la vita, mossa dal desiderio di cercare il senso e lo scopo di un’esistenza terrena, finalmente trova un primo punto fermo cui ancorarsi: nel giugno 1886 legge l’inizio del poema Les Illuminations di Arthur Rimbaud. Claudel si riconosce simile a Rimbaud, ambedue solitari, assetati di verità, profondamente attaccati alla stessa dura terra che è il mondo ma come attratti da qualcosa di sconosciuto, superiore e ben più importante dell’uomo in sé.
Claudel impara in questo modo a respirare, a dar voce e spessore alle sue domande interiori nella consapevolezza della vacuità dell’animo umano che fa di ogni persona un essere condannato all’insoddisfazione perpetua. Una simile intuizione ha come esigenza primaria il bisogno di colmare il vuoto che esiste tra l’uomo e il soprannaturale, cioè l’incarnazione del soprannaturale, come dice Claudel stesso.
È questo il punto di partenza fondamentale del suo cammino verso la fede che arriverà alla conversione nel Natale 1886: colpito dal canto del Magnificat mentre assiste alla funzione dei Vespri di Natale a Notre-Dame, avverte il sentimento vivo della presenza di Dio: «In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti» ebbe modo di dire successivamente.

Solo ventisette anni dopo (nel 1913) Claudel si sente in grado di parlare e di raccontare questo momento capitale della sua vita, ma il tempo intercorso non ha tolto o aggiunto alcunché alla realtà di quell’avvenimento. In quell’istante luminoso Claudel ha percepito la sua vocazione, ciò a cui era chiamato, ciò che doveva dare alla sua vita il senso che le mancava. Così tutta l’arte, la letteratura e la poesia di Claudel è protesa a quell’armonia che è espressione dell’uomo immagine e somiglianza di Dio.
Dice Armogathe che Claudel in quell’istante si è sentito chiamato alla scrittura: egli infatti comincia solo ora la sua attività letteraria che, proprio perché nata dalla certezza della presenza divina, non si disgiunge mai dal suo cammino di fede ma di questo diventa strumento di conoscenza e di espressione. Il primo abbozzo del dramma La giovane Violaine nasce proprio dall’antitesi tra terra e cielo, tra l’attaccamento profondo alla terra e a quanto essa dispensa e il desiderio insaziabile di far posto a Dio nella sua vita, teso a far sì che in ogni momento umano penetri e si dilati il soffio vitale di Colui che si è rivelato.
Dopo aver svolto studi nel campo del diritto, Claudel lavorò per il Ministero degli Esteri e intraprese la carriera diplomatica. Contemporaneamente si interessò alla letteratura privilegiando, fra gli altri, Shakespeare, Dante, Dostoevskij. Conobbe Mallarmé e partecipò ai suoi martedì. Nel 1893 fu console negli Stati Uniti, suo primo incarico all’estero. Da allora soggiornò in moltissimi paesi: Cina, Giappone, Germania, Italia, Brasile. Ritornò negli Stati Uniti nel 1927 come ambasciatore. L’ultimo suo incarico fu a Bruxelles fino al 1935, anno del suo congedo dal lavoro.
La sua movimentata carriera non gli impedì di avere una famiglia: nel 1906 si sposò con Regina Perrin ed ebbe molti figli. Nel 1946 fu eletto accademico di Francia. Scrisse varie opere poetiche e teatrali, ma il lavoro che lo prese tutta la vita fu L’Annuncio a Maria di cui presentò innumerevoli stesure: la prima nel 1892, l’ultima nel 1948: si tratta di un dramma in cui, tramite il racconto delle vicende di Violaine (il personaggio principale) e della sua famiglia, si esplora il ruolo delle vicende umane in rapporto alla totalità di ciò che esiste.